Dal trionfo del 2006 ai Mondiali guardati dal divano: il racconto di un calcio italiano che sembra aver smarrito la strada di casa. L’ultima fotografia felice …
Dal trionfo del 2006 ai Mondiali guardati dal divano: il racconto di un calcio italiano che sembra aver smarrito la strada di casa.
L’ultima fotografia felice
Sogno di una notte di mezza estate per dirla alla Woody Allen. Vent’anni. A scriverlo sembra un numero qualsiasi. A viverlo, invece, è un’intera epoca. Vent’anni fa l’Italia alzava al cielo la Coppa del Mondo nella notte di Berlino e milioni di persone riempivano piazze, strade, balconi e clacson. Ognuno ricorda dov’era. Ognuno ricorda con chi era. Ognuno conserva da qualche parte una fotografia sbiadita di quella notte.
Era un’estate strana, perfino tormentata. Il calcio italiano era travolto dalle polemiche, dalle inchieste, dai veleni. Sembrava l’ora più buia, non quella delle imprese. E invece, come accade talvolta nelle storie migliori, proprio quando nessuno se l’aspetta arriva il colpo di scena.
Quel gruppo trovò una forza che andava oltre la tecnica, oltre i moduli, oltre le classifiche. Buffon, Cannavaro, Pirlo, Totti, Gattuso, Del Piero, Grosso. Nomi che oggi appartengono alla memoria collettiva come certi personaggi di un romanzo che si continua a rileggere anche quando si conosce già il finale.
E forse è proprio questo il punto: non vinse soltanto una squadra. Vinse un’idea di calcio e, in qualche modo, un’idea di Paese.
Dal tetto del mondo al divano
Poi il tempo ha fatto il suo mestiere. Vent’anni dopo, quella notte di Berlino assomiglia a una cartolina arrivata da un’altra civiltà calcistica. Nel frattempo il mondo è cambiato, il pallone è cambiato, e soprattutto è cambiata l’Italia.
Oggi guardiamo i Mondiali con lo stesso sentimento di chi osserva una festa dalla finestra. Gli invitati sono dentro. Noi fuori.
Fa impressione sfogliare gli elenchi delle nazionali che si affacciano alle grandi competizioni. Realtà che fino a qualche decennio fa sembravano destinate a rimanere comparse e che oggi inseguono, legittimamente, il proprio sogno. Intanto l’Italia continua a interrogarsi sul proprio futuro, sulle proprie strutture, sui vivai, sugli stadi, sulla qualità di un movimento che appare sempre più povero di idee e di talenti.
Non è questione di nostalgia per principio. È che il confronto viene naturale. Da una parte il ricordo di Cannavaro che solleva la coppa sotto il cielo di Berlino. Dall’altra la prospettiva, sempre più frequente, di seguire i Mondiali da semplici spettatori.
È una malinconia sottile, simile a quella che si prova tornando nei luoghi dell’infanzia e scoprendo che esistono ancora, ma non sono più gli stessi.
Quello che abbiamo dimenticato
Forse la lezione più preziosa di quella squadra non riguarda il calcio. Riguarda gli uomini.
A distanza di vent’anni restano i gol, le parate, i rigori, le telecronache entrate nella storia. Restano la corsa di Grosso, il sorriso di Lippi, la coppa alzata verso il cielo. Ma resta soprattutto un’altra cosa: la capacità di sentirsi parte di qualcosa di più grande del proprio ego.
In un’epoca in cui il calcio sembra sempre più una somma di interessi, contratti, procuratori e algoritmi, quella nazionale continua a raccontare una verità antica e semplicissima: nessuno arriva lontano da solo.
Forse è per questo che Berlino 2006 continua a commuoverci. Non perché fosse tutto perfetto. Non lo era affatto. Ma perché quella squadra riuscì a trasformare un momento di crisi in un’impresa collettiva.
Vent’anni dopo, mentre il calcio italiano cerca ancora una direzione e i Mondiali sembrano sempre più una terra lontana, quella notte resta lì. Come una vecchia canzone che conosciamo a memoria. Basta ascoltare le prime note e, per un istante, ci sembra di essere ancora sotto quel cielo azzurro sopra Berlino. Poi la musica finisce, le luci si riaccendono e ci si accorge che sono passati vent’anni davvero. E che, da allora, nessuno è più riuscito a riportarci fin lassù.
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