Il Sud cresce. Non è più soltanto una speranza affidata ai programmi elettorali o l’effetto ottico prodotto da qualche trimestre favorevole. Per il quarto anno consecutivo …
Il Sud cresce. Non è più soltanto una speranza affidata ai programmi elettorali o l’effetto ottico prodotto da qualche trimestre favorevole. Per il quarto anno consecutivo il Mezzogiorno ha registrato un andamento migliore rispetto alla media nazionale. Secondo gli ultimi dati Svimez, nel 2025 il PIL delle regioni meridionali è aumentato dello 0,7%, contro lo 0,5% del Centro-Nord. Nel quinquennio il progresso cumulato del Sud ha raggiunto il 9,5%, rispetto al 7,1% italiano e al 6,6% del Centro-Nord. Sono numeri che non cancellano i divari storici, ma rendono ormai insostenibile la vecchia rappresentazione di un Mezzogiorno immobile e condannato all’assistenza.
Il PNRR ha avuto un ruolo decisivo, soprattutto attraverso gli investimenti pubblici, le costruzioni e le infrastrutture. Ma sarebbe riduttivo spiegare tutto con l’arrivo temporaneo delle risorse europee. La stessa Svimez segnala una ripresa dell’industria meridionale dopo una lunga fase di deindustrializzazione, sostenuta anche dalla capacità di attrarre nuovi investimenti e dal nuovo sistema di incentivi e semplificazioni. Il punto politico è proprio questo: il PNRR ha fornito carburante, ma nel frattempo è stato costruito un motore che può continuare a funzionare anche dopo la conclusione del Piano.
Quel motore si chiama soprattutto ZES Unica. Non è semplicemente un credito d’imposta, ma un diverso modo di intendere la politica per il Mezzogiorno. Lo Stato non si limita a distribuire risorse: prova a rendere più semplice investire, aprire uno stabilimento, ampliare un’attività produttiva e ottenere le autorizzazioni necessarie. Attraverso lo Sportello unico digitale e l’Autorizzazione unica, un’impresa può presentare un solo progetto e ottenere in forma coordinata i diversi titoli amministrativi, con termini procedurali ridotti.
I risultati cominciano a essere consistenti. Nel febbraio 2026 Palazzo Chigi parlava già di circa 6 miliardi di investimenti autorizzati e di oltre 17.800 ricadute occupazionali stimate. Successivamente Giuseppe “Giosy” Romano, oggi capo del Dipartimento per il Sud dopo l’esperienza alla guida della struttura ZES, ha indicato un ulteriore avanzamento: oltre 1.300 autorizzazioni, circa 9 miliardi di investimenti diretti e 24 mila nuovi addetti dichiarati dalle imprese coinvolte. Numeri che dovranno essere monitorati e verificati nel tempo, ma che descrivono un’amministrazione finalmente orientata a far partire gli investimenti anziché a ostacolarli.
La presenza di Romano alla guida del nuovo Dipartimento per il Sud assicura inoltre una continuità importante. La ZES non può trasformarsi nell’ennesimo incentivo intermittente, modificato ogni anno e affidato a strutture provvisorie. Le imprese investono quando possono contare su regole stabili, procedure prevedibili, infrastrutture adeguate e accesso al credito. Per questa ragione sono rilevanti sia la stabilizzazione del credito d’imposta per il triennio 2026-2028, sia gli accordi avviati con ABI e Banca europea per gli investimenti per rafforzare il finanziamento dei progetti produttivi.
La seconda leva è rappresentata dalla politica europea di coesione. Raffaele Fitto, oggi vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la Coesione e le riforme, sta insistendo su due concetti che per anni Bruxelles ha trattato con eccessiva prudenza: flessibilità e semplificazione. La revisione delle politiche di coesione deve consentire di adattare più rapidamente i programmi alle emergenze energetiche, alla competitività industriale e alle differenti esigenze territoriali, riducendo la distanza tra assegnazione formale delle risorse e realizzazione effettiva degli interventi.
Per il Sud questa impostazione può rappresentare una nuova accelerazione. Non basta avere molti fondi disponibili se occorrono anni per riprogrammarli, autorizzarli e spenderli. Una coesione più flessibile, capace di finanziare energia, innovazione, infrastrutture industriali e capitale umano, può accompagnare la ZES e impedire che il rallentamento degli investimenti pubblici successivo al PNRR riporti il Mezzogiorno nella vecchia trappola della crescita intermittente.
Il successo della ZES apre, però, anche un’altra questione: perché le semplificazioni che funzionano al Sud non dovrebbero ispirare una riforma amministrativa per tutto il Paese? Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha aperto il confronto con le Regioni settentrionali sulla creazione di aree di accelerazione industriale e sulla possibile estensione al Centro-Nord delle procedure semplificate previste nelle Zone logistiche speciali. Non si tratterebbe di trasferire automaticamente al Nord gli stessi vantaggi fiscali della ZES, nati per ridurre il divario meridionale e sottoposti alle regole europee sugli aiuti di Stato, ma di utilizzare su scala nazionale il metodo delle autorizzazioni veloci e dei tempi certi.
È questa la sintesi più intelligente: mantenere al Mezzogiorno il vantaggio competitivo fiscale necessario a recuperare il ritardo storico e, nello stesso tempo, estendere all’intero sistema produttivo italiano una parte delle semplificazioni amministrative sperimentate con successo dalla ZES. Il Sud non deve perdere ciò che finalmente sta funzionando; il Nord non può continuare a essere frenato da una burocrazia che rallenta nuovi impianti, riconversioni industriali e investimenti strategici.
Naturalmente il sorpasso nei tassi di crescita non significa che la questione meridionale sia risolta. Restano distanze profonde nei livelli di reddito, nei servizi, nell’occupazione femminile, nelle infrastrutture e nella capacità di trattenere i giovani. Ma proprio per questo sarebbe un errore tornare alle vecchie politiche assistenziali. Il Sud sta crescendo perché agli investimenti pubblici sono stati affiancati incentivi produttivi, semplificazioni e una strategia industriale.
La sfida ora è trasformare un ciclo favorevole in uno sviluppo duraturo. Il PNRR finirà, mentre la necessità di attrarre imprese, creare lavoro e rendere competitive le regioni meridionali resterà. La ZES, la nuova politica di coesione sostenuta da Fitto e il modello nazionale di semplificazione proposto da Urso possono rappresentare i tre pilastri di una politica economica finalmente capace di tenere insieme Nord e Sud senza togliere al Mezzogiorno gli strumenti necessari alla convergenza.
Il Sud corre. Ora bisogna evitare che la burocrazia, l’instabilità delle regole e il ritorno delle vecchie ricette gli facciano nuovamente tirare il freno.
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