Dopo aver criticato per anni la politica migratoria del governo italiano, Pedro Sánchez cambia rotta. Travolto dalla crisi di Ceuta e sottoposto a una pressione politica …
Dopo aver criticato per anni la politica migratoria del governo italiano, Pedro Sánchez cambia rotta. Travolto dalla crisi di Ceuta e sottoposto a una pressione politica sempre più forte, il governo socialista spagnolo ha scelto di applicare la versione più rigorosa del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Procedure accelerate, maggiore rapidità nell’esame delle domande, espulsioni più efficaci e strumenti rafforzati per impedire che chi entra irregolarmente possa rimanere nel Paese senza averne diritto.
Il Consiglio dei ministri spagnolo ha approvato gli anteprogetti della nuova legge sull’asilo e della riforma della legge sugli stranieri. Ufficialmente Madrid presenta il provvedimento come un semplice adeguamento della normativa nazionale al Patto europeo approvato nel 2024. Politicamente, però, il significato è evidente: Sánchez sta abbandonando l’immagine della Spagna come modello alternativo alla linea italiana e si sta avvicinando proprio a quella politica di controllo delle frontiere, procedure rapide e rimpatri che Giorgia Meloni sostiene da tempo.
Le nuove regole consentiranno di trattare con procedura accelerata, entro un massimo di dodici settimane, le richieste presentate da persone entrate irregolarmente e con scarse probabilità di ottenere protezione internazionale. In caso di rigetto, potrà essere avviata più rapidamente l’espulsione. Vengono inoltre rafforzati i controlli preliminari alle frontiere e gli strumenti per distinguere chi ha realmente diritto all’asilo da chi utilizza la domanda di protezione per ritardare il rimpatrio. È la declinazione più restrittiva consentita dal Patto europeo, anche se Madrid mantiene maggiori garanzie per i minori e per le persone vulnerabili. La MoncloaAttachment.png ed El PaísAttachment.png confermano l’accelerazione delle procedure di diniego e delle conseguenti espulsioni.
La svolta arriva dopo quanto accaduto a Ceuta, l’enclave spagnola in territorio africano diventata il punto più fragile della frontiera meridionale europea. Alla fine di luglio decine di migliaia di persone hanno attraversato irregolarmente il confine dal Marocco, molte entrando a nuoto. Nelle prime ventiquattr’ore gli ingressi sarebbero stati circa 50 mila, mentre le stime complessive della crisi sono poi salite tra 72 mila e 80 mila. Il governo ha ammesso di non aver previsto una pressione di tali dimensioni, nonostante alcuni segnali e gli avvertimenti provenienti dalle autorità locali.
Più di 48 mila migranti sono stati ricondotti in Marocco nei primi giorni, ma migliaia di persone sono rimaste a Ceuta, mettendo sotto pressione centri di accoglienza, servizi sanitari, strutture amministrative e sicurezza. La crisi ha assunto dimensioni tali da indurre Sánchez a parlare di una «violazione e di un attacco all’integrità territoriale» della Spagna e a promettere l’impiego di «tutti gli strumenti e di tutte le risorse dello Stato».
Madrid ha quindi dichiarato per la prima volta per Ceuta una situazione di interesse per la sicurezza nazionale e ha affidato la gestione dell’emergenza a un comando unico guidato dal ministro Ángel Víctor Torres, con la partecipazione delle autorità locali, dei ministeri interessati e del Cni. La decisione, arrivata quasi un mese dopo l’inizio della crisi, è stata duramente contestata dal Partito popolare e anche da esponenti socialisti della città, che hanno accusato il governo centrale di aver lasciato Ceuta troppo a lungo senza una risposta adeguata.
Il cambio di linea è ancora più significativo se confrontato con le posizioni assunte in passato da Sánchez. Nell’ottobre 2024 il premier spagnolo aveva attaccato il progetto italiano dei centri in Albania, sostenendo che non avrebbe risolto alcun problema e ne avrebbe creati di nuovi. Aveva inoltre contrapposto la politica di accoglienza e regolarizzazione spagnola alla strategia italiana, criticando l’impostazione di Meloni basata sul contrasto alle partenze, sugli accordi con i Paesi terzi, sulle procedure di frontiera e sull’aumento dei rimpatri.
Ora è la realtà di Ceuta a costringere Madrid a riconoscere che l’accoglienza non può essere disgiunta dal controllo dei confini e che un sistema di asilo incapace di decidere rapidamente finisce per favorire l’immigrazione irregolare. La Spagna non sta copiando integralmente il modello Albania, ma si sta spostando nella stessa direzione politica indicata dall’Italia: esame delle richieste alla frontiera, distinzione immediata tra aventi diritto e migranti irregolari, maggiore efficacia delle espulsioni e cooperazione con i Paesi di origine e transito.
La svolta dà retrospettivamente forza anche alla decisione italiana di ripristinare temporaneamente i controlli su navi e aerei provenienti dalla Spagna. Più che una sospensione integrale di Schengen, si tratta tecnicamente della reintroduzione temporanea dei controlli interni, concentrati soprattutto sui cittadini di Paesi terzi: i confini non sono stati chiusi e la libera circolazione dei cittadini europei non è stata abolita. Roma ha motivato la misura con la necessità di evitare movimenti secondari verso l’Italia dopo l’ingresso incontrollato a Ceuta. I controlli, inizialmente previsti per un mese dal 1º agosto, hanno provocato una dura reazione diplomatica di Madrid, che ha adottato verifiche analoghe sugli arrivi dall’Italia.
Sánchez aveva accusato il governo Meloni di mancanza di solidarietà e di voler strumentalizzare l’emergenza. Ma la successiva stretta spagnola dimostra che le preoccupazioni italiane non erano prive di fondamento. Se Madrid ritiene ora necessario accelerare i dinieghi, agevolare le espulsioni e ricorrere agli strumenti più rigorosi del Patto europeo, significa che il rischio determinato da decine di migliaia di ingressi irregolari era reale e non poteva essere liquidato come propaganda.
Alla base della retromarcia c’è anche la debolezza interna del premier. Sánchez è stretto tra l’offensiva del Partito popolare e di Vox, le critiche delle autorità di Ceuta, le divisioni nella maggioranza e le contraddizioni emerse all’interno dello stesso governo. La ministra della Difesa Margarita Robles ha affermato che i servizi di intelligence avevano segnalato il rischio di un ingresso di massa, mentre il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha negato l’esistenza di un simile avvertimento. Uno scontro che ha ulteriormente alimentato le accuse di impreparazione rivolte all’esecutivo.
La crisi di Ceuta segna dunque un passaggio politico rilevante. Dopo aver trasformato Meloni nel bersaglio delle proprie critiche, Sánchez finisce per avvicinarsi a molte delle sue posizioni. La distinzione tra la Spagna “solidale” e l’Italia “restrittiva” si è rapidamente dissolta davanti a un’emergenza concreta. Quando la pressione migratoria ha raggiunto direttamente il territorio spagnolo, anche Madrid ha scoperto che difendere i confini, respingere gli ingressi irregolari nel rispetto delle regole, accelerare i rimpatri e impedire i movimenti secondari non sono parole d’ordine ideologiche, ma condizioni indispensabili per governare il fenomeno.
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