Nel fossato del Castello di Barletta Mannoia attraversa De André e Fossati in una notte di musica e memoria. Non un semplice omaggio, ma un viaggio tra gli ultimi, la guerra, le migrazioni, l’amore e la dignità. Fino alla speranza: se sappiamo ancora emozionarci, forse nulla è perduto. BARLETTA – Le pietre hanno una memoria […]
Nel fossato del Castello di Barletta Mannoia attraversa De André e Fossati in una notte di musica e memoria. Non un semplice omaggio, ma un viaggio tra gli ultimi, la guerra, le migrazioni, l’amore e la dignità. Fino alla speranza: se sappiamo ancora emozionarci, forse nulla è perduto.
BARLETTA – Le pietre hanno una memoria più lunga degli uomini. Quelle del Castello di Barletta ne hanno viste abbastanza da poter osservare senza stupore anche questa calda notte di fine agosto. Ma quando dentro il fossato comincia a muoversi quella voce roca, profonda, immediatamente riconoscibile, persino una fortezza sembra perdere qualcosa della propria severità. Fiorella Mannoia è arrivata a Barletta con Fiorella canta Fabrizio e Ivano – Anime Salve, il progetto dedicato a Fabrizio De André e Ivano Fossati nel trentennale dell’album che i due realizzarono insieme nel 1996.
E definirlo concerto, dopo averlo ascoltato, è quasi riduttivo. Lo dice lei stessa dal palco: «Per me questo non è solo un concerto. È un viaggio dell’anima». Ed è forse questa la definizione migliore per una serata nella quale le canzoni non vengono semplicemente riproposte, ma raccontate, interrogate, riportate continuamente al nostro tempo.
Perché De André e Fossati, attraverso la voce della Mannoia, non sono due monumenti della canzone italiana davanti ai quali deporre rispettosamente una corona di fiori. Sono ancora materia viva.
La seconda nascita
Mannoia spiega anche perché. E lo fa raccontando di essere «nata due volte». La prima, naturalmente, quando è venuta al mondo. La seconda a quattordici anni, quando mise sul giradischi Tutti morimmo a stento e ascoltò Fabrizio De André.
Era nell’età incerta dell’adolescenza, quella terra di nessuno nella quale non si è più bambini e non si è ancora adulti. Quella voce autorevole le mostrò improvvisamente un’umanità che non conosceva. Fu, dice, un «imprinting»: da allora cominciò a guardare il mondo anche attraverso gli occhi di Fabrizio. A non giudicare, ad avere compassione, a cercare di comprendere chi soffre e chi rimane indietro.
Poi arrivò Fossati, «un amico fraterno», decisivo invece per la sua vita artistica. Se De André contribuì a insegnarle come guardare il mondo, Fossati le consegnò anche molte delle parole con cui cantarlo. E per questo la Mannoia avverte quasi il peso della responsabilità nel mettere insieme due autori che hanno contribuito a fare di lei ciò che è diventata.
Da lì parte il viaggio.
E parte da Dolcenera, per inoltrarsi presto in Smisurata preghiera, dentro quell’universo degli irregolari, degli appartati, di coloro che continuano a procedere in direzione ostinata e contraria. Poi Princesa, la storia di Fernanda, e ancora Khorakhané, con la cultura rom tramandata attraverso le generazioni quasi fosse, come dice Mannoia, «affidata al vento».
Sono storie differenti eppure sembrano appartenere tutte alla stessa geografia umana: quella di chi rimane ai margini della fotografia mentre il mondo sistema al centro quelli che considera normali.
Per parlare della guerra bisogna scendere a terra
Poi il concerto cambia temperatura. Mannoia ricorda gli anni Settanta, quando la sua generazione pensava davvero che il mondo sarebbe diventato migliore. Si cantava la pace, si volevano mettere i fiori nei cannoni. Mezzo secolo dopo ci si ritrova invece nuovamente a discutere di guerre, trincee, bombardamenti, giovani mandati a morire.
E pronuncia una delle frasi più belle e dure della serata: per parlare della guerra bisogna «scendere a terra».
Perché è a terra che stanno i morti. A terra il sangue, le macerie, le madri, i figli. La guerra vista dall’alto è strategia; vista dal basso torna a essere ciò che è: dolore.
E allora arriva La guerra di Piero.
Forse una canzone non fermerà mai una guerra. De André stesso, ricorda Mannoia, soffriva pensando che tutte quelle scritte contro la guerra non fossero servite a impedirne altre. Eppure una canzone può fare qualcosa di altrettanto necessario: impedirci di abituarci alla guerra.
Poco dopo Fiume Sand Creek porta il pubblico nel Colorado del 1864, nella strage dei Cheyenne e degli Arapaho. Mannoia racconta il massacro e l’impunità dei responsabili e arriva esplicitamente al presente, accostando quella tragedia alla sorte dei palestinesi. È uno dei momenti politicamente più netti della serata.
Dentro un castello carico di secoli accade così qualcosa di singolare: una canzone del Novecento racconta una strage dell’Ottocento per interrogare una guerra del XXI secolo. La storia cambia abiti, ma sembra avere una pessima memoria.
Gli altri siamo noi
Non c’è soltanto la guerra. C’è la fragilità mentale, ancora circondata da pregiudizi, prima de L’uomo coi capelli da ragazzo. Mannoia ricorda Alda Merini e osserva quanto facilmente accettiamo che possa ammalarsi un cuore o un fegato e quanto invece facciamo ancora fatica ad ammettere che possa ammalarsi la mente.
C’è Don Raffaè, con Pasquale Cafiero, servitore dello Stato costretto a chiedere al potere criminale ciò che dovrebbe essere garantito come diritto. E la conclusione della Mannoia è semplice: quando lo Stato lascia un vuoto, qualcun altro lo occupa. E quando fallisce lo Stato, falliamo un po’ tutti.
Ci sono poi i migranti. Prima di Mio fratello che guardi il mondo, Mannoia concede una delle sue incursioni più caustiche nella politica contemporanea: quella ridotta troppo spesso a TikTok, Facebook, X, alla ricerca compulsiva del like che domani potrebbe trasformarsi in voto. Non pretende di avere soluzioni sull’immigrazione. Chiede però di non dimenticare un dettaglio apparentemente banale e invece sempre più necessario: quando parliamo di migranti stiamo parlando di esseri umani.
E forse non è casuale che Fossati abbia scelto una parola ancora più impegnativa: fratello.
Il viaggio senza sapere dove si arriva
Ma la serata sa anche alleggerirsi. Ed è qui che emerge una Mannoia ironica, colloquiale, capace di passare dalla tragedia della Storia a una battuta.
Raccontando Panama, descrive quella misteriosa nave fossatiana che da più di trent’anni continua a vagare senza raggiungere apparentemente la destinazione. Confessa di avere chiesto direttamente a Fossati di scriverne finalmente il seguito. Lui avrebbe promesso di farlo. Lei, poco fiduciosa, sospetta che anche quello potrebbe finire, testualmente, «a cazzum».
Il pubblico ride. Ed è salutare.
Perché questo viaggio dell’anima non ha bisogno di essere trasformato in una funzione religiosa.
Del resto c’è un altro viaggio, quello di Lindbergh: l’uomo solo sopra l’Atlantico, chiuso nel suo piccolo aeroplano, sospeso per ore tra cielo e oceano. Per Mannoia quella di Fossati è soprattutto una metafora dell’esistenza: veniamo accompagnati, amati, sorretti, ma esiste un tratto della traversata che ciascuno compie inevitabilmente da solo.
E sotto il Castello l’immagine acquista una forza particolare: la storia resta immobile nelle pietre mentre la musica continua a viaggiare.
Una geografia di suoni
A rendere ancora più suggestiva la notte contribuisce una formazione capace di costruire intorno alla voce della Mannoia un paesaggio sonoro continuamente mutevole.
Carmelo Colajanni passa tra sassofoni, flauti, ciaramelle, launeddas, ocarina e zampogna. Teresa Corrado porta percussioni e lira calabrese, Denise Di Maria il charango sudamericano, oltre a chitarre, percussioni e voci. Strumenti provenienti da Sud diversi del mondo finiscono per incontrarsi sotto le mura sveve. Carlo Di Francesco percussioni e direzione artistica, Raul Scebba percussioni, Sebastiano Burgio al pianoforte, Pierpaolo Ranieri al basso e contrabbasso, Max Rosati alle chitarre e l’Orchestra Sinfonica di Altamura composta dai musicisti dell’Associazione Saverio Mercadante come cornice straordinaria.
E così, mentre le canzoni raccontano uomini e donne che attraversano confini, anche gli strumenti sembrano attraversarli.
Poi arrivano quelle melodie che non hanno più bisogno di presentazioni. La canzone di Marinella, Amore che vieni, amore che vai, Bocca di Rosa, Il pescatore. E ancora Lunaspina e La mia banda suona il rock, che riportano direttamente al sodalizio con Fossati. La scaletta del tour tiene insieme proprio questi diversi territori, dai brani di Anime salve ai classici dei due autori fino alle canzoni ormai inseparabili dalla storia della stessa Mannoia.
Quando arriva Bocca di Rosa, torna ancora una volta, sotto forma di ironia, il grande comandamento laico di De André: diffidare del giudizio della gente perbene. E Il pescatore, con quel pane e quel vino offerti senza chiedere la fedina penale all’uomo che li domanda, sembra quasi dare forma musicale alle parole pronunciate poco prima dalla Mannoia: De André le insegnò a non giudicare.
Le anime sono ancora salve
Infine arriva Anime salve. E a quel punto il titolo non appartiene più soltanto a un disco pubblicato trent’anni fa. Dentro quelle due parole sembrano essere confluiti tutti quelli incontrati durante la notte: Princesa, i Rom, Piero, gli indiani di Sand Creek, il brigadiere Cafiero, i migranti, gli uomini fragili, Bocca di Rosa, gli assassini ai quali un pescatore offre comunque da mangiare.
Gli esclusi. Gli irregolari. I solitari. Le anime, appunto.
Il bis riporta invece Fiorella anche dentro la propria storia: Sally, Mariposa e l’immancabile Quello che le donne non dicono , uno dei suoi cavalli di battaglia. E proprio qui la musica diventa occasione per un ultimo richiamo civile, quello contro la violenza sulle donne. Perché anche le canzoni più amate, quando hanno attraversato decenni e generazioni, possono smettere di essere soltanto memoria sentimentale e tornare a chiedere qualcosa al presente.
Poi rimangono gli applausi, il caldo della notte barlettana, le luci e quelle mura che tornano lentamente a essere soltanto mura.
Ma resta soprattutto una frase pronunciata dalla Mannoia. Se siamo ancora capaci di commuoverci ascoltando queste canzoni, dice in sostanza, allora forse le nostre anime sono salve.
Ed è difficile trovare una conclusione migliore.
Perché De André e Fossati non hanno salvato il mondo con le loro canzoni. Nessuna canzone può farlo. Non hanno fermato le guerre, cancellato il razzismo, sconfitto la criminalità, eliminato il pregiudizio o restituito automaticamente dignità agli ultimi.
Hanno fatto però qualcosa che, in tempi come questi, continua ad avere un suo ostinato valore: ci hanno insegnato a guardarli.
E se, uscendo dal fossato del Castello di Barletta, riusciamo ancora per qualche minuto a guardare il mondo con gli occhi di chi resta indietro, allora aveva ragione Fiorella. Nulla è perduto. Non ancora.
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