Nutrire o ingrassare? Secondo l’Oxford English Dictionary, il verbo inglese to feed («nutrire») è stato per qualche tempo sinonimo di «ingrassare»: indicava tanto chi è in posizione attiva (consumare cibo, mangiare) quanto chi è in posizione passiva (essere ingrassato), come nell’uso di to feed e to feed up riferito all’ingrasso di un animale destinato alla […]

Nutrire o ingrassare?

Secondo l’Oxford English Dictionary, il verbo inglese to feed («nutrire») è stato per qualche tempo sinonimo di «ingrassare»: indicava tanto chi è in posizione attiva (consumare cibo, mangiare) quanto chi è in posizione passiva (essere ingrassato), come nell’uso di to feed e to feed up riferito all’ingrasso di un animale destinato alla vendita o alla macellazione.

Un’analogia semantica che fa il paio con la parola «obesità», derivata dal latino obesitas e, prima ancora, da obesus, participio di obedere («divorare, mangiare da ogni parte», da ob- ed edere, «mangiare»): obesus indica così un individuo che, per così dire, si è divorato tanto da diventare grasso.

Greci e Romani trovavano analogie tra umani e animali, tanto che Platone spiega: la vita di certa gente consiste di banchetti e di un’eterna ricerca di ciò che è basso e volgare; come animali col capo chino a terra, si rimpinzano di pastura e si accoppiano.

Secondo Seneca, gli uomini grassi e dissoluti stanno svegli sino a tardi e schivano l’esercizio fisico, assomigliando a uccelli ingrassati per essere uccisi.

Le persone in cui la distanza tra ombelico e petto è maggiore di quella tra petto e collo sono, in questa lettura fisiognomica, ingorde e insensibili. In esse la capacità di provare emozioni delicate e le funzioni percettive risultano ostacolate. Ai movimenti fiacchi e flemmatici corrisponde il torpore e la goffaggine mentale.

Quando Socrate rivelò di volersi dedicare alla danza, gli amici risero: era tozzo e brutto, paragonabile a un sileno. Platone, dal canto suo, disapprova la grassezza come dimostrazione tangibile di oziosità, sovralimentazione e sottomissione animalesca.

Una sottomissione servile ai propri desideri poteva scivolare nella resa agli eccessi, contraria alla via di mezzo.

Per Aristotele, un equilibrio tra gli appetiti e i piaceri è la virtù morale: la giusta via di mezzo tra due vizi opposti, uno per eccesso e uno per difetto. Il celebre medico greco Ippocrate di Coo riassumeva un concetto affine nella massima: «Fa’ che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo».

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