À rebours esce nel 1884. Capolavoro di Joris-Karl Huysmans, ancora oggi è considerato il romanzo manifesto del Decadentismo e dell’estetismo europeo. Come tradurre il titolo? Controcorrente? No. Forse meglio “A ritroso“. E qui spieghiamo perché: perché la società non va affatto avanti. Va indietro. A ritroso. E per comprenderlo, basta leggere Huysmans. E a nulla […]
À rebours esce nel 1884. Capolavoro di Joris-Karl Huysmans, ancora oggi è considerato il romanzo manifesto del Decadentismo e dell’estetismo europeo. Come tradurre il titolo? Controcorrente?
No. Forse meglio “A ritroso“. E qui spieghiamo perché: perché la società non va affatto avanti. Va indietro. A ritroso. E per comprenderlo, basta leggere Huysmans.
E a nulla valsero le critiche di quanti, suoi contemporanei, provarono a tagliare le gambe a questa cosa che avrebbe comunque percorso secoli (lo fa tutt’ora) con la sola forza delle sue idee.
Prendiamo ad esempio Barbey d’Aurevilly, che in un suo articolo del Constitutionnel datato 28 luglio 1884, scrisse:
“Dopo un libro simile, all’autore non resta che scegliere tra la canna di una pistola e i piedi della croce”.
Gli rispose Huysmans: “Già fatto“. Risposta più reale che ironica: l’autore, infatti, dopo aver dato alle stampe la più celebre delle sue opere, decise di prendere i voti e ritirarsi in eremitaggio. À rebours ne fu la causa? Non la sola. Ne fu però la spinta decisiva. E lo si capisce solo leggendolo. “Di questi tempi, non esiste più nulla di autentico; poiché il vino che si beve e la libertà che si proclama sono adulterati e ridicoli; poiché, infine,
occorre una dose davvero singolare di buona volontà per credere che le classi dirigenti siano rispettabili e che le classi assoggettate siano degne di essere soccorse o compiante…“
Così dice Des Esseintes, il protagonista del libro, alter ego dell’autore. Des Esseintes è un ricco e colto patrizio, un raffinatissimo esteta che, per sfuggire alla volgarità dilagante nella società, si crea nella solitudine una vita artificiale, ben presto riconosciuta impossibile, anzi finanche distruttiva.
Guy de Maupassant definì il romanzo come “la storia di una nevrosi”, ma ciò è riduttivo. Tra le pagine di una storia che di narrativo ha ben poco, trattandosi di un esteta che si ritira a vita privata in campagna, leggiamo: “quando l’epoca in cui un uomo di talento è costretto a vivere è piatta e sciocca, l’artista si ritrova – persino a sua insaputa – perseguitato dalla nostalgia di un altro secolo. Non riuscendo a entrare in sintonia, se non in rari momenti, con l’ambiente in cui si muove (…) emergono vaghi desideri di migrazione, che prendono forma definita attraverso la riflessione e lo studio. Istinti, sensazioni e inclinazioni ereditate si risvegliano, si precisano e si impongono con un’autorità imperiosa. (…) giunge infine un momento in cui egli evade violentemente dal penitenziario del proprio secolo per aggirarsi, in piena libertà, in un’altra epoca con la quale – per un’ultima illusione – gli pare che avrebbe trovato una sintonia ben maggiore”.
Da qui all’eremitaggio il passo è breve.
Huysmans riesce a dipingere in modo sublime l’unione tra l’edonismo epicureo, visto come l’assenza di dolore (di cui l’eremitaggio ne è la maggiore espressione) e l’estetica cirenaica, quel piacere sensistico di cui Oscar Wilde sarà il maggior esponente ma in senso regressivo rispetto alla visione del francese. Entrambi però perseguirono un “tentativo” destinato comunque al fallimento, ed entrambi anticiparono di quasi un secolo la philosophie de la liberté sartriana, quella che porta dritto l’uomo tra lo stato di nausée ed il soddisfacimento della tensione naturale alla libertà.
Ne abbiamo le prove in altri passaggi del romanzo, che prendono una piega fortemente politica: “E quale punto di contatto poteva mai esserci tra lui e quella classe borghese che era ascesa a poco a poco, traendo profitto da ogni disastro per arricchirsi, provocando ogni catastrofe pur di imporre il rispetto per i propri misfatti e i propri raggiri?
Dopo l’aristocrazia di nascita, era giunta l’aristocrazia del denaro; era il califfato dei banchi commerciali, la tirannia di un ceto mercantile dalle idee venali e anguste, dagli istinti vanitosi e subdoli.
Più scellerata e vile della nobiltà spogliata dei suoi privilegi e del clero decaduto, la borghesia ne aveva fatto propria l’ostentazione frivola e la iattanza ormai fuori tempo – degradandole però con la sua totale mancanza di buone maniere – e ne aveva rubato i difetti, trasformandoli in ipocriti vizi. Autoritaria e insidiosa, meschina e codarda, essa mitragliava senza pietà la sua eterna e necessaria vittima: la plebe, che essa stessa aveva sguinzagliato e aizzato affinché si scagliasse alla gola delle vecchie caste!
Ormai era un dato di fatto. Una volta compiuto il lavoro sporco, la plebe era stata – per una sorta di misura igienica – dissanguata; il borghese, ormai rassicurato, sedeva trionfante e gioviale, forte del proprio denaro e del contagio della propria stupidità.
Il risultato del suo avvento era stato lo schiacciamento di ogni intelligenza, la negazione di ogni onestà, la morte di ogni arte; e, di fatto, gli artisti – ormai avviliti – si erano inginocchiati, coprendo di baci appassionati i piedi fetidi di quei grandi mercanti e meschini satrapi le cui elemosine li tenevano in vita!”.
Una critica politica senza tempo, ci pare di capire. Infatti, a ben vedere, nulla pare mutato dal 1884 a oggi.
Un Nostradamus del panorama sociopolitico europeo, quindi? Huysmans scrisse anche, a proposito degli europei suoi contemporanei: “Era il grande bagno penale dell’America trasportato nel nostro continente; era, insomma, l’immensa, profonda, incommensurabile volgarità del finanziere e del parvenu, che irradiava, come un sole abietto, sulla città idolatra, la quale — prostrata nel terra — vomitava cantici impuri davanti all’empio tabernacolo delle banche!“.
Nel romanzo una tale profonda disillusione finirà per acuirsi con l’isolamento dal reale e Des Esseintes, ormai spossato e prossimo alla follia, pressato da un medico, tornerà alla realtà sociale per curarsi dal suo male. Dovrà tornare a quella stessa realtà da cui era fuggito, proprio per lo stesso motivo.
Nulla di fatto, dunque? Huysmans ci lascia senza speranza alcuna di miglioramento? Senza cura?
“Ah sì? Questo libro è scoppiato come una granata tra i giovani artisti? Io pensavo di scrivere per dieci persone, di aprire una sorta di libro ermetico, sprangato agli occhi. Con mia grande sorpresa, è risultato che alcune migliaia di persone disseminate ai quattro angoli del pianeta fossero in uno stato d’animo analogo al mio, disgustati dalla trivialità ignominiosa del secolo attuale“.
Questo fu il commento di Joris-Karl Huysmans al successo editoriale di À Rebours.
E questo basta a confermare la nostra fiducia in un capolavoro che non finirà mai di illuminarci. E di spingerci a non abbassare la guardia davanti al degrado intellettuale e umano che prova, sempre, a ingoiare tutto.
