Perché in Italia i salari sono fermi da trent’anni Alla recente Assemblea Generale di Confindustria a Roma, il presidente Emanuele Orsini ha riportato al centro del …

Perché in Italia i salari sono fermi da trent’anni

Alla recente Assemblea Generale di Confindustria a Roma, il presidente Emanuele Orsini ha riportato al centro del dibattito burocrazia, caro energia, competitività e salari. Davanti alla platea degli industriali ha denunciato salari “troppo bassi” e “troppi contratti precari”, lanciando l’allarme: “Senza scelte coraggiose, la perderemo”, riferendosi all’industria italiana.

 

Il leader CGIL Maurizio Landini ha risposto con durezza: “Servono aumenti salariali veri, non annunci. Le imprese hanno avuto anni di sgravi e profitti, adesso tocca ai lavoratori.” Dalla presidente del Consiglio non è arrivato un intervento specifico sul tema.

 

Il confronto si è chiuso senza una sintesi, ma la questione resta aperta da anni. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, l’Italia è l’unico Paese avanzato del G20 con salari reali ancora inferiori ai livelli del 2008. In quindici anni la perdita cumulata è stata di circa l’8,7%. Nello stesso periodo Germania, Francia e Spagna hanno registrato aumenti compresi tra il 10 e il 24%, ampliando il divario competitivo.

 

Nel 2024 lo stipendio medio lordo italiano si è attestato intorno ai 33.500 euro, contro una media europea prossima ai 40.000. Germania e Francia restano nettamente più alte, mentre anche la Spagna ha ormai superato l’Italia.

 

Proprio il caso spagnolo viene osservato con attenzione dagli economisti. Dal 2019 il governo Sánchez ha aumentato il salario minimo legale da 736 a 1.184 euro mensili, una crescita di oltre il 60% in cinque anni. I salari italiani crescono quasi alla metà della media europea.

 

Produttività, inflazione e contratti

La stagnazione salariale italiana affonda le radici nella produttività. Dal 1999 al 2024 quella del lavoro è rimasta sostanzialmente ferma, mentre nei principali Paesi avanzati è cresciuta di circa il 30%. Uno squilibrio che nel tempo ha ridotto lo spazio per aumenti strutturali delle retribuzioni.

 

A questo si è aggiunto lo shock inflazionistico post-pandemia. Tra il 2019 e il 2024 i prezzi sono cresciuti molto più rapidamente dei salari contrattuali, provocando una perdita di potere d’acquisto recuperata solo in parte con i rinnovi più recenti.

 

Anche il funzionamento della contrattazione collettiva ha inciso. Una quota rilevante di lavoratori del settore privato opera con contratti scaduti o rinnovati con ritardi significativi. La contrattazione di secondo livello, legata alla produttività aziendale, rimane concentrata alle imprese più strutturate e coinvolge solo una parte limitata del tessuto produttivo.

 

Il vincolo fiscale e salariale

Il cuneo fiscale italiano si colloca intorno al 47% del costo del lavoro per un dipendente medio senza figli, tra i livelli più alti d’Europa.

In termini concreti. Se un’impresa sostiene un costo totale di 100 euro per un lavoratore, in busta paga ne arrivano circa 53, sui quali si applicano ulteriori imposte. Un aumento lordo di 100 euro al mese costa all’azienda circa 130 euro, ma si traduce in 55-60 euro netti in più.

 

Il sistema mostra inoltre una forte asimmetria fiscale. Il lavoro dipendente è la componente più tracciabile e tassata alla fonte, mentre altre forme di reddito presentano margini più ampi di elusione. L’evasione fiscale complessiva resta stimata oltre i 100 miliardi di euro annui.

 

Il risultato è uno spostamento strutturale del peso fiscale sul lavoro regolare, che aggrava la pressione su salari già deboli e con margini di crescita limitati.

 

Tra il 2008 e il 2024 l’Italia è l’unico Paese G20 avanzato con salari reali in calo, secondo l’OIL (ph. autore)

La trappola dei salari bassi

Nel tempo si è consolidato un meccanismo che tende ad alimentarsi da solo. Salari bassi comprimono i consumi, i consumi deboli rallentano la crescita, la crescita insufficiente frena gli investimenti e la produttività, mentre la produttività stagnante limita ulteriormente gli aumenti salariali. Un circuito che si ripete da anni, indipendentemente dalle diverse fasi economiche.

 

A questo si aggiunge il peso del debito pubblico, pari a circa il 144% del PIL, che assorbe ogni anno decine di miliardi in interessi. La pressione fiscale complessiva, intorno al 42,6% del PIL, grava così sul lavoro regolare, mentre una parte della spesa pubblica resta vincolata a inefficienze e misure stratificate nel tempo.

 

La via d’uscita c’è, ma è stretta

Gli economisti indicano da tempo alcune direttrici di intervento, anche se nessun governo le ha mai applicate in modo organico.

 

Primo. Rinforzare la digitalizzazione fiscale, per ridurre l’evasione e recuperare almeno 20-30 miliardi l’anno di gettito oggi non incassato. Su questo fronte la fatturazione elettronica obbligatoria ha prodotto risultati, ma le resistenze politiche restano forti.

 

Secondo. Riallocazione della spesa pubblica, spostando risorse da sussidi improduttivi e agevolazioni ingiustificate verso la riduzione del cuneo sul lavoro dipendente. Anche qui, il problema non è tecnico ma politico.

 

Terzo. Aumentare la contrattazione aziendale di secondo livello, agganciata alla produttività, per collegare gli aumenti salariali alle performance reali delle imprese. Un modello che incontra però resistenze sia nel mondo delle piccole imprese sia in parte del sindacato.

 

Nessuna di queste misure richiede di smontare il welfare. Tutte però richiedono scelte politiche che finora nessun governo ha fatto. Alla domanda, perché i salari in Italia sono bassi? Perché la produttività è debole e perché il sistema fiscale e contrattuale tende a scaricare sul lavoro dipendente il peso del finanziamento pubblico, in un contesto di crescita economica stagnante.

 

L’assemblea di Confindustria si è conclusa. I tavoli sindacali sono aperti. Il decreto sul salario giusto è legge. I salari sono ancora fermi al palo.

 

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