Di seguito la dichiarazione del cardinale Baldo Reina, vicario del Papa per la Diocesi di Roma, in merito alla questione di Spin Time
Città del Vaticano, 8 agosto 2026 – Negli ultimi giorni la città di Roma si è lasciata interpellare e interrogare dalla vicenda Spin Time. A seguito dell’incendio scoppiato all’interno del palazzo a pochi passi dalla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, la comunità di circa 400 persone che da 13 anni abitava quel luogo si è vista costretta a stare in mezzo alla strada.
Ancora una volta si è resa visibile la parabola del buon Samaritano: c’è qualcuno che viene lasciato a terra, e ci sono tanti che passano oltre facendo le proprie valutazioni.
Il laboratorio di convivenza tra giovani, migranti, anziani e persone di diverse culture e religioni che animava quel palazzo ha goduto di un interesse trasversale. È stato oggetto di studi e di critiche, di attenzione mediatica e di controversie politiche. La bilancia oscillava
costantemente tra il tema dell’occupazione abusiva e quello della convivenza sociale, con esiti e polarizzazioni sempre dietro l’angolo.
In tanti si sono chiesti se vi sia stata un’attenzione della Chiesa e, in caso, in quale direzione.
Come se la promozione della fraternità e dell’amicizia sociale dovesse avere per forza di cose un colore politico o un’appartenenza ideologica. Troppo spesso, davanti al dolore, rischiamo di essere come il sacerdote e il levita della parabola: uomini delle istituzioni e del sacro che guardano, giudicano e passano oltre, girandosi dall’altra parte per non contaminarsi con la complessità della realtà.
Vedere quelle persone in mezzo alla strada – così come vedere tanti fratelli e sorelle in questa città privati di un tetto e di una sistemazione dignitosa – ci ha interrogati profondamente. L’uomo, ogni uomo, rimane sempre la via privilegiata della Chiesa, un
principio cardine che Papa Leone XIV ha rimesso al centro della sua recente lettera enciclica Magnifica Humanitas, esortandoci a custodire la persona e la sua dignità infinita.
L’uomo lasciato a terra rimanda all’impegno a essere, come Gesù, il buon Samaritano che si china sulle ferite di un’umanità malata, se ne fa carico e cerca di alleviarne le sofferenze. Nel Vangelo di Luca, alla domanda su chi sia il prossimo, Gesù risponde indicando proprio
l’uomo ferito e derubato sulla via di Gerico. Egli non chiede da dove venga quell’uomo o quale sia la sua colpa, ma dice semplicemente: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37).
Questo stile ci riporta a un’altra pagina di Vangelo, quella del giudizio finale: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Cristo non abita nei palazzi del potere, ma si identifica con chi è affamato, forestiero o rimasto senza tetto. In un tempo di profonde solitudini e di complessivo sfaldamento dei legami sociali, avere luoghi ed esperienze in cui si prova a stare insieme, ad abbattere le
barriere e a creare una convivenza pacifica è una sfida da accogliere e da promuovere.
Mettere insieme interessi privati, bene comune, impegno civico e ricerca della legalità e della sicurezza non è stato facile. L’esito finale potrebbe far pensare a un complessivo fallimento, soprattutto dopo l’irrigidimento delle trattative. Ma non si è trattato di un braccio di ferro e
sarebbe ingiusto parlare di “vincitori” e “vinti”.
Quello che è accaduto e, ancor di più, quello che accadrà rimane una domanda aperta: siamo in grado di creare occasioni concrete di fraternità e di amicizia sociale? Attingendo alle parole che Papa Francesco ci ha consegnato nell’enciclica Fratelli tutti, la vera cura del mondo e della città si misura da come la società sa raccogliere chi è caduto: «L’inclusione o l’esclusione di chi soffre lungo la strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi» (FT, 69).
Sarebbe quindi sbagliato archiviare la vicenda Spin Time con il solo sgombero del palazzo.
Questa città affronta un problema serio: il rischio di perdere l’anima che da sempre costituisce la sua vera identità.
Tuttavia, vedere la rete di solidarietà attorno alle persone rimaste in mezzo alla strada ci fa ben sperare. Toccare con mano la gratuità di tanti che si sono dati da fare per procurare cibo, tende, giochi per bambini e ripari di fortuna per gli anziani è un segno di luce. L’Apostolo Paolo ci insegna che «non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e
familiari di Dio» (Ef 2,19). Questa è la vocazione più profonda di Roma: trasformare l’estraneità in familiarità.
Non si tratta di difendere a tutti i costi un “centro” fisico, ma di non perdere di vista la fraternità, vero “centro” di questa nostra città. È la voglia di costruire una comunità in cui non prevalga l’interesse del più forte; una comunità in cui, oltre a costruire case (che servono), impariamo a edificare legami (che rimangono).
La Chiesa di Roma, chiamata a presiedere nella carità, c’è. E sarà sempre dalla parte delle persone che alzano il loro grido di sofferenza, che cercano una mano tesa, e una comunità da chiamare casa.