Il Grande Bestiario della Terza Repubblica

Cronache dal Recinto della Politica Italiana C’è un momento preciso in cui la dialettica democratica di una nazione smette di assomigliare alla filosofia del Contratto Sociale e inizia a sovrapporsi, con sconcertante aderenza, alle tavole illustrative di un trattato di etologia comparata. Quel momento è scoccato con definitiva chiarezza quando Roberto Vannacci, dal palco di […]

Cronache dal Recinto della Politica Italiana

C’è un momento preciso in cui la dialettica democratica di una nazione smette di assomigliare alla filosofia del Contratto Sociale e inizia a sovrapporsi, con sconcertante aderenza, alle tavole illustrative di un trattato di etologia comparata. Quel momento è scoccato con definitiva chiarezza quando Roberto Vannacci, dal palco di un comizio a Pescara insidiato dalle contestazioni, ha sorriso al pubblico e, guardando i manifestanti, ha chiosato: «Sembra di stare allo zoo». In quell’istante, il generale riteneva plausibilmente di ricoprire il ruolo del visitatore pagante. Non aveva avvertito, nella foga oratoria, lo scatto del chiavistello: il sistema politico italiano lo aveva già categorizzato, catalogato e rinchiuso nell’esibizione principale. Vannacci è diventato, a tutti gli effetti, il Canguro della nostra politica. Un’entità aliena al recinto tradizionale, dotata di balzi imprevedibili e di una tasca marsupiale pronta a contenere un consenso che sconcerta i tassonomi della partitocrazia, capace di posizionarsi nei sondaggi attorno a cifre rilevanti e di suscitare l’inquietudine di una quota maggioritaria dello stesso elettorato di centrodestra.

Tuttavia, ridurre l’ecosistema istituzionale a un’esibizione solitaria del marsupiale sarebbe una miopia analitica. L’ecosistema politico nazionale, osservato con il rigore metodologico che si conviene alle cose umane quando sconfinano nel grottesco, rivela un bestiario mirabilmente strutturato, in cui ogni attore incarna una nicchia ecologica precisa.

Alla sommità della catena alimentare siede Giorgia Meloni, incontestabile Leonessa del sistema. Ha superato la soglia dei 1.400 giorni di permanenza a Palazzo Chigi con la calma felina di chi ha compreso che il segreto della longevità non risiede nel ruggito belligerante della giovinezza, bensì nell’arte del risparmio energetico e nel controllo territoriale del branco. Accanto a lei si aggira Matteo Salvini, la Iena Camaleontica: un predatore d’opportunità costretto a mutare continuamente la sfumatura del proprio mantello oratorio tra toni identitari e richiami alla tradizione per non farsi oscurare la preda dai balzi del Canguro. A bilanciare le tensioni dell’area governativa provvede Antonio Tajani nelle vesti del Gufo: figura notturna e riflessiva, custode dell’ortodossia europeista e della moderazione, che osserva le agitazioni della savana dalla sicurezza dei rami alti delle istituzioni comunitari, dispensando frammenti di ovvietà rassicurante. Chiude la compagine di maggioranza Maurizio Lupi, il Castoro: instancabile tessitore di alleanze, alieno agli eccessi di visibilità, dedito esclusivamente alla costruzione di dighe normative e compromessi d’aula capaci di trattenere le piene della maggioranza.

Sul versante opposto del recinto, la dinamica non difetta di fascino etologico. Elly Schlein si muove con la falcata della Gazzella: agile, proiettata verso la corsa nei sondaggi, costretta a un’accelerazione costante per evitare le insidie di un terreno insidioso. A contendere l’egemonia del pascolo interviene Giuseppe Conte, incarnazione ideale della Volpe: figura tattica, abile nello schivare i nodi programmatici e incline a porre vincoli d’accesso al campo comune pur di preservare la propria autonomia di caccia, mentre le ombre del passato continuano a turbare la sua tana. Attorno al perimetro si agitano le figure minori ma velenose: Carlo Calenda, il Furetto, reattivo e pungente nel denunciare le incongruenze altrui con l’acume della satira; e Matteo Renzi, lo Scoiattolo, specialista nell’accumulo e nella gestione di micro-riserve di potere strategico, pronto a rispolverare la propria utilità marginale nell’imminenza dei passaggi elettorali. La spinta ideale e di protesta è invece presidiata da un manipolo di specie specializzate: Angelo Bonelli, il Tasso, che scava scettico nel terreno dei temi ambientali e democratici senza cedere alla stanchezza; Nicola Fratoianni, il Lupo di Macchia, intento a difendere la purezza dell’ideologia e la rigidità della linea d’opposizione; e infine Riccardo Magi, il Falco, dall’occhio vigile sui diritti civili e sulle maglie procedurali che rischiano di restringere gli spazi della partecipazione.

Quando si analizzano le interazioni tra queste specie, la narrazione della politica istituzionale cede il passo alle dinamiche della sopravvivenza biologica. La stabilità del governo non si regge sulla convergenza ideologica, ma sul sottile equilibrio di potere tra la Leonessa, che rivendica la leadership del territorio, e le reazioni nervose del Camaleonte, il quale avverte la compressione del proprio spazio vitale a causa della presenza ingombrante del Canguro. In questa tenaglia, il Castoro e il Gufo operano come fattori di stabilizzazione sistemica: il primo riparando i danni strutturali con la pazienza della mediazione, il secondo rassicurando i partner esterni sulla tenuta del recinto.

Sul fronte dell’opposizione, la convivenza all’interno del cosiddetto “campo largo” evidenzia le classiche aporie dei raduni multispecifici. La Gazzella tenta di imprimere una direzione unitaria alla corsa, ma è continuamente rallentata dalle schermaglie tattiche della Volpe, ritrosa a sottomettersi alle gerarchie numeriche, e dai morsi del Lupo, poco incline ai compromessi di facciata. Sullo sfondo, il Furetto e lo Scoiattolo alternano scorribande critiche a sortite negoziali, mentre il Tasso e il Falco continuano a segnalare dall’alto e dal basso le crepe costituzionali e ambientali di un habitat sempre più ridotto.

In questo quadro di fibrillazione permanente, la battuta pronunciata da Vannacci a Pescara rivela la sua natura involontariamente profetica. L’illusione di poter rimanere spettatori al di fuori delle gabbie è durata lo spazio di un mattino. La politica italiana del nostro tempo è un’esibizione collettiva in cui ogni attore interpreta con rigore la propria natura etologica. E la domanda fondamentale che si pone al cittadino-visitatore, mentre osserva il Canguro balzare da una trincea mediatica all’altra e la Leonessa difendere i confini del proprio dominio, non riguarda più la qualità dei programmi di governo, bensì la tenuta delle strutture: fino a quando la recinzione riuscirà a contenere le ambizioni e le contorsioni di questo straordinario bestiario?

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