L’arte di Vanessa Pancotti ‘incenerisce’ l’inceneritore: da Marino un’opera contro la distruzione, che trasforma gli scarti

‘Antropocene stellare’ è una tela dell’artista Vanessa Pancotti, in arte Vanish, che piace agli attivisti: materiali di scarto diventano arte e messaggio contro l’inceneritore di Santa Palomba, il taglio dei boschi e la crisi ambientale dei Castelli Romani.

‘Piccola’ nelle dimensioni, 50 per 70 centimetri, immensa per significato, richiami e simbologie: ‘Antropocene stellare’, l’opera su tela realizzata da Vanessa Pancotti, artista originaria di Marino, è un lavoro nel quale materia, colore e natura si incontrano per raccontare l’impatto dell’essere umano sull’ambiente. Un impatto che non si consuma a migliaia di chilometri di distanza da noi, in qualche luogo remoto del pianeta, ma che riguarda da vicino il nostro territorio, con le sue conclamate ‘vie crucis’: il cantiere dell’inceneritore di Santa Palomba, il taglio dei boschi, la crisi idrica ed ecologica che affligge i Castelli Romani.
La forza di ‘Antropocene stellare’ sta nel fatto che non è una ‘semplice’ opera di denuncia. Dentro la distruzione, si fa strada un messaggio di speranza, riscatto e rigenerazione: ciò che diventa rifiuto può avere una seconda vita. E le ferite provocate all’ambiente, possono ancora essere curate. In questo senso, l’arte di Vanish esprime poeticamente il fermo dissenso rispetto a un preciso modello economico: mentre l’inceneritore distrugge il rifiuto attraverso il fuoco, lei lo recupera e lo trasforma in materia, immagine e significato.
È un moto opposto al bruciare, un gesto simbolico e artistico di resistenza per ricordare che ogni cosa può essere trasformata anziché distrutta. Un lavoro originale, sensibile e profondo, che porta con sé un messaggio di consapevolezza, rigenerazione e speranza. Non a caso, l’opera è molto apprezzata dagli attivisti dell’Unione dei Comitati contro l’inceneritore di Santa Palomba, perché condensa i temi di una battaglia che riguarda rifiuti, ambiente, territorio e futuro.
L’artista vive e interpreta visceralmente le problematiche del nostro tempo e del cosiddetto Antropocene, l’epoca nella quale l’azione umana ha raggiunto una capacità di trasformazione del Pianeta paragonabile a quella di una forza geofisica. Nelle sue opere trovano così spazio gli sfregi inflitti al paesaggio, alla natura e allo stesso essere umano, in nome del profitto e di un modello di sviluppo che dimentica i limiti delle risorse naturali. Santa Palomba, lo stato dei boschi dei Castelli Romani e la crisi dell’acqua dei Colli Albani diventano parte di una riflessione profondamente locale e, al tempo stesso, universale. 

Dentro Antropocene stellare: la materia diventa cielo e galassia

A colpire, osservando l’opera, è innanzitutto il blu che avvolge la tela, costruisce un cielo profondo nel quale la materia di scarto assume forme nuove e inattese. Nella parte superiore, un grande vortice richiama una galassia in movimento. Al suo interno e tutt’intorno compaiono elementi metallici, bottoni, linguette e frammenti di lattine, trasformati in stelle, pianeti e corpi celesti. In basso, sulla destra, si sviluppa invece un albero materico, con un tronco ruvido e possente dal quale si diramano sottili fili metallici. I rami, apparentemente fragili, continuano a protendersi verso l’alto, mentre le foglie, anch’esse ricavate da materiali di recupero, sembrano quasi sospese nello spazio.
È un albero segnato, fiaccato dalla mano dell’uomo, ma ancora vivo, ancora proteso verso il cielo. Si colgono richiami alla densità materica della ‘Notte stellata’ di Van Gogh, alla simbologia della natura e degli alberi di Klimt e al polimaterismo di Alberto Burri. Ma l’opera non si limita a citare o evocare straordinari riferimenti pittorici: da essi costruisce un linguaggio personale e contemporaneo. Un racconto di dove siamo, ma anche di dove potremmo essere.
Perché il cielo, la terra, l’albero, il rifiuto e la materia industriale non vivono qui come elementi separati. Tutto entra in relazione. E tutto, secondo l’artista, può essere trasformato. È un’opera che arriva all’osservatore per indurlo a guardare diversamente ciò che lo circonda e risponde a una delle finalità più rivoluzionarie dell’arte: non offrire risposte, bensì risvegliare un senso non ordinario della realtà. È la stessa Vanish a spiegare il significato profondo del suo lavoro a Castelli Notizie: “Mentre l’inceneritore cancella il rifiuto attraverso il fuoco, ‘Antropocene stellare’ lo riscatta dimostrando che anche l’oggetto più banale o inquinante può diventare parte di un nuovo ecosistema poetico anziché finire bruciato”.

Santa Palomba, i boschi e l’ambiente dei Castelli Romani sono ‘incorporati’  nell’opera

L’opera realizzata quest’anno, ‘incorpora’ anche le lotte ambientali sul territorio che l’artista conosce. “È ispirata alla trasformazione del rifiuto e nasce anche seguendo le battaglie degli attivisti contro il mega impianto di Santa Palomba. Quindi parla dell’inceneritore, ma anche della necessità di risanare le parti boschive dei Castelli Romani, perché seguo anche queste vicende e nelle mie opere mi esprimo molto attraverso gli alberi. L’inceneritore e tutte queste problematiche mi spronano”, racconta Vanessa Pancotti. Antropocene stellare è la seconda opera di una trilogia in corso di realizzazione.
Il riferimento ai boschi, dunque, non è soltanto decorativo. L’albero che attraversa la composizione porta con sé una simbologia precisa: la natura segnata dall’intervento umano, ma anche la capacità di rigenerarsi, cercare spazio, luce e futuro. E in un territorio come quello dei Castelli Romani dove la questione ambientale si intreccia con la diminuzione delle risorse idriche, la trasformazione del paesaggio, la pressione urbanistica e il depauperamento del patrimonio boschivo, quell’albero assume un significato ancora più diretto. Non è soltanto un elemento della composizione, ma la rappresentazione di una natura che resiste e chiede di essere preservata. “Al momento non partecipo attivamente ai Comitati su queste iniziative. Lo faccio attraverso la mia arte. Anche se mi piacerebbe”. Un impegno diverso, dunque, ma non per questo distante: l’arte come presenza consapevole e presa di posizione capace di raggiungere la comunità.

Linguette di lattina, bottoni e carta stagnola: il rifiuto diventa arte

Uno degli aspetti più originali di Antropocene stellare sta nella scelta dei materiali. La tela è realizzata con pasta modellante, polvere di quarzo bianco e pittura acrilica, a cui si aggiunge una lunga serie di elementi recuperati e sottratti alla loro funzione originaria: linguette di lattine di Coca-Cola e di tonno, fondi di lattine, bottoni di jeans e a pressione, carta stagnola, fili di alluminio zincato e ritagli metallici. Materiali della vita quotidiana e familiare diventano parte dell’opera: i bottoni a pressione dei body appartenuti alla figlia dell’artista si trasformano in stelle, mentre quelli di jeans e le linguette di tonno danno forma ai satelliti. I fondi delle lattine diventano pianeti. I fili di alluminio intrecciati diventano rami. La chiusura di un contenitore viene trasformata nelle foglie dell’albero, mentre uno scarto di un barattolo di ginseng trova a sua volta una seconda vita. È questa la forza del polimaterico di Vanish: nulla è mai solo ornamento. Ogni materiale conserva la memoria della propria origine e contemporaneamente acquisisce un nuovo significato. Il rifiuto non scompare. Cambia.

Da Burri alla materia che guarisce la ferita

L’artista stessa fa menzione del polimaterismo di Alberto Burri. Se nel linguaggio artistico del maestro umbro la materia rappresenta una ferita, una lacerazione e la memoria del dolore, Vanish prova a compiere un percorso personale diverso e complementare. Il suo polimaterico interviene per sanare quella ferita. “Facciamo parte di un tutt’uno con la materia che ci circonda”, è il concetto che attraversa la sua ricerca. Con questi presupposti, la materia non è qualcosa di morto o estraneo all’essere umano. Il metallo, il rifiuto, la terra, il legno, il corpo e il cosmo entrano in un sistema di relazioni. La materia non è elemento neutro, ma è portatrice di memoria, energia e simbolo. L’opera, infine, non è  semplice somma di parti e materiali differenti, ma un organismo nel quale ogni elemento entra in relazione con gli altri. Da qui nasce anche la definizione di ‘Polimaterico Olistico’ come  risposta alla frammentazione della contemporaneità.

Lavoisier arriva al Cielo: il riciclo come legge universale

A spiegare ancora più in profondità la filosofia di Antropocene stellare è la riflessione che l’artista ha affidato alla sua pagina Facebook, partendo dal celebre principio della conservazione della massa, formulato nel 1789 dal chimico Antoine-Laurent Lavoisier e che per molti è solo un vago ricordo dei tempi della scuola. Nell’opera di Vanish, però, quel principio assume un significato nuovo e cosmico. “Sono partita dalla legge di Lavoisier: ‘Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma’”. Per l’artista, il riciclo non è soltanto una pratica ecologica da applicare sulla nostra martoriata Terra. È qualcosa di più ampio: una legge che attraversa l’universo. Le stelle nascono, si trasformano e muoiono, ridistribuendo gli elementi che contribuiranno alla formazione di nuovi corpi celesti e nuovi mondi. Anche la materia prodotta dall’essere umano continua a esistere e lascia una traccia. Nell’opera compie un viaggio: dallo scarto della civiltà dei consumi sale lungo l’albero, raggiunge il cielo e diventa pianeta, stella, galassia. La ‘roba’ industriale si trasforma così in materia poetica.

Il racconto dell’Antropocene in arte

Il titolo dell’opera non è casuale. L’Antropocene è il concetto utilizzato per descrivere l’attuale fase della storia del Pianeta nella quale l’attività umana ha raggiunto una capacità di modificazione dell’ambiente tale da incidere profondamente sui sistemi naturali. Cementi, plastiche, metalli, asfalti, infrastrutture e rifiuti rappresentano alcune delle tracce più imponenti che la nostra civiltà sta lasciando sulla Terra. Nel 2000, il chimico e premio Nobel Paul Crutzen ha coniato e contribuito a rendere popolare il termine nel corso di una conferenza scientifica in Messico, proponendo una riflessione destinata a entrare nel dibattito scientifico, filosofico e culturale contemporaneo: l’essere umano è diventato una forza capace di modificare profondamente i sistemi naturali. Cambiamo il corso dei fiumi. Scaviamo montagne. Trasformiamo i paesaggi. Modifichiamo la composizione dell’atmosfera. Lasciamo tracce che potrebbero essere riconoscibili anche da un osservatore del futuro. Ed è proprio questa dimensione che Antropocene stellare prova a rappresentare attraverso i metalli. Gli oggetti della vita quotidiana, apparentemente insignificanti, diventano nell’opera la testimonianza di una presenza umana capace di arrivare ovunque.

Non soltanto sulla Terra, ma anche nello spazio. Una presenza che può distruggere e che, se guidata dalla responsabilità e dalla consapevolezza, può anche trasformare. Il filosofo della scienza e biologo evoluzionista Telmo Pievani ha più volte invitato a riflettere criticamente sul termine stesso di Antropocene: parlare genericamente di “umanità” rischia infatti di attribuire indistintamente a tutti la responsabilità di trasformazioni ambientali che dipendono anche da precisi modelli economici, sociali e produttivi. Una riflessione che dialoga bene con l’opera di Vanish. Perché Antropocene stellare non sembra accusare indistintamente l’essere umano. Piuttosto, pone domande ineludibili. Che cosa vogliamo fare della materia che produciamo? Distruggerla? Nasconderla? Bruciarla? O provare a reinserirla in un nuovo ciclo?

Valore pedagogico dell’opera: ogni cosa può rigenerarsi

La ricerca artistica di Vanessa Pancotti è orientata al benessere interiore e alla trasformazione dell’essere attraverso un linguaggio simbolico e polimaterico. Le sue opere traggono ispirazione dalla mitologia greca e romana, dalla psicanalisi junghiana, dalla filosofia di Nietzsche e dalle discipline olistiche. L’arte diventa uno strumento di conoscenza, guarigione e metamorfosi.
Diplomata nel 2005 all’Istituto Statale d’Arte Paolo Mercuri di Marino, nell’indirizzo ‘Arte dei metalli e dell’oreficeria’, l’artista porta oggi nella sua ricerca anche quella formazione legata alla lavorazione e alla conoscenza della materia. Ma in ‘Antropocene stellare’ il metallo non è soltanto una tecnica. È un messaggio. È il segno della civiltà contemporanea. Attraverso materiali differenti, l’opera diventa un campo di relazioni tra materia, spazio e coscienza. L’atto creativo prova a ricomporre la frattura che la contemporaneità produce tra essere umano e natura. Da qui emerge anche il valore pedagogico dell’opera, monito all’essere umano in ogni fase della vita, dalla culla alla tomba: rispettare l’ambiente significa, innanzitutto, rispettare noi stessi. In una tela piccola, costruita con ciò che normalmente gettiamo via, convivono il problema globale dell’Antropocene e le ferite concrete inferte ogni giorno al nostro territorio. E poi il cielo. Come se l’artista volesse ricordarci che non esiste un ‘altrove’ nel quale nascondere le conseguenze delle nostre azioni. Tutto resta. Tutto lascia una traccia, ma seguendo il principio che attraversa questo paesaggio, terrestre e celeste insieme, tutto può ancora trasformarsi. Anche una linguetta di lattina può diventare una stella.

Fonte: www.castellinotizie.itCastelli Romani

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