Velletri e l’Appia Antica, Sala Tersicore gremita per le testimonianze del prof. Coarelli e Diosono sulla Regina Viarum

Grande partecipazione a Velletri per “Lungo la Regina Viarum”, secondo appuntamento di Tracciati. Filippo Coarelli e Francesca Diosono hanno raccontato la Via Appia e le straordinarie testimonianze archeologiche del territorio veliterno

C’è una Velletri che affiora dalle carte degli archeologi, dai basoli ancora conservati tra le campagne, dai ponti, dai fossi, dalle tombe e dai frammenti reimpiegati nei muri. Un territorio attraversato per chilometri da una delle strade più celebri della storia e che, proprio per questo, possiede ancora molto da conoscere, tutelare e raccontare.

È stata questa Velletri, antica e in parte ancora nascosta, la protagonista del pomeriggio di sabato 26 settembre nella Sala Tersicore del Palazzo comunale, dove una partecipazione particolarmente numerosa ha accompagnato “Lungo la Regina Viarum: l’Appia antica e Velletri, tra storia e archeologia”.

Tanti cittadini hanno riempito la sala per ascoltare due relatori di assoluto rilievo come Francesca Diosono e Filippo Coarelli, in un appuntamento capace di tenere insieme ricerca scientifica, storia del territorio e una domanda che riguarda direttamente il futuro: quanto conosciamo davvero del patrimonio archeologico che si trova intorno a noi e quanto siamo capaci di trasformarlo in una risorsa culturale?

L’incontro si è svolto parallelamente alla due giorni di apertura straordinaria dei Musei Civici e al programma di “Aspettando la Festa dell’Uva”, in un fine settimana che a Velletri ha visto moltiplicarsi iniziative culturali, mostre, visite, musica e approfondimenti.

Ad aprire i lavori è stata la direttrice dei Musei Civici Raffaella Silvestri, che ha accolto il pubblico e i relatori e portato anche i saluti della vicesindaca e assessora alla Cultura Chiara Ercoli, impegnata altrove. Proprio Ercoli, poche ore prima, aveva partecipato all’avvio della intensa due giorni culturale, con l’apertura straordinaria dei Musei e il taglio del nastro della XIII edizione del Velletri Wine Festival “Nicola Ferri”.

“Tracciati”: le strade come racconto di un territorio

Quello veliterno è stato il secondo appuntamento di “Tracciati. Luoghi, storie e culture attraversando il Museumgrandtour”, il ciclo di undici incontri gratuiti promosso nell’ambito del Sistema Museale Territoriale dei Castelli Romani e Prenestini, con la Comunità Montana quale ente capofila. Il filo conduttore della rassegna sono proprio le vie che nei secoli hanno attraversato, collegato e trasformato questi territori: strade romane, ferrovie, itinerari del Grand Tour, cammini e nuove forme di comunicazione.

Castelli Notizie aveva seguito anche l’esordio del ciclo, una settimana prima a Lanuvio, dove nelle Segrete di Palazzo Colonna si era parlato della Via Appia dal XVI al XX miglio, con particolare attenzione alle nuove acquisizioni archeologiche del tratto che interessa Lanuvio, Albano Laziale, Ariccia e Genzano.

In quell’occasione il sindaco Andrea Volpi aveva utilizzato un’immagine efficace per descrivere il riconoscimento UNESCO ottenuto dalla Via Appia nel 2024: non un punto di arrivo, ma una “stazione di partenza”. Perché iscrivere la Regina Viarum nel patrimonio mondiale significa soprattutto assumersi la responsabilità di conoscerla meglio, proteggerla e trasformare quella consapevolezza in un progetto condiviso.

A Velletri quel viaggio è proseguito, spostandosi verso sud e arrivando in un territorio dove le tracce dell’antica strada sono numerose, talvolta straordinariamente conservate, in altre celate dal tempo e dall’incuria, e, allo stesso tempo, ancora molto meno conosciute di quanto meriterebbero.

Francesca Diosono e quei nove chilometri di Appia a Velletri

La prima relazione è stata affidata a Francesca Diosono, archeologa e professoressa associata, specialista del mondo romano e dei processi insediativi dell’Italia antica. Diosono ha lavorato e diretto ricerche in numerosi siti, tra i quali il Santuario di Diana Nemorense a Nemi, Fregellae e Terracina, e nel 2025 ha ricevuto dall’Accademia Nazionale dei Lincei il Premio internazionale “Helen L. Patterson”.

La sua è stata una relazione capace di accompagnare idealmente il pubblico lungo la Via Appia, partendo da Roma e arrivando progressivamente fino a Velletri.

La Regina Viarum esce dalle Mura Aureliane attraverso Porta San Sebastiano e, nel suo tratto iniziale, si presenta come una grande arteria basolata, sufficientemente larga da consentire il passaggio contemporaneo dei carri. Quasi immediatamente, lungo la strada, Roma cominciava a raccontare anche i propri morti: monumenti funerari, sepolcri e complessi catacombali accompagnavano il viaggiatore già nei primi chilometri fuori dalla città.

Una strada che nei secoli non ha mai smesso di esercitare fascino. Molto tempo dopo la Roma antica, sarebbe diventata infatti uno dei percorsi privilegiati anche dai viaggiatori del Grand Tour, attratti da quel paesaggio nel quale monumenti, ruderi e campagna restituivano fisicamente la presenza dell’antichità.

Ed è anche grazie a una lunga storia di tutela che oggi, alle porte di Roma, quel patrimonio può essere ancora letto attraverso il Parco dell’Appia Antica, la Caffarella, il Parco degli Acquedotti, la Villa dei Quintili, il Circo di Massenzio e altri straordinari complessi archeologici.

Ma il passaggio forse più interessante per il pubblico di Sala Tersicore è arrivato quando lo sguardo si è spostato sui Castelli Romani e, in particolare, su Velletri.

Diosono ha evidenziato la ricchezza delle testimonianze archeologiche veliterne, osservando come il territorio conservi una quantità di evidenze legate alla viabilità antica persino superiore a quella che comunemente si immagina. Eppure, proprio queste tracce sono spesso molto meno conosciute di quelle presenti nei centri vicini.

Nel territorio di Velletri risultano censiti circa 9 chilometri riconducibili al percorso dell’Appia e sono conosciuti diversi tratti basolati di notevole interesse.

Il viaggio archeologico proposto dalla studiosa ha attraversato luoghi i cui nomi appartengono ancora oggi alla geografia quotidiana della campagna veliternа: Montecagnoletto, San Gennaro, Colle Ottone Basso, Ponte Oscuro.

In alcuni settori il passaggio dei secoli e delle attività agricole ha modificato profondamente l’antica infrastruttura. Basoli spostati, tratti intaccati dalle lavorazioni dei terreni e materiali riutilizzati nei muri testimoniano quanto il paesaggio abbia assorbito, trasformato e talvolta cancellato parti della strada.

Altrove, invece, la Regina Viarum continua a mostrarsi con sorprendente chiarezza. Particolarmente significativo è proprio il settore di Colle Ottone, dove si conservano alcuni dei tratti più leggibili.

Ponti, fossi e una strada che modellava il territorio

L’Appia, del resto, non era semplicemente una linea tracciata sulla terra. Per mantenere il proprio percorso doveva misurarsi continuamente con la morfologia del paesaggio, attraversando fossi, corsi d’acqua e dislivelli.

Nel racconto di Diosono sono così riemersi Ponte di Mele e il Fosso di Mele, Colle Scarano, il Fosso di Civitana e poi un luogo particolarmente importante per l’archeologia veliternа: l’area di Soleluna.

È qui che si concentra uno dei contesti più ricchi e interessanti, anche alla luce dei rinvenimenti più recenti. Un’area nella quale le testimonianze raccontano una presenza articolata: capitelli, frammenti di colonne, sepolture cristiane e strutture che potrebbero ricondurre a ville e complessi termali.

Una stratificazione che lascia intuire come lungo l’Appia non scorresse soltanto il traffico dell’antichità. Intorno alla strada si organizzavano insediamenti, necropoli, attività e proprietà: era la strada stessa, in qualche modo, a dare forma al territorio.

Proseguendo idealmente verso sud si incontrano ancora il Fosso di Farina, via dei Fienili, il Fosso delle Mole e quello della Castella.

Una geografia archeologica che mette davanti a Velletri una possibilità affascinante: riuscire un giorno a ricomporre almeno parte di questi frammenti in un itinerario leggibile, riconoscibile e fruibile.

Perché, come emerso dalla relazione, il vero salto da compiere non riguarda soltanto la scoperta di nuovi reperti. Riguarda soprattutto la consapevolezza di ciò che già esiste.

Il prof. Filippo Coarelli, una lezione attraverso la nascita di Roma

Dopo Francesca Diosono la parola è passata al prof. Filippo Coarelli. E in questo caso definire il relatore semplicemente “archeologo” non basterebbe a restituirne il profilo.

Professore emerito dell’Università degli Studi di Perugia e socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, Coarelli è uno dei più autorevoli studiosi di Roma e dell’Italia antica. È membro, tra le altre istituzioni, della British Academy, dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres e dell’Academia Europaea. Ha ricevuto lauree honoris causa dalle Università di Tours, Clermont-Ferrand, Paris-Sorbonne, Oulu e Alicante ed è autore di oltre 500 lavori scientifici e divulgativi.

A Velletri ha offerto una lezione ampia, densa, capace di spostarsi continuamente dalla topografia alla storia politica, dall’archeologia all’arte, dalla monetazione alla società romana.

Più che limitarsi a raccontare l’Appia, Coarelli l’ha inserita nel grande processo attraverso cui Roma costruì il proprio rapporto con il territorio italiano.

Prima dell’Appia esistevano naturalmente altre direttrici fondamentali. La Salaria, tra le più antiche, metteva in relazione Roma con la Sabina. La Via Latina rappresentava invece uno dei principali percorsi interni verso sud e affondava le proprie origini in una viabilità arcaica connessa anche al mondo latino e all’area del Monte Albano.

Per muoversi da Roma verso l’Italia meridionale esistevano in sostanza due grandi possibilità geografiche: il percorso interno e quello costiero.

Ed è proprio su quest’ultimo asse che la Via Appia avrebbe rappresentato una svolta.

Una strada “rivoluzionaria”

Coarelli si è soffermato su un elemento apparentemente semplice ma culturalmente enorme: il nome. La Via Appia fu infatti la prima grande strada romana a legarsi direttamente al nome del magistrato che ne promosse la realizzazione, Appio Claudio Cieco.

Una scelta rivoluzionaria anche sul piano simbolico, perché il protagonista politico contemporaneo entrava nella memoria pubblica attraverso un’opera destinata a modificare il territorio per secoli.

Da quel punto il racconto del professore si è allargato alla Roma della fine del IV secolo avanti Cristo, mettendo in relazione la nuova infrastruttura con altre trasformazioni della società romana.

Coarelli ha richiamato, ad esempio, la comparsa del ritratto fisiognomico, indicando nel celebre Bruto Capitolino una delle testimonianze emblematiche di quella stagione, e ha affrontato anche il tema della nascita e della diffusione della monetazione in argento.

Strade, ritratti, moneta: elementi apparentemente lontani che, letti insieme, raccontano una società che stava cambiando dimensione e linguaggio, costruendo strumenti nuovi per governare territori sempre più vasti.

La strada, in questa prospettiva, non è dunque soltanto un’opera ingegneristica. È politica. È economia. È controllo dello spazio. È comunicazione.

Ed è uno dei segni più evidenti della trasformazione di Roma da città del Lazio a potenza italiana e, successivamente, mediterranea.

L’Appia perduta e ritrovata

Coarelli ha seguito anche le vicende successive della Regina Viarum, ricordando come il suo destino non sia stato lineare.

Con il passare dei secoli, e soprattutto a causa dell’impaludamento di vaste aree pontine, lunghi tratti dell’Appia finirono per diventare difficilmente percorribili. In età moderna, prima delle grandi opere di recupero e bonifica, l’antica arteria aveva in parte perso quella continuità che ne aveva fatto una delle infrastrutture più straordinarie del mondo antico.

Eppure la strada non è mai veramente scomparsa. È rimasta nel paesaggio, nei toponimi, nei basoli, nei ponti, nelle deviazioni dei sentieri, nelle pietre recuperate e riutilizzate, nei disegni dei viaggiatori e nei racconti degli archeologi.

Ed è forse proprio questo uno dei significati più profondi dell’incontro di Velletri.

La storia sotto i nostri piedi

Alla fine delle due relazioni, ciò che è rimasto nella Sala Tersicore non è stata soltanto una quantità impressionante di informazioni È rimasta soprattutto una sensazione: quella di vivere sopra e accanto a una storia molto più grande di quanto spesso si percepisca.

Quando si parla dell’Appia, Velletri rischia talvolta di sentirsi periferica rispetto alle immagini più celebri della strada: Roma, il mausoleo di Cecilia Metella, i grandi basolati, Ariccia.

E invece la relazione di Francesca Diosono ha mostrato quanto il territorio veliterno custodisca un patrimonio esteso, complesso e ancora in larga parte da raccontare.

Il problema, allora, non è soltanto sapere che quei nove chilometri esistono.

È renderli parte della coscienza collettiva della città.

Conoscerli significa poterli proteggere. Proteggerli significa poterli valorizzare. E valorizzarli può voler dire, un giorno, restituire alla comunità un percorso nel quale archeologia, paesaggio e turismo culturale dialoghino realmente tra loro.

È esattamente lo spirito con cui è nato “Tracciati”: non considerare le strade soltanto come linee che collegano un punto all’altro, ma come luoghi nei quali si sono mossi uomini, merci, idee, eserciti, artisti e culture.

Il Museumgrandtour, la più ampia rete museale territoriale del Lazio, sta costruendo attraverso questi undici appuntamenti un racconto comune tra musei e Comunità Montana dei Castelli Romani e Prenestini. 

E dopo Lanuvio, Velletri ha dimostrato che attorno a questo racconto esiste anche un pubblico. La Sala Tersicore piena di cittadini, rimasti ad ascoltare una lunga e impegnativa lezione di archeologia e storia antica, è forse la risposta più bella.

Perché la cultura non ha bisogno necessariamente di essere semplificata fino a perdere profondità per riuscire a coinvolgere.

A volte ha soltanto bisogno di essere raccontata bene, da chi quei luoghi li studia da una vita, e di una comunità disposta a riconoscere che una parte importante della propria identità è ancora lì, sotto i propri piedi.

E tutto questo, con grande e piena soddisfazione di chi, come la Direttrice dei Musei Civici veliterni, e il suo staff, quei contenitori e contenuti culturali prova a farli rivivere ogni giorno, affinché si trasformino – anch’essi – in “tracciati” in grado di collegare un glorioso passato con un miglior futuro.

Fonte: www.castellinotizie.it — Castelli Romani

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