Roma – Il tetto del 30% agli alunni con cittadinanza non italiana nelle classi prime partirà, secondo il decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre, dall’anno scolastico 2027/2028. Ma chiamarlo semplicemente “tetto agli stranieri” rischia di essere fuorviante. Alla primaria, infatti, il limite riguarda gli alunni con cittadinanza non italiana nati all’estero oppure […]
Roma – Il tetto del 30% agli alunni con cittadinanza non italiana nelle classi prime partirà, secondo il decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre, dall’anno scolastico 2027/2028. Ma chiamarlo semplicemente “tetto agli stranieri” rischia di essere fuorviante.
Alla primaria, infatti, il limite riguarda gli alunni con cittadinanza non italiana nati all’estero oppure che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Alle medie e alle superiori entrano nel conteggio gli studenti stranieri che non abbiano frequentato con esito positivo almeno tre anni del sistema scolastico nazionale.
Il dato importante, quindi, non è soltanto la cittadinanza: conta anche quanto e come si è frequentata la scuola italiana. È una distinzione che cambia sensibilmente la platea interessata.
E se una classe supera il 30%? Non è prevista una “punizione” per il dirigente. Gli Uffici scolastici territoriali, insieme alle scuole, dovranno redistribuire gli alunni tra istituti vicini, rispettando il principio di prossimità al domicilio. Quando il rispetto della soglia risulta comunque impossibile, il decreto prevede anche risorse per attività di potenziamento dell’italiano.
Qui, a mio avviso, sta il punto più delicato. Una percentuale può aiutare a distribuire meglio gli alunni, ma non può da sola fare integrazione. Servono insegnanti, corsi di italiano, mediatori, continuità didattica e una distribuzione equilibrata delle iscrizioni. Altrimenti il rischio è semplicemente spostare il problema da un’aula all’altra.
Il 30%, dunque, può essere letto come uno strumento organizzativo. La vera verifica arriverà dalla sua applicazione concreta: capire se riuscirà a evitare concentrazioni eccessive senza trasformare la mobilità degli studenti in un nuovo ostacolo al diritto allo studio. Il decreto dovrà comunque completare il proprio iter parlamentare per la conversione in legge.
