Spagna, Sanchez sempre più sulla graticola e senza maggioranza, le elezioni anticipate si avvicinano..?

Il problema per Pedro Sánchez non sono più soltanto due decreti sulla casa. È la fotografia che quei due decreti restituiscono della legislatura. Questa mattina, dalle 11, il Congresso spagnolo è chiamato a convalidare i due provvedimenti varati dal governo sull’emergenza abitativa. Junts ha annunciato che voterà contro se l’esecutivo non li ritirerà; Moncloa ha […]

Il problema per Pedro Sánchez non sono più soltanto due decreti sulla casa. È la fotografia che quei due decreti restituiscono della legislatura. Questa mattina, dalle 11, il Congresso spagnolo è chiamato a convalidare i due provvedimenti varati dal governo sull’emergenza abitativa. Junts ha annunciato che voterà contro se l’esecutivo non li ritirerà; Moncloa ha già risposto che non intende farlo. Salvo un ripensamento dell’ultima ora, il governo si presenta quindi in Aula sapendo di non avere i numeri necessari.

Il governo PSOE-Sumar dispone direttamente di appena 147 deputati su 350 ed è costretto a costruire una maggioranza diversa praticamente su ogni provvedimento. I sette parlamentari di Junts sono stati decisivi per la nascita dell’esecutivo, ma il partito di Carles Puigdemont aveva già ritirato il proprio sostegno parlamentare stabile, trasformando il rapporto con Sánchez in una trattativa dossier per dossier.

Per questo dire che la maggioranza “non esiste più” richiede una precisazione: esiste naturalmente un governo in carica e può ancora trovare voti in Parlamento. Quello che non esiste più è una maggioranza legislativa precostituita, capace di garantire a Sánchez l’approvazione della propria agenda.

Il precedente più pesante resta quello dei conti pubblici. La Spagna non approva un nuovo bilancio statale dal 2023 e ha prorogato quelle stesse cuentas per tre anni consecutivi. A luglio il Congresso ha respinto anche il quadro di spesa per il 2027. È difficile trovare un indicatore parlamentare più chiaro della fragilità nella quale si muove l’esecutivo.

Ora arriva la casa, probabilmente il dossier peggiore sul quale subire una nuova battuta d’arresto.

La crisi abitativa è diventata una delle grandi emergenze sociali spagnole. L’espulsione dall’abitazione dell’87enne Maricarmen Abascal ha provocato proteste e accampamenti, spingendo il governo a varare in fretta due decreti con proroghe degli affitti, protezioni contro gli sfratti, restrizioni agli acquisti speculativi e, nel secondo testo, la possibilità di rinnovo automatico dei contratti. Junts ha però deciso di non seguirlo.

E dietro il “no” c’è anche un interessante retroscena interno. Il partito è arrivato alla riunione decisiva diviso: una componente più disponibile al compromesso faceva capo al segretario generale Jordi Turull, mentre Míriam Nogueras rappresentava la linea più dura. Alla fine la decisione ufficiale di chiedere il ritiro di entrambi i decreti è stata presa all’unanimità. Puigdemont ha così scelto ancora una volta di mostrare che i suoi sette voti non appartengono al governo.

E c’è un particolare forse ancora più significativo. Junts non si limita a dire no: questa mattina consegnerà al PSOE un proprio decreto alternativo sulla casa, chiedendo che i due testi governativi vengano ritirati e che la trattativa riparta dalla proposta catalana. È quasi un rovesciamento dei rapporti di forza: non è più semplicemente Sánchez a cercare i voti di Junts per una legge del governo, ma Junts a presentare al governo il testo dal quale pretende di ripartire.

Moncloa, però, ha deciso di non arretrare.

Ed è qui che emerge probabilmente la scelta politica più interessante di Sánchez. Il governo avrebbe potuto ritirare i decreti ed evitare una sconfitta. Ha scelto invece di mandarli ugualmente al voto, sostenendo che PP, Vox e Junts debbano “mostrare da che parte stanno”.

Non solo. PSOE, Sumar ed ERC hanno chiesto che la votazione avvenga per appello nominale: ogni deputato dovrebbe alzarsi e pronunciare pubblicamente il proprio sì, no o astensione. È difficile non leggere questa mossa anche come il tentativo di trasformare una debolezza parlamentare in un’arma politica.

Sánchez non riesce a garantire l’approvazione dei decreti? Allora prova a cambiare terreno: dal conteggio dei voti al racconto politico del voto.

È una strategia che si vede chiaramente anche nelle parole utilizzate dal governo: non discutere soltanto se il decreto sia tecnicamente corretto, ma costringere gli avversari a essere associati pubblicamente alla sua bocciatura.

E la scelta non è casuale. Un sondaggio 40dB pubblicato proprio oggi indica che il 67,5% degli intervistati è favorevole a limiti sui prezzi degli affitti, con maggioranze anche tra gli elettori di PP e Vox. Altre misure di intervento sulla casa raccolgono percentuali ancora superiori. È quindi comprensibile che Moncloa consideri il dossier abitativo un possibile terreno sul quale tentare di ricompattare l’elettorato progressista. Da qui nasce anche il paradosso di questa fase politica.

Più la maggioranza parlamentare si restringe, più Sánchez può essere tentato di utilizzare le sconfitte in Congresso per costruire il racconto della prossima campagna elettorale: un governo che propone misure sociali e un Parlamento che le blocca.

Ma è una strategia nata da una condizione di debolezza reale.

Perché la lista dei problemi si allunga. Ai bilanci bloccati e alla rottura con Junts si aggiungono le tensioni derivanti dalla crisi migratoria di Ceuta, dove a luglio sono entrate oltre 70 mila persone dal Marocco e dove a fine settembre si è dimesso il rappresentante del governo spagnolo, dopo settimane di polemiche sulla gestione dell’emergenza.

Sul fondo restano inoltre le inchieste giudiziarie che hanno interessato esponenti del PSOE e persone vicine al presidente, altro elemento che negli ultimi mesi ha alimentato lo scontro con le opposizioni. Reuters ha indicato proprio il peso delle indagini per corruzione come una delle ragioni per cui alcuni partiti minori che in passato avevano sostenuto il governo hanno preso le distanze dalla fase finale della legislatura.

Poi ci sono i sondaggi. Anche qui occorre evitare conclusioni definitive: un sondaggio non è un risultato elettorale. Ma il barometro 40dB di settembre fotografava il PP al 32,4%, il PSOE al 27,6% e Vox al 17,8%; PP e Vox insieme raggiungevano il 50,2%, mentre PSOE, Sumar e Podemos si fermavano complessivamente al 36,1%. È una fotografia sfavorevole al blocco progressista, non una previsione certa su come voteranno gli spagnoli quando arriveranno realmente alle urne.

Il premier continua a dire pubblicamente che le elezioni saranno nel 2027. Il 14 settembre ha ribadito che la sua intenzione è arrivare fino all’ultimo giorno della legislatura, pur precisando che valuterà il momento della convocazione in funzione degli appoggi parlamentari e di quello che considera l’interesse generale. Politicamente, però, la questione è un’altra: quanto può durare una legislatura nella quale il governo resta in piedi ma deve ricostruire da zero una maggioranza ogni volta che porta una misura importante in Parlamento?

La rottura sulla casa rende questa contraddizione ancora più evidente. Sánchez non dispone di una maggioranza autonoma sui conti, non dispone di una maggioranza stabile sull’agenda economica e ora rischia di non averla neppure su quello che il suo stesso governo considera uno dei principali dossier sociali della legislatura.

Junts, soprattutto, ha smesso di comportarsi come un alleato e si comporta ormai apertamente come un contraente: tratta, presenta condizioni, ritira i propri voti e adesso arriva perfino con un decreto alternativo pronto da mettere sul tavolo. È questa, più ancora dell’eventuale bocciatura di oggi, la notizia politica.

Sánchez governa ancora. Ma la maggioranza che lo portò alla Moncloa non funziona più come una maggioranza.

E la decisione di non ritirare i decreti suggerisce che anche a Moncloa ne siano perfettamente consapevoli. Se non è più possibile vincere tutte le votazioni, la nuova strategia sembra essere quella di scegliere almeno il terreno sul quale perderle e trasformare ogni sconfitta parlamentare in una battaglia politica. La casa potrebbe essere la prima prova generale.

Poi saranno gli elettori, quando Sánchez deciderà di convocarli alle urne, a stabilire se quella strategia avrà funzionato.

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