L’ultimo re d’America e il rischio globale

Se Trump e  il Grand Old Party perdono  le elezioni, gli USA potenze nucleare  potrebbe avvicinarsi a un punto di rottura istituzionale. Sono le elezioni di metà mandato che, possono generare effetti devastanti sull’intero pianeta. A mezzanotte   e , nel corso della notte sapremo quanti dei 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e quanti dei […]

Se Trump e  il Grand Old Party perdono  le elezioni, gli USA potenze nucleare  potrebbe avvicinarsi a un punto di rottura istituzionale. Sono le elezioni di metà mandato che, possono generare effetti devastanti sull’intero pianeta. A mezzanotte   e , nel corso della notte sapremo quanti dei 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e quanti dei 35 seggi del Senato hanno consentito,  ai democratici forse  di diventare maggioranza.  Ma non è finita perchè si vota anche in 36 stati su 50 per eleggere i governatori.  

 Gli USA stanno vivendo una grave  crisi istituzionale. Esiste addirittura il rischio che, in caso di sconfitta   Trump e la sua amministrazione rifiutano il risultato elettorale . Un pericolo davvero rilevante per l Mondo.

I sondaggi 

Stando ai sondaggi Trump  è destinato alla sconfitta. Gli ultimi certificano la sconfitta dei repubblicani anche al Senato.

I sondaggi non sono la verità rivelata  e possono  sbagliare. Dal 1945, ogni volta che gli Stati Uniti sono febbricitanti , il resto del mondo rischia una broncopolmonite.. Oggi, però, il pericolo  più grave negli USA  è che , la leadership usa il peso finanziario e militare del Paese secondo uno schema algebrico :  la somma zero, in cui il vantaggio di uno corrisponde al danno dell’altro o degli altri. . Uno schema che applicato genera conseguenze che , potrebbero essere devastanti.

 La guerra preventiva contro il risultato del voto

Da mesi Trump e i suoi sostenitori cercano di minare la fiducia nel voto e di ostacolare la partecipazione degli elettori democratici. Uno dei primi bersagli è stato il voto per posta. Il tentativo di limitarlo a livello federale è stato bloccato da numerosi tribunali, mentre alcuni Stati, tra cui Texas e Tennessee, hanno comunque inasprito le proprie regole.

Successivamente  la Corte Suprema ha autorizzato l’uso di una banca dati sulla cittadinanza, contestata da alcuni osservatori, per individuare presunti elettori fraudolenti. La questione è controversa anche alla luce dei numeri citati nel testo: nel 2016, i casi sospetti di voto da parte di non cittadini sarebbero stati appena 30 su 23,5 milioni di voti

 Questa strategia richiama quanto accaduto in India, dove la Commissione elettorale, accusata di essere vicina a Narendra Modi, ha cancellato dalle liste milioni di persone, tra cui musulmani e membri delle caste più svantaggiate, classificandole come «defunte» o «non indiane».

Se un metodo del genere ha funzionato a Nuova Delhi, sembra chiedersi la Casa Bianca, perché non potrebbe funzionare anche negli Stati Uniti?

A questo si aggiungono le accuse, mai dimostrate, di manomissione delle macchine elettorali da parte di hacker stranieri. Kurt Olsen, l’avvocato incaricato di indagare sui presunti sabotaggi, si è dimesso dopo due anni senza aver presentato prove.

Seggi sotto pressione, elettori intimiditi

La  strategia  di Trump si fonda anche nell’esercitare una  pressione diretta sugli elettori. Il direttore dell’FBI,  ha ipotizzato il raddoppio del  numero di agenti federali ai seggi.

Il segretario alla Sicurezza interna,  ha invece ipotizzato l’impiego di agenti dell’ICE, la violenta  agenzia che si occupa di immigrazione  con il pretesto di notificare mandati di arresto. Poiché gli interventi dell’ICE possono coinvolgere anche persone diverse da quelle inizialmente ricercate, l’ipotesi desta preoccupazione. Il rischio è che cittadini con cognomi stranieri o appartenenti a minoranze si sentano sorvegliati e intimiditi, e rinuncino a votare per paura di controlli arbitrari.

 Il potere del “no” nell’era nucleare

La reazione che il mondo deve temere non è più soltanto uno scenario ipotetico. Trump ha lasciato intendere che, in caso di sconfitta, potrebbe trasformarsi nel «presidente del no»: il capo di un’opposizione intransigente, pronta a bloccare il funzionamento delle istituzioni e, se necessario, i lavori del Senato.

Non si tratta soltanto di una crisi passeggera del sistema politico. È un processo che rischia di svuotare dall’interno il valore della democrazia liberale occidentale. Il paradosso più inquietante riguarda l’arsenale nucleare. Gli Stati Uniti possiedono, insieme alla Russia, il più vasto e devastante potenziale nucleare  del pianeta. Eppure, il passaggio del potere rischia di svolgersi con una fragilità istituzionale che ricorda quella di una repubblica delle banane. Quando i codici di lancio e gli equilibri geopolitici globali possono finire nelle mani di una leadership che mette in discussione le regole fondamentali della convivenza democratica, la crisi di Washington smette di essere un problema interno. Diventa una minaccia per il mondo intero.

Gande risonanza e attente analisi ha ricevuto il messaggio di Donald Trump del 30 ottobre, scorso  contenente l’affermazione: “A causa dei programmi di sperimentazione di altri Paesi, ho incaricato il Ministero della guerra di iniziare a testare le nostre armi nucleari allo stesso livello.”.

Foto : NYT 

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