Botticelle, un’immagine che Roma dovrebbe lasciarsi alle spalle

Roma – Ogni  volta che un cavallo delle botticelle crolla sull’asfalto nel centro di Roma, la sensazione è sempre la stessa: qualcosa stona, e non poco. …

Roma – Ogni  volta che un cavallo delle botticelle crolla sull’asfalto nel centro di Roma, la sensazione è sempre la stessa: qualcosa stona, e non poco. Non è l’immagine romantica della città che piace raccontare, ma quella di un animale esausto che finisce a terra in mezzo al traffico e ai turisti.

Nelle ultime ore è successo di nuovo. Un altro cavallo è caduto nel cuore della Capitale. Le sue condizioni non sono ancora chiare, e sinceramente è anche difficile restare solo sul dato di cronaca senza farsi qualche domanda in più.

Perché la domanda, alla fine, è sempre quella: ha ancora senso tutto questo?

A me sembra di no, e lo dico senza troppi giri di parole.

Roma è una città straordinaria, piena di storia, e nessuno lo mette in discussione. Ma proprio per questo mi colpisce ancora di più vedere certe immagini che sembrano appartenere a un’altra epoca. Le botticelle vengono difese come “tradizione”, ma la tradizione, da sola, non basta a giustificare tutto. Non può diventare una scusa per non cambiare mai nulla.

Chiunque abbia camminato in centro d’estate lo sa: asfalto rovente, traffico continuo, rumore, smog. In quel contesto i cavalli non sono una cartolina, sono animali messi a lavorare in condizioni che, almeno da fuori, fanno davvero fatica a sembrare accettabili.

Poi ci saranno i controlli, le regole, le verifiche del caso. Ed è giusto che sia così. Ma al netto di tutto questo, resta un fatto semplice: queste scene si ripetono. E quando una scena si ripete troppo spesso, forse il problema non è più l’episodio singolo.

Non credo si tratti di “cancellare la tradizione” o di riscrivere la storia di Roma. Si tratta di capire che città vogliamo essere oggi. Perché una capitale europea nel 2026 dovrebbe ormai aver chiarito una cosa: il rispetto degli animali non può essere una variabile secondaria.

E forse il punto è proprio questo. Non serve indignarsi ogni volta. Serve decidere.

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