Che fine ha fatto l’austerità di Monti nell’Italia di Meloni?

Roma, 22 giugno 2026 – Un  tempo, non troppo lontano, la parola “austerità” dominava il dibattito pubblico italiano. Era il 2011, l’Italia era sotto pressione dei …

Roma, 22 giugno 2026 – Un  tempo, non troppo lontano, la parola “austerità” dominava il dibattito pubblico italiano. Era il 2011, l’Italia era sotto pressione dei mercati finanziari, lo spread saliva ogni giorno e il governo tecnico guidato da Mario Monti si presentò come il medico chiamato a salvare un paziente in terapia intensiva.

La cura fu severa. Pensioni riformate, tasse aumentate, spending review, sacrifici richiesti a famiglie e imprese. Il messaggio era semplice e brutale: lo Stato aveva vissuto sopra le proprie possibilità e ora bisognava stringere la cinghia.

A distanza di oltre un decennio, osservando il governo di Giorgia Meloni, viene spontanea una domanda: che fine ha fatto quella stagione? L’austerità è stata archiviata oppure è semplicemente cambiata forma?

La risposta, probabilmente, sta nel mezzo.

Da un lato, il linguaggio politico è completamente diverso. Nessuno oggi vincerebbe le elezioni promettendo sacrifici. La politica europea stessa è cambiata. Dopo la pandemia, Bruxelles ha sospeso temporaneamente molti vincoli di bilancio e ha aperto i rubinetti degli investimenti pubblici attraverso il PNRR. L’idea che la crescita possa essere favorita anche dalla spesa pubblica è tornata rispettabile persino nei palazzi comunitari che un tempo sembravano il tempio del rigore.

Meloni ha capito bene il cambiamento del clima politico. Non parla di austerità. Parla di sostegno alle famiglie, di taglio del cuneo fiscale, di difesa del potere d’acquisto. In termini comunicativi, è l’esatto opposto della stagione montiana.

Tuttavia,  sarebbe sbagliato immaginare che il problema dei conti pubblici sia sparito.

Il debito italiano continua a essere tra i più alti d’Europa. Gli interessi da pagare crescono ogni volta che i tassi aumentano. Le risorse disponibili sono limitate e ogni governo, indipendentemente dal colore politico, si scontra con la stessa realtà: promettere è facile, finanziare le promesse molto meno.

Per questo motivo l’austerità non è davvero scomparsa. Si è trasformata in qualcosa di meno esplicito.

Non vediamo più manovre draconiane come quelle del 2011, ma vediamo continui compromessi. Tagli selettivi, rinvii, misure temporanee che diventano permanenti e viceversa. La politica cerca di distribuire benefici senza pronunciare la parola “sacrificio”, ma i margini restano stretti.

Forse la differenza più interessante tra Monti e Meloni non riguarda nemmeno l’economia, bensì il rapporto con l’opinione pubblica.

Monti rappresentava una stagione in cui si riteneva che la credibilità internazionale fosse il valore supremo. I mercati dovevano essere rassicurati, anche a costo di decisioni impopolari. Meloni rappresenta invece un’epoca in cui il consenso interno è tornato centrale. La politica non vuole più apparire come un amministratore di condominio che presenta il conto ai cittadini. Vuole mostrarsi come un alleato che protegge famiglie e imprese dalle difficoltà.

Ma qui emerge una domanda scomoda.

È davvero possibile conciliare una pressione fiscale elevata, un debito enorme, una popolazione che invecchia e una crescita economica modesta senza chiedere sacrifici a qualcuno?

La storia economica insegna che i conti, prima o poi, arrivano sempre. La differenza è chi li paga e quando.

Forse la vera eredità della stagione Monti è proprio questa consapevolezza. Non tanto le singole misure, molte delle quali sono state corrette o superate, quanto l’idea che esistano limiti finanziari che nessun governo può ignorare. La politica può cambiare linguaggio, può modificare le priorità e persino riscrivere le regole europee, ma non può cancellare completamente la matematica del bilancio pubblico.

Guardando all’Italia di oggi, viene da pensare che l’austerità non sia morta. Ha semplicemente smesso di presentarsi con il proprio nome. È diventata più discreta, meno ideologica e più pragmatica. Forse persino più accettabile.

Resta però il dubbio che accompagna ogni stagione politica italiana: stiamo davvero risolvendo i problemi strutturali del Paese oppure stiamo soltanto rinviando il momento in cui dovremo affrontarli?

È una domanda che valeva nel 2011. E che, probabilmente, vale ancora oggi.

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