Il Consiglio dei ministri del 24 settembre ha approvato il nuovo decreto scuola, un provvedimento di dodici articoli che tocca diversi aspetti del sistema scolastico italiano, dalla lotta al cyberbullismo ai fondi per libri di testo ed edilizia scolastica. La misura che ha attirato più attenzione riguarda però il tetto agli studenti stranieri nelle classi, […]
Il Consiglio dei ministri del 24 settembre ha approvato il nuovo decreto scuola, un provvedimento di dodici articoli che tocca diversi aspetti del sistema scolastico italiano, dalla lotta al cyberbullismo ai fondi per libri di testo ed edilizia scolastica. La misura che ha attirato più attenzione riguarda però il tetto agli studenti stranieri nelle classi, fissato al 30%, insieme al divieto di indossare burqa e niqab in aula. Per docenti, dirigenti scolastici e famiglie è utile capire fin da subito a chi si applica realmente il nuovo limite, quali sono le tempistiche e cosa prevede il testo nei casi in cui la soglia non possa essere rispettata.
Il dibattito politico si è concentrato quasi interamente sul tetto del 30 per cento agli studenti stranieri e sul divieto di entrare a scuola con il volto coperto. Ma il decreto approvato dal Consiglio dei ministri contiene un intervento molto più ampio: sostegno economico alle famiglie, contrasto alla dispersione e al cyberbullismo, semplificazione dell’assegnazione degli insegnanti di sostegno, nuovi servizi digitali e risorse per completare l’edilizia scolastica finanziata dal Pnrr.
La decisione di fissare un limite numerico nelle aule risponde a una precisa priorità didattica: consentire a tutti i ragazzi di acquisire rapidamente la padronanza dell’italiano. Senza una comprensione linguistica adeguata, infatti, diventa impossibile seguire la programmazione e integrarsi con i compagni.
“L’obiettivo è proprio evitare la formazione di classi ghetto” – Ha detto il sottosegretario all’sitruzione Paola Frassinetti– “e intervenire prima che le difficoltà linguistiche si trasformino in ritardi nell’apprendimento e impedimento al successo formativo”.
È un pacchetto che prova a intervenire contemporaneamente sui problemi educativi, sociali e organizzativi della scuola italiana. Il principio rivendicato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni è quello di costruire il futuro dei ragazzi e del Paese attraverso una scuola capace di integrare, sostenere le famiglie e far rispettare regole comuni.
Una delle misure economicamente più rilevanti riguarda i libri di testo. Il decreto aggiunge 21 milioni di euro nel 2026 agli interventi destinati alla fornitura gratuita o parzialmente gratuita dei libri alle famiglie con minori possibilità economiche. Viene inoltre innalzata da 30 mila a 40 mila euro la soglia economica prevista per accedere al contributo.
L’ampliamento della platea assume un peso particolare in una fase nella quale l’acquisto dei testi scolastici rappresenta una delle principali spese sostenute dalle famiglie all’inizio dell’anno. L’obiettivo è rendere più effettivo il diritto allo studio, evitando che il reddito condizioni la possibilità di disporre degli strumenti necessari per seguire le lezioni.
Il secondo pilastro del decreto è il contrasto alla dispersione scolastica. Per il 2026 vengono stanziati 70 milioni di euro aggiuntivi destinati alla prosecuzione delle attività di orientamento, inclusione e accompagnamento svolte dai docenti tutor. È un investimento che riconosce alla scuola non soltanto il compito di trasmettere conoscenze, ma anche quello di individuare per tempo difficoltà, fragilità e rischio di abbandono.
Altri otto milioni complessivi nel biennio 2026-2027 rafforzano il Fondo permanente per il contrasto al cyberbullismo. Quattro milioni all’anno saranno destinati alla prevenzione e alla gestione di un fenomeno che incide sempre più frequentemente sul benessere psicologico dei ragazzi e sui rapporti all’interno delle classi.
Il decreto interviene anche sul sostegno agli alunni con disabilità. Il Piano educativo individualizzato dovrà definire le ore di sostegno necessarie secondo un calendario che permetta di determinare l’organico prima dell’inizio dell’anno scolastico. Nei passaggi tra i diversi gradi d’istruzione il piano sarà aggiornato per garantire continuità nelle risorse.
L’obiettivo è superare almeno in parte i ritardi che ogni anno costringono numerosi studenti a iniziare le lezioni senza il docente di sostegno o con un numero di ore ancora provvisorio. Il Pei non dovrà essere riscritto integralmente ogni anno in assenza di cambiamenti, ma aggiornato quando intervengano nuovi elementi rilevanti.
La misura che ha provocato il confronto politico più acceso riguarda la composizione delle classi prime. A partire dall’anno scolastico 2027-2028 viene introdotto il limite del 30 per cento per determinate categorie di studenti con cittadinanza non italiana.
La norma non riguarda indistintamente tutti gli alunni stranieri. Nella scuola primaria vengono considerati gli studenti con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni della scuola dell’infanzia. Nelle medie e nelle superiori il limite riguarda invece gli studenti che non abbiano frequentato con esito positivo il sistema scolastico italiano per almeno tre anni.
Restano quindi esclusi dal conteggio i ragazzi stranieri nati e cresciuti in Italia o già inseriti da tempo e con successo nel percorso scolastico nazionale. Il criterio scelto non è la semplice origine familiare, ma il grado di integrazione linguistica e scolastica.
Il tetto si applicherà soltanto alle classi prime. Nei territori nei quali il numero delle iscrizioni non consenta di rispettarlo, gli Uffici scolastici territoriali dovranno coordinarsi con i dirigenti per distribuire gli alunni in modo equilibrato tra scuole vicine. Dovranno essere rispettati la prossimità al domicilio, il diritto allo studio e le comprovate esigenze delle famiglie, in particolare quelle legate alla presenza di figli con disabilità.
Non si tratta dunque di escludere studenti, ma di evitare concentrazioni che possano rendere più difficile l’apprendimento, soprattutto quando una parte consistente della classe non possiede ancora una conoscenza adeguata dell’italiano. La lingua comune viene considerata lo strumento principale dell’integrazione: senza la possibilità di comprendere pienamente lezioni e consegne, aumentano il rischio di ritardo, isolamento e abbandono scolastico.
Per le scuole nelle quali non sarà materialmente possibile rispettare il limite viene istituito un fondo specifico: 3,4 milioni di euro nel 2027 e oltre 14,1 milioni annui dal 2028. Le risorse serviranno a finanziare attività extracurricolari per il potenziamento delle competenze linguistiche di base.
La conoscenza dell’italiano viene estesa anche al rapporto tra scuola e famiglia. Quando persistenti difficoltà linguistiche dei genitori impediscano una collaborazione efficace con gli insegnanti e ostacolino il percorso educativo dei figli, la scuola potrà effettuare una segnalazione ai servizi sociali. Questi potranno disporre la partecipazione gratuita a corsi di lingua organizzati dai Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, con l’obiettivo di raggiungere almeno il livello A2.
Soltanto in caso di mancata partecipazione, dopo una diffida e fatte salve le condizioni di esenzione, è prevista una sanzione amministrativa compresa tra 200 e mille euro. Il punto centrale rimane però l’offerta gratuita del corso: l’integrazione non viene affidata a una dichiarazione di principio, ma accompagnata da strumenti formativi concreti.
Il decreto introduce inoltre il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto o in condizioni che impediscano il riconoscimento della persona. Sono previste eccezioni per ragioni sanitarie certificate e per particolari attività didattiche o formative. La sanzione è compresa tra 200 e mille euro e, nel caso di un minore, viene applicata al genitore.
Anche su questo punto il governo rivendica una regola generale, non rivolta formalmente a una singola religione: all’interno della scuola ciascuno deve essere riconoscibile. La misura riguarda in concreto burqa e niqab, ma si applica a qualsiasi modalità utilizzata per occultare il volto senza una giustificazione ammessa.
Il provvedimento modifica anche l’identità dell’istruzione tecnica e professionale. Gli istituti tecnici assumono la denominazione di “licei tecnologici”, mentre quelli professionali diventano “licei professionali”. Non è un semplice cambiamento terminologico: l’intenzione è restituire dignità culturale e riconoscibilità a percorsi troppo spesso considerati di livello inferiore rispetto ai licei tradizionali.
Viene inoltre introdotto l’insegnamento facoltativo del latino nella scuola secondaria di primo grado, a partire dalla seconda media, per un’ora settimanale. La scelta amplia l’offerta formativa senza imporre la materia a tutti gli studenti e permette di avvicinarsi anticipatamente alle strutture della lingua italiana e alla cultura classica.
Sul piano amministrativo arrivano un milione di euro nel 2026 e 13 milioni nel 2027 per sviluppare nuovi servizi digitali all’interno del sistema informativo dell’istruzione. Per gli interventi di edilizia scolastica finanziati dal Pnrr e non ancora completati, il Ministero potrà inoltre utilizzare una quota non superiore al 4 per cento delle risorse, in modo da accompagnare la conclusione delle opere.
Il decreto dovrà ora essere convertito in legge dal Parlamento entro sessanta giorni. Il confronto politico resterà acceso soprattutto sulle norme relative agli studenti stranieri e al volto coperto. Ma ridurre l’intero provvedimento a questi due aspetti significa ignorare una parte rilevante dell’intervento.
Libri gratuiti per una platea più ampia, 70 milioni per tutor e dispersione, risorse contro il cyberbullismo, maggiore tempestività nell’assegnazione del sostegno, corsi di italiano, servizi digitali ed edilizia scolastica compongono un pacchetto che punta a riaffermare una concezione precisa della scuola: inclusiva, ma fondata sulla conoscenza della lingua italiana; aperta, ma regolata; capace di accogliere, ma anche di chiedere alle famiglie partecipazione e responsabilità.
È su questo equilibrio che il governo Meloni costruisce la propria riforma. L’integrazione non viene identificata con la semplice presenza nella stessa aula, ma con la possibilità per ogni studente di comprendere, apprendere e partecipare. E il diritto allo studio viene sostenuto non soltanto attraverso le regole, ma anche con risorse destinate ai libri, al sostegno, all’orientamento e alla sicurezza educativa.
