Al termine di una caldissima estate appare come un regalo al dibattito politico l’intervento dell’esponente del Pd Stefano Bonaccini, che stigmatizza la poca cultura dell’elettorato del centrodestra, a differenza dell’elettorato sinistro, che per genetica siede nelle cattedre del pensiero. Dico grazie non per sottolineare polemicamente un autogol del presidente del Partito Democratico, che ovviamente serve […]
Al termine di una caldissima estate appare come un regalo al dibattito politico l’intervento dell’esponente del Pd Stefano Bonaccini, che stigmatizza la poca cultura dell’elettorato del centrodestra, a differenza dell’elettorato sinistro, che per genetica siede nelle cattedre del pensiero.
Dico grazie non per sottolineare polemicamente un autogol del presidente del Partito Democratico, che ovviamente serve a galvanizzare quell’elettorato che stanco e deluso dall’attuale sinistra vota e voterà con maggiore convinzione a destra.
L’intervento di Bonaccini invece serve a cogliere il cuore della politica italiana (e forse non solo italiana) la mancanza di un vero e serio dibattito culturale nell’agorà della nostra amata patria.
Non c’è un tema dico un tema del dibattito politico in cui oltre alla polemica affiori una visione culturale, e parlo di sanità, di scuola, di giustizia, di economia, di fisco, di immigrazione, di lavoro.
Oggi ci ritroviamo a vivere in un impianto, in un sistema paese costruito a partire dalla seconda metà degli anni sessanta e fino a tutti gli anni settanta, frutto di un compromesso tra una grande forza popolare come quella comunista, con una chiara visione (Gramsci docet), e la Dc, radicata nel pensiero del Magistero Sociale, in un confronto aspro, duro, sotto la pressione delle piazze e non solo.
Ha pertanto senso riascoltare quello che Benigno Zaccagnini, appena eletto segretario, in un infuocato e straordinario Congresso al Palazzo dello Sport dell’Eur diceva:
“Sul piano politico il no al comunismo significa che se essi studiano, noi dobbiamo studiare di più; che se essi lavorano, noi dobbiamo lavorare di più; che se essi sono seri, noi dobbiamo essere più seri; che se essi hanno fede, noi dobbiamo avere più fede e certezza nelle nostre idee di quanta ne abbiano loro”.
Oggi se esistessero della comunità politiche colte, con riferimento ad un pensiero, ad una visione, si confronterebbero sulle idee, sui progetti, su una visione paese.
Dal centro destra ti aspetteresti una maggiore liberalizzazione del paese, abolendo lacci e laccioli che ingessano l’economia, il lavoro, la scuola, ponendo al centro la persona, la società civile, l’autonomia delle discipline rispetto ad un primato della politica (tutto sinistro) ridotto a partitocrazia, sanità docet.
La nascita a destra, di un partito come quello di Vannacci esprime una delusione da parte di un elettorato che avrebbe voluto scelte chiare su temi di grande impatto sociale, radicalizzando ed esasperando il clima del confronto.
Proprio la mancanza di una cultura politica del centro destra genera delusione, sfiducia, non basta collocare fedelissimi nei posti chiave, ripetere slogan senza seguito, serve avviare un dibattito, confrontarsi in una nuova costituente per ridare speranza alle nuove generazioni che rifiutano lo stantio, il vecchio.
Da tempo ci si doveva aprire alla società, al mondo della cultura, del pensiero riservando molti scranni della rappresentanza ad esponenti della società civile, al di là delle appartenenze.
Occorre che la componente cattolica ritorni nell’agone politico, forte della recente e splendida lettera Enciclica di Leone XIV “Magnifica Humanitas “, un vero Vademecum per il nostro tempo.
Il record di longevità di un governo non basta a sancire un successo del governo, se molti dei problemi del nostro paese sono uguali al 2022.
Ovviamente, a dispetto dell’affermazione di Bonaccini, il governo non ha nulla da temere culturalmente a sinistra, perché all’orizzonte non si intravedono giganti del pensiero, non ci sono gli illustri editorialisti di Rinascita degli anni passati.
Il mondo sinistro, per il solo fatto di dichiararsi a sinistra, di fatto si ritiene dotto e raffinato, pertanto meritevole di abitare quei “quartieri bene”, maggioritario alle elezioni, e non le periferie di cui parla Bonaccini.
Quei quartieri bene che un tempo erano abitati in buona parte da elettori missini e monarchici, quartieri dove la sinistra popolare, quella di Togliatti e Berlinguer non aveva seguito.
Verrebbe da scomodare Tommasi di Lampedusa, con la celebre frase di Tancredi Falconeri allo zio Fabrizio : “ Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Dopo Berlinguer il Pci, Ds, il Pds e ancor di più il Pd non ha avuto più un radicamento culturale capace di rappresentare una proposta, un progetto.
La sinistra si è fermata nel momento in cui con la morte di Enrico si arresta il progetto che il partito aveva elaborato nel corso degli anni.
Un progetto che guardava oltre i nostri confini, riguardava l’umanità nella sua interezza, passava attraverso la poesia, le canzoni, di uomini animati da autentica laicità ed onestà intellettuale, non ideologizzati, ne radicaleggianti.
Da allora, fatta eccezione per gli ammirevoli sforzi di Achille Occhetto, e l’ultimo e contradditorio tentativo di Veltroni, non c’è stato un Congresso capace di rivisitare una storia, una cultura, un sistema valoriale traducendolo in un progetto attuale che vada oltre qualche pennellata di “cultura Woke”.
Per decenni il punto di riferimento culturale della sinistra è stata La Repubblica di Scalfari, che con i suoi editoriali, attraverso le sue pagine ha guidato l’elettorato verso posizioni radicaleggianti, sui temi etici soprattutto.
Oggi a quel popolo sinistro, rimane Il Fatto Quotidiano come stella polare.
In conclusione se l’intervento del presidente del Pd può servire ad aprire un confronto sulla cultura politica sia benvenuto e per questo lo ringrazio.
Non serve la polemica per la polemica, oggi la possibilità di riconquistare quel 30% di elettori che ha deciso di abbandonare i seggi, dipende dalla capacità di coinvolgimento della politica, dalla capacità di elaborare idee, proposte in grado di affascinare, sedurre, capaci di generare speranza, soprattutto nelle nuove generazioni.
Failla Giuseppe