L’EcoIstituto Reseda lancia l’allarme sulla crisi idrica dei Castelli Romani: “Persa la resilienza del territorio”. Sotto accusa decenni di gestione non sostenibile dell’acquifero
L’EcoIstituto Reseda lancia un nuovo messaggio di allarme: i Castelli Romani hanno perso la resilienza idrica.
La crisi idrica dei Castelli Romani non può essere considerata una calamità imprevedibile. Da oltre quarant’anni – si legge nel comunicato – le associazioni con studi idrogeologici, monitoraggi piezometrici e osservazioni sul campo segnalano un progressivo depauperamento dell’acquifero vulcanico, l’abbassamento dei livelli dei laghi e la riduzione della portata delle sorgenti. I 7 metri di abbassamento dei laghi sono in realtà la punta dell’iceberg di una falda che si è abbassata di decine di metri.
Le amministrazioni locali, gli enti competenti nella gestione della risorsa idrica e gli organismi di pianificazione territoriale disponevano degli strumenti scientifici necessari per comprendere che il bilancio dell’acquifero era ormai negativo e che i prelievi eccedevano la capacità naturale di ricarica. Nonostante ciò, le autorizzazioni a nuovi emungimenti, l’espansione urbanistica e la mancanza di una strategia efficace di tutela dell’acquifero hanno consentito che il problema si aggravasse anno dopo anno.
Oggi il cambiamento climatico non fa altro che mettere in evidenza le conseguenze di quelle scelte. Se il sistema idrico fosse stato gestito secondo il principio di sostenibilità, mantenendo la falda a livelli compatibili con la sua naturale capacità di rigenerazione, il territorio avrebbe conservato una preziosa riserva d’acqua in grado di attenuare gli effetti delle estati sempre più calde e dei periodi di siccità prolungata.
Basterebbe ridurre del 30% i consumi idrici nel settore residenziale, agricolo e industriale nel territorio dei Castelli Romani come contemplato dal piano proposto dal Coordinamento Ambientalista Castelli Romani.
In altre parole, non abbiamo perso soltanto milioni di metri cubi d’acqua: abbiamo perso la capacità del territorio di resistere agli eventi climatici estremi. È stata compromessa la resilienza idrica dei Castelli Romani, trasformando un fenomeno climatico prevedibile in una crisi ambientale, economica e sociale.
Le conseguenze sono ormai sotto gli occhi di tutti: laghi che continuano ad abbassarsi, sorgenti scomparse, aree umide prosciugate, foreste in sofferenza, querce secolari che disseccano improvvisamente, agricoltori costretti a sostenere costi energetici sempre più elevati per raggiungere falde sempre più profonde e produzioni agricole sempre più esposte agli eventi estremi.
Le responsabilità di questa situazione non possono essere attribuite al clima. Il cambiamento climatico rappresenta il fattore che amplifica gli effetti della crisi, ma la perdita della resilienza idrica è il risultato di decenni di gestione insostenibile della risorsa, di pianificazione insufficiente e dell’incapacità della politica di adottare, quando ancora era possibile, misure efficaci per riportare il bilancio dell’acquifero entro limiti sostenibili. È su questa responsabilità che oggi si misura la credibilità delle istituzioni chiamate a governare il futuro del territorio.
L’EcoIstituto sta cercando di mettere in pratica sistemi di risparmio idrico nei settori agricoli, residenziali e industriali. Sistemi di agroecologia e di ingegneria naturalistica e di riforestazione. Si è arrivato in alcuni casi a un risparmio di oltre il 60%.
L’esperienza dell’EcoIstituto si è sviluppata in Africa, durante progetti di solidarietà e aiuto umanitario in ambienti iperaridi come quelli del Sahara, del Senegal e del Burkina Faso.
