I pini dell’Appia sono alla fine del loro ciclo vitale: la conferma di Mario Tozzi riapre il caso degli alberi tra Velletri, Roma e Latina

Hanno accompagnato per quasi un secolo automobilisti e viaggiatori, trasformando lunghi tratti dell’Appia e delle altre strade del territorio in corridoi verdi immediatamente riconoscibili. I pini marittimi che svettano ai margini della carreggiata appartengono ormai al paesaggio e alla memoria collettiva di Roma, dei Castelli Romani e dell’Agro Pontino. Ma quanti di quegli alberi sono ancora sani e sicuri? E quanti, invece, si stanno avvicinando alla conclusione del proprio ciclo vitale?

Proprio mentre ci accingevamo a scrivere un articolo su questo tema, siamo stati attirati dalle recenti dichiarazioni di Mario Tozzi, geologo, ricercatore del Cnr, divulgatore scientifico e volto televisivo conosciuto dal grande pubblico. Dal 2013 al 2023 Tozzi è stato anche presidente del Parco regionale dell’Appia Antica: un incarico che rende ancora più significative le sue considerazioni sul patrimonio arboreo presente lungo le strade di Roma e del Lazio.

Intervenendo ai microfoni di Radio Radio, nella puntata del 18 agosto di “Un giorno speciale”, alla domanda di un radioascoltatore Tozzi ha ricordato come molti dei pini presenti lungo la fascia tirrenica e adriatica, con una particolare concentrazione tra Roma e la provincia di Latina, siano stati messi a dimora durante il periodo fascista.

«Quei pini, soprattutto in provincia di Latina arrivando a Roma, sono stati piantati all’epoca del fascismo – ha spiegato –. Sono passati novant’anni e sono quasi alla fine del loro ciclo vitale».

Un destino inevitabile, che tocca quei territori nei quali i pini non sono semplicemente degli alberi, ma rappresentano un elemento identitario del paesaggio. Pensiamo all’Appia (compreso i lungo tratto della Fettuccia di Terracina), alla Pontina, alla Cristoforo Colombo, e alle numerose strade provinciali che collegano i Castelli Romani con l’Agro Pontino e il litorale.

Il monito di Tozzi: controllare e intervenire prima delle cadute

Il ragionamento del geologo non si traduce in una richiesta di abbattimento indiscriminato. Al contrario, pone al centro la necessità di conoscere le reali condizioni di ogni pianta attraverso controlli puntuali e periodici.

«Vanno tenuti sotto osservazione – ha affermato Tozzi –. Quando un albero arriva a fine vita si indebolisce ed è maggiormente soggetto a sradicarsi, cadere e provocare danni».

La strada indicata è quella delle analisi e della manutenzione: curare gli esemplari che possono essere conservati e procedere alla rimozione di quelli per i quali non esistono più possibilità di recupero. Una valutazione che, evidentemente, deve essere affidata a tecnici e agronomi, senza trasformare ogni abbattimento in una guerra ideologica tra sostenitori del verde e fautori della sicurezza.

Lasciare in piedi un albero morto o gravemente compromesso significa esporre automobilisti, ciclisti, pedoni e residenti a un rischio. Allo stesso tempo, abbattere senza progettare una nuova alberatura significa impoverire progressivamente il territorio, cancellando un patrimonio che ha richiesto decenni per raggiungere le dimensioni che conosciamo.

L’Appia Sud e lo “strike” del downburst dell’agosto 2022

Nel territorio tra Velletri e Cisterna di Latina il pericolo rappresentato dagli alberi indeboliti è diventato evidente durante i violenti eventi meteorologici degli anni scorsi. Un downburst, caratterizzato da raffiche di vento improvvise e particolarmente intense, fece letteralmente “strike” lungo via Appia Sud, abbattendo e sradicando numerosi pini (nell’agosto del 2018 diversi pini finirono a terra in pochi minuti).

Diversi esemplari finirono sulla carreggiata, rendendo necessari gli interventi per la rimozione dei tronchi e la messa in sicurezza della strada. Le immagini di quel giorno mostrarono con particolare efficacia cosa possa accadere quando una perturbazione estrema incontra alberature alte, esposte al vento o già indebolite.

Il fenomeno del downburst non va confuso con una tromba d’aria. Si tratta di una violenta corrente discendente generata all’interno di un temporale che, raggiunto il terreno, si propaga orizzontalmente sprigionando raffiche capaci di abbattere alberi, spostare oggetti e danneggiare edifici.

Quell’episodio interessò un territorio molto vasto, provocando danni anche a Latina e in altre zone dei Castelli Romani. Sull’Appia Sud, però, la caduta quasi simultanea di più pini rese evidente la vulnerabilità di alcuni tratti alberati.

Quei pini diventati, loro malgrado, coprotagonisti di tante tragedie

C’è poi un altro capitolo, doloroso e impossibile da ignorare, nel rapporto tra le storiche alberature e la sicurezza stradale. I pini dell’Appia, soprattutto lungo il tratto tra Velletri e Cisterna di Latina, sono stati loro malgrado coprotagonisti di numerosi incidenti, alcuni dei quali mortali, come quello che è costato la vita ad una coppia poco più di un mese fa.

Nel corso degli anni più automobili, dopo essere uscite dalla carreggiata per cause differenti, hanno terminato la propria corsa contro i grandi tronchi collocati a pochi metri dall’asfalto. Dinamiche drammatiche che hanno lasciato un segno profondo nelle comunità lcali e nelle famiglie delle vittime.

Lo stesso è avvenuto lungo la cosiddetta Fettuccia di Terracina, il lungo rettilineo dell’Appia compreso nel territorio pontino. Anche qui molti pini sono caduti durante gli eventi meteorologici più violenti oppure sono stati abbattuti perché malati, danneggiati o considerati pericolosi. Ma lungo quella strada le alberature sono state anche lo scenario finale di diversi incidenti gravissimi, con veicoli finiti fuori strada e schiantatisi contro i tronchi.

Naturalmente, gli alberi non possono essere indicati come la causa di quegli incidenti, spesso determinati da velocità, distrazioni, malori, condizioni dell’asfalto o manovre improvvise. La loro vicinanza alla carreggiata, tuttavia, ha spesso reso irreversibili le conseguenze di una perdita di controllo, lasciando al conducente e ai passeggeri possibilità di salvezza molto ridotte.

La questione, dunque, non riguarda soltanto lo stato di salute dei pini e il rischio che possano cadere. Impone anche una riflessione più ampia sulla sicurezza passiva delle strade: barriere adeguate, fasce di rispetto, manutenzione delle banchine, riduzione della velocità e interventi capaci di proteggere gli automobilisti senza cancellare indiscriminatamente il patrimonio paesaggistico.

Il caso della Velletri-Nettuno e i 350 pini compromessi

Un altro esempio recente arriva dalla Strada provinciale 87/b Velletri-Nettuno, conosciuta anche come via dei Cinque Archi. Un tratto della strada era stato chiuso dopo un incidente provocato dalla caduta di un ramo nei pressi dell’intersezione con via Carano.

Le successive relazioni tecniche e agronomiche avevano individuato centinaia di pini morti o gravemente compromessi, anche a causa della cocciniglia tartaruga, il parassita che negli ultimi anni ha colpito duramente le pinete e le alberature del Lazio.

Secondo i dati diffusi dalla Città metropolitana di Roma Capitale, gli alberi da rimuovere erano complessivamente 350. Centotrenta erano stati abbattuti durante la prima fase dell’intervento, mentre per completare la messa in sicurezza era stato stimato un investimento complessivo di 700mila euro.

Città metropolitana aveva stanziato 350mila euro, tra le risorse iniziali e quelle successivamente destinate ai lavori, ai quali si sono aggiunti altri 350mila euro messi a disposizione dalla Regione Lazio. Dopo settimane di lavori e pesanti disagi per gli automobilisti, il tratto è stato riaperto nei primi giorni di agosto, senza più un albero presente.

In quel caso non si è trattato soltanto dell’età delle alberature. Le verifiche avevano evidenziato la presenza di esemplari morti o gravemente danneggiati dal parassita e, quindi, un rischio concreto di cedimenti improvvisi.

Non basta abbattere: bisogna ripiantare

Ed è proprio qui che il tema diventa più complesso. La sicurezza viene prima di tutto e nessuno può ragionevolmente pretendere che un albero morto, malato o instabile venga lasciato accanto a una strada trafficata. Ma la motosega non può essere l’unico strumento di gestione del verde.

Lo stesso Mario Tozzi, nel corso del suo intervento, ha richiamato la necessità del “rinverdimento cittadino”, respingendo le polemiche che spesso accompagnano questi argomenti: «Non si fa ancora abbastanza per rinverdire le nostre città».

Abbattere gli esemplari irrecuperabili dovrebbe quindi rappresentare soltanto la prima fase di un progetto più ampio. Dopo il taglio servono un piano di sostituzione, la scelta di specie compatibili con il terreno, il clima e la vicinanza alla carreggiata, risorse per la manutenzione e controlli nei primi anni di crescita.

Non è detto, inoltre, che ogni pino rimosso debba essere necessariamente sostituito con un altro pino. Le nuove alberature devono essere scelte valutando lo spazio disponibile, la stabilità futura, lo sviluppo delle radici, l’interferenza con l’asfalto e i sottoservizi e la capacità di resistere a temperature più elevate e fenomeni meteorologici sempre più violenti.

Un patrimonio che non può essere gestito soltanto nelle emergenze

Il vero pericolo è continuare a intervenire esclusivamente dopo una caduta, un incidente o la chiusura di una strada. Gli alberi lungo l’Appia e le altre arterie del territorio dovrebbero essere censiti, classificati e monitorati attraverso un programma pubblico e trasparente, come avviene ad Ariccia, a Galloro, ai confini con Genzano.

Per ogni tratto sarebbe importante conoscere il numero degli esemplari, la specie, l’età approssimativa, lo stato fitosanitario, il livello di rischio e gli interventi programmati. Soltanto così si potrebbe superare la contrapposizione che accompagna quasi ogni abbattimento: da una parte chi accusa le amministrazioni di eliminare il verde, dall’altra chi chiede di tagliare tutti gli alberi temendo nuove cadute.

Perché quei pini, piantati in gran parte molti decenni fa, non possono essere considerati eterni. Ma neppure il paesaggio che hanno contribuito a creare può essere lasciato scomparire senza immaginare cosa verrà dopo.

La sfida è proteggere le persone senza cancellare il verde: controllare gli alberi, curare quelli ancora sani, abbattere soltanto gli esemplari realmente pericolosi e avviare contestualmente una nuova stagione di piantumazioni, visto che, inevitabilmente, entro qualche anno – al massimo decennio – gli alberi piantati durante il Ventennio non ci saranno più.

 

Fonte: www.castellinotizie.itCastelli Romani

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