Presentata al Museo Diocesano di Albano Laziale la nuova pubblicazione del giornalista e scrittore. Dalle fortezze delle grandi famiglie feudali ai pontefici, dai conflitti per il controllo del territorio ai legami con San Francesco: un viaggio in un’epoca poco raccontata, ma decisiva per la storia e l’identità dei Colli Albani.
Toh… esiste il Medioevo! Ed è esistito – ecco la notizia – anche ai Castelli Romani, inchiodati nell’immaginario collettivo o ad Alba Longa e alle mitiche origini di Roma, o a tempi più recenti di Grand Tour artistico-letterari. Come se, tra queste due epoche, non si fosse svolto un tempo intermedio, denso di avvenimenti e decisivo per la storia del territorio. È il primo pensiero che sopraggiunge dopo la presentazione dell’ultima fatica del giornalista, scrittore e divulgatore Maurizio Bocci, dal titolo ‘Il Medioevo nei Castelli Romani’.
L’evento si è svolto sabato 17 ottobre, nella sala gremita del Museo Diocesano di Albano Laziale. Davanti a un pubblico attento e curioso, è stata ricomposta una parte spesso trascurata di storia, non soltanto locale, grazie anche al contributo di Aldo Onorati, che del libro ha curato la postfazione, e di Roberto Libera, che ha introdotto la conferenza.
Divulgatore preziosissimo: con lui le rovine tornano a parlare
L’incontro è stato organizzato da Maura Iacobelli e Aldo Oroccini, dell’associazione ‘San Francesco insieme per la pace’, nell’ambito dell’ iniziativa ‘Fratello Sole e Sorella Luna’ dedicata agli 800 anni dalla morte del Santo. Si è trattato della penultima iniziativa in programma: la presentazione del libro di Maurizio Bocci è stata l’occasione per approfondire anche il rapporto di San Francesco e di altri illustri personaggi medievali con i Colli Albani.
A introdurre gli interventi, Roberto Libera, direttore del Museo Diocesano di Albano e neo direttore della Rete Museale di Monte Porzio Catone, che ha definito Bocci “un divulgatore preziosissimo”, capace di offrire al lettore una successione di “spot molto veloci” su vicende e protagonisti di quei tempi ai Castelli Romani. “Noi specialisti ci allunghiamo su cose che riguardano solo gli studiosi”, ha osservato, cogliendo uno dei tratti distintivi del lavoro di Bocci: raccontare la storia in modo puntuale, ma con un linguaggio semplice e diretto, capace di restituire un quadro d’insieme alla portata di tutti.
Bocci ama definirsi scrittore ‘per hobby’. Non è affatto d’accordo Aldo Onorati, poeta, scrittore e dantista, con il quale l’autore ha condiviso innumerevoli progetti culturali, tra cui quello più recente realizzato attraverso brevi contributi video accessibili su Youtube dedicato alla valorizzazione del dialetto, specie quello di Albano, che ha fatto il pieno di visualizzazioni.
Nel presentare il volume, Onorati ha definito l’amico scrittore completo, nel senso ‘borgesiano’ del termine, capace cioè di accompagnare il lettore attraverso un processo trasformativo: dopo aver letto il libro, non sarà più possibile attraversare i Castelli Romani con lo sguardo svagato e inconsapevole di prima. Tra i grandi meriti dell’opera, secondo Onorati, c’è innanzitutto l’originalità: aver fatto luce su un periodo ‘buio’ nella storia dei Castelli Romani, perché poco indagato se non ‘saltato’, a fronte di miriadi di pubblicazioni dedicate a fasi storiche ritenute più attrattive e meno ostiche.
“In questo libro ho trovato, nel discorso storico dei Castelli Romani, un’unità fertile che fa capo a Roma, e Roma si intreccia con i Colli Albani”, ha sottolineato Onorati. Un rapporto strettissimo, quello tra Roma e il territorio castellano, che attraversa tutta l’età medievale dato che faceva parte dello Stato Pontificio e fu anche luogo d’origine di numerosi pontefici. Onorati ha ricordato, tra gli altri, Innocenzo I, nato ad Albano, fu il pontefice che tentò di fermare i Goti di Alarico. “Nessuno lo conosce. Albano è un po’ disattenta ai propri figli, non c’è una via che lo ricordi”, ha osservato il dantista, richiamando l’attenzione su una memoria storica locale troppo spesso dimenticata. “Questo libro, queste cose, dette e non dette, le sottolinea, denuncia silenzi e dimenticanze”, ha aggiunto. Ed è un altro dei meriti riconosciuti all’opera, insieme alla piacevolezza. “È un libro di gustosissima lettura, ti incanta, ti prende”, ha affermato Onorati, sottolineando come quasi mai gli storici possiedano il gusto della narrazione. Ciò che conta è che le rovine non siano andate distrutte, almeno nella memoria: senza gli uomini che le interpretano e le raccontano, restano mute.
Siamo sui celebri Colli Albani che nell’Ottocento furono visitati e celebrati da tanti grandi protagonisti della letteratura europea, da Gogol a Stendhal e molti altri. Eppure, il libro di Bocci dimostra che nel Medioevo questi stessi luoghi furono un’attrattiva non meno che per i viaggiatori del Grand Tour. “Bocci ha restituito ai Castelli Romani una dimensione storica che supera i confini dei singoli Comuni. Le rovine non sono andate distrutte”, la chiosa di Onorati.
Il libro: quando i Colli divennero Castelli
Rendere temi complessi patrimonio di tutti: è questa la convinzione che ha ispirato Maurizio Bocci nella progettazione e realizzazione del suo dodicesimo libro. L’autore ha illustrato al pubblico la struttura dell’opera, articolata in tre parti. La prima, di carattere più propriamente storico, porta un titolo particolarmente accattivante: ‘Quando i Colli divennero Castelli’. Ripercorre le vicende dalla caduta dell’Impero Romano alla scoperta dell’America, attraverso la formazione dei domini feudali, l’affermazione delle grandi casate, fino al tramonto dell’età medievale. Vicende locali che non possono essere comprese separatamente da quelle di Roma e dello Stato della Chiesa, perché con esse furono costantemente intrecciate.
La seconda parte è dedicata alle antiche fortezze dei Castelli Romani, nell’area settentrionale e meridionale del territorio: torri, rocche e strutture difensive nate dal fenomeno dell’incastellamento di cui resta traccia nella denominazione stessa dei Castelli Romani. “Ho ricostruito tutte le torri e le fortezze che avevamo qui ai Castelli Romani”, ha spiegato Bocci. La terza e ultima parte, è una galleria di personaggi illustri, con quindici biografie che restituiscono volti, vicende e protagonisti di un’epoca straordinariamente ricca. Tra questi, San Nilo, Gregorio I di Tuscolo, il cardinale Giovanni Colonna, principe della Chiesa che accompagnò Francesco d’Assisi nel percorso verso l’approvazione della sua Regola.
E ancora Jacopa Frangipane de’ Settesoli, nobildonna appartenente a una delle più potenti casate romane, divenuta l’amica più fedele del Poverello d’Assisi, al quale rimase vicina fino agli ultimi istanti di vita.
E poi Cencio Savelli, divenuto papa Onorio III, il pontefice che custodì l’eredità di San Francesco e sostenne anche l’affermazione dell’Ordine domenicano. Per concludere con Vittoria Colonna, poetessa che raccolse l’eredità spirituale del Medioevo aprendosi alla cultura dell’Umanesimo e del Rinascimento. Un insieme di figure che raccontano quanto la storia dei Colli Albani sia stata attraversata da personalità capaci di incidere ben oltre i confini locali.
Per otto secoli i Castelli Romani centro di potere e Stato nello Stato
“Ringrazio Aldo, ormai siamo una coppia di fatto, per i tanti progetti realizzati insieme”, ha esordito con ironia Maurizio Bocci, prima di spiegare le ragioni che lo hanno spinto a dedicare un intero volume al Medioevo castellano. “Ho voluto scrivere questo libro perché ci sono dai 200 ai 300 libri che raccontano il nostro territorio, ma non la storia del Medioevo. Ed è un errore gravissimo, che ci portiamo dietro da secoli. La Storia si è fatta qui, per la vicinanza al centro di potere che era Roma”.
Ma perché questo periodo è tanto complesso e così scansato? Bocci, laureato in Scienze Statistiche, ha provato a darne ragione anche attraverso i numeri. “Ho fatto un calcolo: in otto secoli si sono avvicendati 120 pontefici e 40 sovrani. Figuriamoci cosa accadeva qui”. Una successione impressionante di protagonisti, dinastie, conflitti e cambiamenti politici, tanto più considerando che nello Stato Pontificio il Papa non era soltanto la massima autorità religiosa, ma anche un sovrano temporale. E i Castelli Romani, ben prima di diventare meta dei viaggiatori del Grand Tour e al di là delle fascinazioni per essere stati il ventre materno di Roma, rivestivano un ruolo strategico fondamentale.
“Rappresentavano la cintura di sicurezza del Papa”, ha spiegato Bocci. Per questo i pontefici volevano che fossero governati da uomini delle proprie famiglie, capaci di difendere militarmente il territorio e di controllare gli accessi alla Capitale. Uomini armati e casate potenti, che cercavano continuamente di acquisire nuovi castelli, ampliando i propri domini fino a creare, di fatto, uno Stato nello Stato. Un obiettivo perseguito, e in alcuni periodi raggiunto, da grandi famiglie feudali. Per circa due secoli dominarono i Conti di Tus
colo. Gli Annibaldi possedevano castelli da Frascati ad Ariccia, mentre i Colonna consolidarono il proprio potere fino all’elezione di Martino V al soglio pontificio. Ad Albano, per quattro secoli, furono protagonisti i Savelli. Ben diversa la vicenda di Nemi che vide succedersi almeno una decina di feudatari. Da qui, rivalità, alleanze, scontri e lotte per il controllo di un territorio strategicamente decisivo.
Nella ricostruzione delle fortezze e dei domini feudali manca però una città importante: Velletri. E non se ne dolgano i diretti interessati. Bocci, ha chiarito che non fu governata da un feudatario, ma mantenne un rapporto di fedeltà con il Papa. I veliterni, inoltre, erano conosciuti per la loro abilità come arcieri. Un quadro che aiuta anche a comprendere quanto divisioni, rivalità e campanilismi tra comuni ancora nell’aria, affondano le radici in una storia lontana.
Proprio per questo, l’autore ha espresso soddisfazione nel constatare come, per la prima volta, 17 Comuni dei Castelli Romani si presentino uniti per candidarsi a Capitale italiana della Cultura 2029. Un segnale di collaborazione che sembra andare nella direzione opposta rispetto alle secolari frammentazioni territoriali raccontate nel libro.
San Francesco ai Castelli Romani, tra grandi pontefici e potenti famiglie feudali l’amicizia con ‘frate Jacopa’
Tra i giganti della storia medievale ricordati da Bocci, un posto di primo piano spetta a Innocenzo III, nato Lotario dei Conti di Segni, uno dei pontefici più potenti e influenti del Medioevo. Fu il papa che creò lo Stato della Chiesa esercitando il proprio potere da monarca assoluto. Ed è proprio a Innocenzo III che Francesco d’Assisi si rivolse per ottenere l’approvazione della prima forma di vita della sua fraternità. A fare da intermediario tra il potente pontefice e il Poverello d’Assisi fu il cardinale Giovanni Colonna, figura di primo piano nella storia ecclesiastica e appartenente alla casata destinata a esercitare una lunga influenza sul territorio castellano.
L’incontro tra il potere della Chiesa e la radicale scelta di povertà di Francesco è uno degli episodi più significativi di quel periodo. Anche il celebre sogno di Innocenzo III, nel quale il Santo sostiene la Basilica del Laterano sul punto di crollare, contribuì a convincere il pontefice. Nel 1209 arrivò la prima approvazione orale della forma di vita francescana. In quell’anno Francesco incontra a Roma Giacoma de’ Settesoli, appartenente alla potente famiglia Frangipane, una donna destinata a occupare un posto speciale nella sua vita. Giacoma soggiornava anche a Marino dove la famiglia possedeva un feudo, insieme ad altri castelli e proprietà distribuiti nel territorio, tra Nemi, Montecompatri e Rocca di Papa. Rimasta vedova, si occupò personalmente dell’amministrazione dei possedimenti familiari. Ma il suo nome è rimasto legato soprattutto alla straordinaria amicizia con Francesco, che la chiamava affettuosamente ‘Frate Jacopa’.
Bocci ha ricordato il celebre episodio degli ultimi giorni del Santo, quando Giacoma giunse da lui prima ancora di ricevere la lettera con cui Francesco desiderava chiamarla al proprio capezzale. Portava con sé ciò di cui aveva bisogno il santo morente: un cuscino per appoggiare la testa, i mostaccioli che tanto amava, un velo color cenere per la sepoltura e i ceri. Accanto a queste figure, Bocci ha ricordato anche Ugolino da Anagni, futuro papa Gregorio IX, che da cardinale affiancò Francesco nella revisione e nella definizione della Regola, contribuendo al riconoscimento e all’organizzazione dell’Ordine.
E poi San Bonaventura da Bagnoregio, grande teologo francescano, divenuto vescovo e cardinale di Albano nel 1273, figura fondamentale per la storia e la memoria del francescanesimo dopo la morte del fondatore, avvenuta nel 1226. Sono storie che mostrano come i Castelli Romani non siano stati soltanto scenario di contese politiche, ma anche luoghi attraversati da esperienze religiose e spirituali destinate a lasciare un’impronta profonda nella storia umana. Lungi dall’essere soltanto un’epoca lontana da studiare sui libri, il Medioevo raccontato da Bocci è una presenza ancora riconoscibile nella geografia dei paesi, nei nomi dei luoghi, nelle rovine, nelle tradizioni e perfino in quelle ‘ruggini’ mai sopite, parte integrante dell’identità dei Castelli Romani.
Il valore di questa preziosa opera di divulgazione sta proprio nel rendere accessibile la complessità della storia senza impoverirla, restituendo significato a luoghi e vicende dimenticati, quando non sconosciuti. Perché i Colli Albani non sono diventati Castelli Romani per caso. E tra le pagine di questo libro che raccontano il passato, si comprende meglio il presente.
