Imputabilità: alcune riflessioni 

di Rita Mascialino Coloro che si comportano accettando le regole del vivere civile non possono essere lasciati, in uno Stato democratico, in balìa dei violenti – democrazia non significa arbitrio da parte dei cittadini e di nessuna Istituzione. La misura del carcere restrittiva della libertà per i rei in special modo di gravi crimini quali […]

di Rita Mascialino

Coloro che si comportano accettando le regole del vivere civile non possono essere lasciati, in uno Stato democratico, in balìa dei violenti – democrazia non significa arbitrio da parte dei cittadini e di nessuna Istituzione. La misura del carcere restrittiva della libertà per i rei in special modo di gravi crimini quali l’omicidio e il tentato omicidio, il furto e la rapina, è la ragione primaria, non l’unica, ma primaria della costituzione dei raggruppamenti umani organizzati, a partire dalle tribù fino agli Stati nazionali. In altri termini: la funzione primaria del carcere è quella di isolare i rei dalla convivenza sociale per tempi relativi alla gravità dei reati commessi, ossia è il motivo principale di tale istituzione, che non può mancare come mezzo di isolamento temporaneo o perenne dei criminali dalla società, carcere che consente comunque ai detenuti di studiare per aprirsi alla cultura che essi forse non hanno, di norma, acquisito, di lavorare all’interno, di recuperarsi per il possibile sempre quali detenuti fino alla fine della loro restrizione. Faccio al proposito l’esempio di un serial killer statunitense – con padre di origine tedesca e madre di origine mista anglotedesca –, Edmund Emil Kemper III (Burbank CA USA: 1948). A quindici anni a causa soprattutto dell’uccisione dei nonni presso i quali suo padre l’aveva inviato non volendo sapere più nulla di lui, fu arrestato e internato nell’Ospedale Psichiatrico Criminale ad Atascadero per cinque anni, considerato dapprima schizofrenico, poi disturbato, poi superintelligente – con Q.I. di fascia 145 mentre la norma in generale è di fascia 100 all’incirca. Grazie alla sua notevole intelligenza divenne aiutante dello psicologo del carcere nella somministrazione dei test psichiatrici e anche esperto nella valutazione degli stessi. Scontata la pena, nel 1973 fu arrestato per una serie di omicidi, tra cui quello della madre che aveva sempre avuto comportamenti pessimi nei suoi confronti, ma non fu giustiziato in quanto in California nel 1972 la pena di morte era stata dichiarata incostituzionale, per cui si ebbe otto ergastoli che sta ancora scontando nella prigione denominata California Medical Facility (CMF) di Vacaville. Nel frattempo era divenuto, tra le varie attività, esperto di informatica e docente della materia per i detenuti, esperto nella conoscenza e nell’uso dell’alfabeto Braille coordinando per diversi anni un progetto molto importante nell’ambito e partecipandovi egli stesso attivamente con la trascrizione di opere letterarie in tale alfabeto per i non vedenti, nonché conseguendo anche numerosi Premi.

Queste informazioni per indicare come questo serial killer recuperato almeno a tutta apparenza, pur chiedendo a più riprese come era suo diritto la libertà condizionale, non l’abbia mai ottenuta finora: il pool di psicologi e psichiatri gliel’ha sempre rifiutata ritenendo che fosse ancora, malgrado gli ottimi risultati raggiunti in carcere, pericoloso, forse ricordando come fosse stato in grado di ingannare psicologici, psichiatri, poliziotti in passato. E verosimilmente era ancora pericoloso. Questo per via delle trascorse abitudini cerebrali che fungono da insegnamenti acquisiti – il cervello non distingue tra morale e immorale, apprende tutta l’esperienza e, per usare una metafora, da amico fedele non distrugge mai niente che si sia immagazzinato nei suoi circuiti, nella mente conscia e inconscia e che nessuna predica o buona condotta può cancellare in special modo in presenza di casi tanto gravi da essere per così dire incisi nella memoria neuronale, quindi nel migliore dei casi con sinapsi chiuse che si possono tuttavia sempre riaprire secondo associazioni, stimolazioni opportune.

Citando l’esempio dell’assassino del Circeo condannato a due ergastoli, uno nel 1976 e l’altro nel 2008: uscito in regime di semilibertà dal 2004 e avendo già goduto di permessi premio per la buona condotta, nonché creduto recuperato da psicologi e psichiatri, ha ucciso ancora, subito pochi mesi dopo aver avuto la semilibertà per lavorare, due donne. 

Premetto anche che non sono un giurista, ossia non ho una formazione giuridica a livello sistematico, per cui non mi permetto assolutamente di trattare articoli del codice penale relativi alle restrizioni dell’imputabilità come capacità di intendere e di volere, ad esempio artt. 42, 45, 46, 82, 85, 86, 87, 88, 89, 90, 91 tra gli altri articoli che ho letto per informazione nei Corsi di Criminologia da me frequentati. Le mie osservazioni sono pertanto pertinenti alla possibilità da parte dei cittadini, che vivono in regimi di democrazia dove sono previste tante libertà, di farsi un’idea sulla qualità dei Governi che si sono succeduti e delle Leggi, per quanto possibile, che vengono approvate dalle Camere del Parlamento.

L’ambito dell’imputabilità, molto ovviamente, non può essere liquidato in linea generale con il concetto della suitas latina, che giudica in ambito di coerenza dell’azione nella sua realizzazione e finalità, né con il concetto relativo al senso di realtà di pertinenza della psicologia e psichiatria, ambedue concetti che necessitano giustamente di alcune specificazioni ad essi consone e restrizioni confermate sul piano oggettivo, ciò onde resti assicurato il rientro formale e pratico nella legalità prevista appunto dal codice penale, Costituzione implicita.  

I problemi che mi pongo nel quadro generale e delle specificazioni riguardo l’imputabilità, come accennato da cittadina che deve cercare di capire come stiano le cose nella società in cui vive non dovendosi né potendosi certo laureare in tante discipline, esulano, ovviamente, dai casi di conclamato stato di psicosi o malattia mentale, sulla cui perdita della capacità di intendere e di volere non ci possono essere dubbi. Un dubbio invece mi sorge quando sento dire da molti omicidi, più o meno sempre, che non volevano uccidere, quindi rivendicando in base al codice penale, che pare, giustamente, conoscano bene per quanto li riguarda, di avere ucciso senza la loro volontà di uccidere o, anche, affermando una loro incapacità di intendere e, appunto ancora, con il ripetuto concetto di non aver voluto nel momento in cui avevano commesso il reato.

A parte casi da giudicarsi come mancanza di volontà di uccidere i quali sono da individuare come reati colposi e preterintenzionali, il sintagma presente a varie riprese nel c.p., ossia nel momento ovviamente in cui si è compiuto il reato, riguarda una situazione psicologica che nessuno può stabilire al di là del luogo comune. Il momento in cui avviene l’omicidio è individuabile, nella maggioranza dei casi, sul piano soggettivo dell’opinione, non su quello oggettivo di fatti riscontrabili in misura sufficiente. Per questo primario motivo le specificazioni relative al citato momento descritte in vari articoli del codice penale possono consentire, in qualche caso e secondo la mia opinione di cittadina, facili scappatoie ai cattivi, anche per quanto attiene alla valutazione della delinquenza minorile.

Certo, c’è spesso una mala educazione impartita dai genitori verso i figli minori che delinquono gravemente, pessime abitudini apprese anche inconsciamente dai bambini, ma tutto ciò può valere come non imputabilità o come importante attenuante? Il famoso serial killer tedesco Peter Kürten disse ai giudici poco prima della condanna a morte per decapitazione nel 1931 a Düsseldorf, che non aveva avuto genitori come quelli degli altri e questo era vero, ma non lo disse per togliersi e neanche per attenuare la colpa grave dei suoi omicidi, era troppo intelligente per farlo, lo disse solo come suo rammarico esistenziale.

Personalmente ritengo che la negligenza e il cattivo esempio dei padri non esonerino i figli dalla colpa grave di un eventuale omicidio o tentato omicidio e che per sfuggire alle conseguenze degli eventuali omicidi non sia il caso di tirare in ballo i genitori inadempienti o il momento in cui o la mancata volontà di uccidere o il mancato intendimento di non stare facendo una buona cosa uccidendo, usando violenza. In verità, è difficile che un ragazzo di oggi, per rimanere nell’ambito della delinquenza giovanile, magari un ragazzo vicino all’età legale per espletare il diritto di voto, non si renda conto che uccidere o tentare di uccidere qualcuno faccia male a quel qualcuno, ossia che il giovane non capisca di fare male aggredendo e uccidendo, ribadendo: è sommamente difficile che non sappia quello che faccia e perché lo faccia, può semplicemente voler fare del male per averne un’emozione, un senso di – ingannevole –  superiorità. Come farebbe altrimenti a capire per quale partito o per chi votare, tra l’altro, c’è da chiedersi. Non riesco a immaginarmi che un tale giovane ai margini della maggiore età, capace di fare tante cose, sia poi così sprovveduto da non intendere se faccia bene o male ad ammazzare il prossimo, a usare violenza.

Oggi non ci sono più gli adolescenti di un tempo, quando tutti dovevano lavorare duro e non c’erano libertà di nessun tipo o ce n’erano ben poche. Oggi, appunto nei regimi democratici ci sono, per fortuna, molte libertà la cui natura tuttavia deve essere più approfondita sul piano oggettivo del significato e delle conseguenze perché la democrazia non sia interpretabile come caduta verso il basso. Questo al di là di rattoppi su rattoppi in superficie, difficili da confermare al di là di ogni ragionevole dubbio, credendo che possano bastare rattoppi che sfiorano il cavillo in luogo di cartesiane idee chiare e distinte, rattoppi e cavilli che altro, forse o come credo, non possono fare che aumentare la confusione e le idee non chiare così che appunto consentono le scappatoie per i rei e il loro incremento quantitativo nella società. Ciò secondo la mia opinione di cittadina ed ex insegnante che non ha mai insegnato la violenza ai suoi allievi, ma solo il rigore richiesto dall’impegno positivo. Sempre a meno che il rigore richiesto dall’impegno positivo non venga, oggi come mi sembra di intendere da molte parti, considerato una violenza da evitare per non turbare i giovani che uccidono, che usano violenza.

Un pensiero di Leonardo da Vinci per concludere queste riflessioni: ‘Ogni impedimento è distrutto dal rigore’. Che avesse ragione il genio emblema dell’Umanesimo Italiano? Mi pare comunque che non abbia ucciso nessuno e che non si sia mai annoiato nella sua vita per questa mancanza nelle sue esperienze. Certo non tutti sono come Leonardo, ma la vita è ovunque stracolma di cose interessantissime da indagare finché si può e a qualsiasi livello per chi non voglia annoiarsi e il rigore richiesto dall’impegno positivo per sé e per la società può essere un’emozione da sperimentare.

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