Kimi e Jannik, due facce italiane della stessa medaglia

Foto da immagini RAI Antonelli riporta il tricolore sul podio di Monza dopo sessant’anni, Sinner sulla terra rossa di Roma dopo mezzo secolo. Due giovani campioni, due sport differenti e un’Italia vincente che non ha bisogno di gridare   Alcune vittorie restano confinate negli albi d’oro; altre ne escono immediatamente, attraversano gli spalti ed entrano […]

Foto da immagini RAI

Antonelli riporta il tricolore sul podio di Monza dopo sessant’anni, Sinner sulla terra rossa di Roma dopo mezzo secolo. Due giovani campioni, due sport differenti e un’Italia vincente che non ha bisogno di gridare

 

Alcune vittorie restano confinate negli albi d’oro; altre ne escono immediatamente, attraversano gli spalti ed entrano nella memoria collettiva. Quella di Andrea Kimi Antonelli a Monza appartiene già alla seconda categoria. Un pilota italiano torna a vincere il Gran Premio d’Italia dopo sessant’anni e lo fa a vent’anni, davanti a un pubblico vestito di rosso che, almeno per una domenica, riesce persino a dimenticare il colore della monoposto.

Tra quegli spettatori c’è Jannik Sinner. E allora le immagini dei due ragazzi finiscono quasi naturalmente per sovrapporsi: Kimi sul gradino più alto del podio di Monza, Jannik sulla terra rossa di Roma riconquistata pochi mesi prima dopo cinquant’anni. Due attese interminabili, spezzate da due giovani che sembrano avere con il tempo un rapporto singolare: ne hanno pochissimo alle spalle, ma sono già capaci di attraversare la storia.

Volante e racchetta, trecento all’ora e una pallina che viaggia a velocità quasi invisibili, vent’anni l’uno e venticinque l’altro. Kimi Antonelli e Jannik Sinner sono due facce italiane della stessa medaglia. Quella di un Paese che, quando smette di contemplare i propri difetti e lascia lavorare il talento, sa ancora sorprendere il mondo.

Kimi, un azzurro dentro il rosso

La domenica di Monza era cominciata nel peggiore dei modi per il Cavallino. Il rosso si era rapidamente trasformato nel colore della delusione, lasciando ancora una volta i ferraristi davanti alle proprie speranze disfatte. Poi è arrivato lui, Andrea detto Kimi, ragioniere bolognese prestato alle velocità siderali, a ricomporre una giornata che sembrava già perduta.

La tuta non era rossa, la macchina neppure. Eppure, quando Antonelli ha tagliato il traguardo, Monza ha riconosciuto prima il ragazzo e poi il marchio. I cappellini con il Cavallino erano sempre lì, ma sotto quelle visiere si festeggiava un italiano. È forse questa la parte più bella della storia: Kimi è riuscito per qualche minuto a superare una delle appartenenze più viscerali dello sport nazionale.

Non ha fatto dimenticare la Ferrari, impresa probabilmente superiore persino ai miracoli della meccanica; ha convinto i ferraristi che quella vittoria appartenesse un poco anche a loro.

Del resto, come si fa a non parteggiare per un ventenne così? Volto pulito, serietà quasi antica, ironia mai esibita, nessuna posa da predestinato. Un ragazzo che festeggia mettendo il ragù nella coppa appena conquistata e poi mangia la pizza preparata dai ragazzi autistici di PizzaAut racconta molto di sé senza ricorrere a dichiarazioni solenni. A trecento all’ora corre la macchina; quando ne scende, Kimi torna a camminare con la semplicità del ragazzo della porta accanto.

Ha imparato presto che la velocità non consiste soltanto nello spingere, ma nel sapere quando frenare, come affrontare una curva e in quale momento tentare il sorpasso. Vale per la Formula 1 e, probabilmente, anche per la vita.

Jannik, la forza gentile

Sinner appartiene alla stessa specie, sempre più rara nello sport contemporaneo: quella dei campioni che non hanno bisogno di recitare la parte dei campioni. Anche lui ha riportato l’Italia dove mancava da troppo tempo, spezzando attese che sembravano diventate una condanna ereditaria. Lo ha fatto attraverso la disciplina del gesto ripetuto, la cura quasi artigianale del talento, la fatica quotidiana sottratta agli sguardi.

In campo non spreca movimenti; fuori non spreca parole. Dietro quell’apparente freddezza c’è una combustione continua, governata con la stessa precisione con cui Antonelli tiene una monoposto dentro una curva. Uno vede sfrecciare una pallina, l’altro muri, cordoli e avversari. Entrambi hanno imparato che la velocità, da sola, serve a poco: bisogna dominarla senza esserne travolti.

Sinner non cerca il personaggio, non alza il volume per occupare la scena. Sorride con discrezione, riconosce il valore degli avversari e accoglie vittorie e sconfitte senza trasformarle in teatro. È arrivato al vertice mondiale senza assumere il tono di chi pretende che il mondo glielo ricordi ogni mattina. Anche questa è una forma di grandezza, forse la più difficile nell’epoca dell’esibizione permanente.

La sua non è timidezza, ma misura. Non è freddezza, ma controllo. Jannik sa che la partita più complicata non si gioca sempre contro chi sta dall’altra parte della rete: spesso bisogna affrontare le aspettative, la pressione, la solitudine e quel Paese intero che pretende di vincere insieme con te, salvo poi lasciarti solo al primo errore.

Antonelli e Sinner si cercano, si incontrano e si scambiano complimenti. Kimi ha festeggiato la vittoria di Jannik alle ATP Finals; Sinner gli ha dedicato quel “Bravo Kimi” scritto sulla telecamera dopo Indian Wells. Sono saliti insieme su una vettura ad Abu Dhabi: Antonelli a trecento all’ora, Sinner al suo fianco, meravigliato dal controllo del giovane pilota sul mezzo.

Il tennista che governa traiettorie e velocità ha riconosciuto nell’automobilismo la stessa grammatica del proprio sport: istinto, precisione, coraggio e disciplina.

La loro lezione al calcio

Guardando Kimi e Jannik, il pensiero corre inevitabilmente al calcio, lo sport che in Italia pretende ancora di occupare tutto lo spazio disponibile. Un calcio diventato troppo spesso noioso, prevedibile e prigioniero di liturgie consumate. Le solite squadre disputano campionati per conto proprio, mentre tutte le altre partecipano a una competizione parallela: chi per conquistare un posto dignitoso, chi semplicemente per non affondare.

Le gerarchie economiche sembrano scritte prima ancora del fischio iniziale della stagione. I divari si allargano, le sorprese si restringono e troppi tornei assomigliano a sceneggiature delle quali conosciamo già i protagonisti, se non addirittura il finale.

Ma la prevedibilità è soltanto una parte del problema. Il calcio è diventato anche il regno delle simulazioni, delle perdite di tempo, delle proteste collettive e dei falli cosiddetti tattici, nobilitati come espressione d’intelligenza. Ogni decisione arbitrale viene circondata, contestata e vivisezionata. Si discute per giorni di un contatto in area e per pochi minuti di un gesto tecnico. La furbizia viene premiata quasi quanto il talento; la scorrettezza, purché abbastanza raffinata da non essere scoperta, viene talvolta elevata a virtù professionale.

Tennis e Formula 1 non abitano naturalmente un mondo perfetto. Anche lì pesano il denaro, le strutture, la tecnologia e le possibilità economiche. Una monoposto competitiva non è un dettaglio, così come nel tennis le risorse disponibili possono incidere profondamente sulla costruzione di una carriera. Ma, quando arriva il momento decisivo, il campione resta solo davanti alle proprie responsabilità.

Sinner è solo di fronte alla rete, Antonelli dentro l’abitacolo. Nessun compagno può nasconderne l’errore, nessuna sceneggiata può sostituire un colpo o correggere una curva sbagliata. In Formula 1 non si può simulare un sorpasso; nel tennis non si può perdere tempo fingendo un dolore fino al fischio finale. La pista e il campo presentano il conto senza lasciarsi commuovere.

Il tennis conserva inoltre il valore quasi cavalleresco del confronto individuale: alla fine ci si stringe la mano, riconoscendo che dall’altra parte non c’era un nemico, ma l’avversario senza il quale la vittoria non sarebbe esistita. La Formula 1 celebra il rischio, la competenza e il coraggio controllato. Si può perdere per un centesimo di secondo o per una pallina rimasta sulla riga. Fa male, naturalmente, ma si ricomincia senza celebrare per una settimana il processo universale all’arbitro.

È questa la lezione che Kimi e Jannik sembrano consegnare anche al calcio: vincere non significa necessariamente gridare più degli altri, intimidire chi giudica o mortificare chi perde. Si può essere feroci durante la competizione e gentili un istante dopo. Si può desiderare ossessivamente la vittoria senza trasformarla in arroganza. Si può restare giovani senza comportarsi da bambini viziati.

L’Italia migliore non alza la voce

L’amicizia fra Antonelli e Sinner non sembra costruita per le telecamere. Nasce piuttosto dal riconoscersi simili: entrambi precoci senza essere frettolosi, ambiziosi senza diventare arroganti, popolari senza farsi divorare dalla popolarità. Due ragazzi che hanno ricevuto moltissimo dal talento, ma che al talento restituiscono ogni giorno lavoro, sacrificio e responsabilità.

Rappresentano un’Italia diversa da quella rumorosa, litigiosa e compiaciuta delle proprie furbizie. Un’Italia che non pretende scorciatoie, non cerca alibi e non confonde la sicurezza con la tracotanza. Sono figli di una generazione che comunica moltissimo, eppure hanno scelto di affidare ai risultati le parole più importanti.

Da una parte il rombo di un motore, dall’altra il suono secco della pallina sulla racchetta. Al centro la stessa educazione del talento, la medesima misura, una simile capacità di restare se stessi mentre il mondo comincia a guardarli.

Forse le loro vittorie emozionano tanto proprio per questo. Non riportano soltanto il tricolore in luoghi dai quali mancava da decenni. Restituiscono allo sport italiano qualcosa che il calcio sembra avere smarrito: l’imprevedibilità, la lealtà del confronto, la bellezza del gesto e persino il diritto di ammirare un campione senza dover prima domandare quale maglia indossi.

A Monza, per una domenica, persino il popolo ferrarista ha festeggiato una tuta diversa dal proprio rosso. Nel calcio sarebbe quasi impensabile. Ed è proprio in questa eccezione che si trova il piccolo miracolo compiuto da Kimi Antonelli: non ha vinto soltanto una corsa, ha riunito un pubblico. Sinner, da parte sua, ha già riunito un Paese intorno a una racchetta.

Due ragazzi, due imprese, una sola medaglia. E, finalmente, un’Italia sportiva capace di vincere senza dover alzare la voce.

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