L’estate nera della musica italiana

Guccini, Peppino Di Capri e Gianni Cazzola: tre grandi artisti, ultimi custodi di un modo di fare musica e di raccontarla Per qualche istante il pubblico …

Guccini, Peppino Di Capri e Gianni Cazzola: tre grandi artisti, ultimi custodi di un modo di fare musica e di raccontarla

Per qualche istante il pubblico del Gemia Swing Club di Busto Arsizio pensa a un malore. Gianni Cazzola si ferma, vacilla, si accascia dietro la batteria. Ha 88 anni. I soccorsi sono immediati, ma quella sera il musicista non tornerà più al suo strumento.

 

Fino a pochi minuti prima faceva ciò che aveva fatto per tutta la vita, suonare jazz. Senza riflettori. Continuava a esibirsi nei piccoli club, dove c’era ancora chi ascoltava per il piacere di ascoltare. Era stato il batterista di Mina in “Grande, grande, grande” e aveva lavorato accanto ad alcuni grandi interpreti del jazz.

 

La sua morte, il 18 luglio, è passata quasi in silenzio. Eppure è diventata il simbolo di un’estate che, nel giro di poche settimane, ha portato via tre protagonisti della musica italiana.

 

L’11 luglio si era spento nella sua isola Peppino Di Capri, 86 anni. Giuseppe Faiella aveva raccontato un’Italia che scopriva il benessere, i viaggi, le vacanze sul mare e le serate nei locali. “Champagne”, “Roberta”, “St. Tropez Twist” hanno accompagnato la stagione dei juke-box, delle sale da ballo, delle estati sull’isola. Le due vittorie al Festival di Sanremo sono arrivate dopo una lunga gavetta nei locali e proseguito sui palcoscenici di tutta Italia.

 

Il 6 agosto si è spento a Pavana, in provincia di Pistoia, Francesco Guccini, anche lui 86 anni. Cantautore, scrittore, narratore di un’Italia inquieta, quella di provincia e delle periferie, ha trasformato storie personali e questioni civili in canzoni come “Auschwitz”, “La locomotiva”, “L’avvelenata”.

 

Un batterista jazz, un interprete della canzone popolare, un cantautore. Tre artisti lontanissimi per stile e formazione, ma cresciuti nello stesso ambiente. Quello in cui la musica si imparava nelle balere, nelle osterie, nelle sale d’incisione. Prima dei social, prima degli algoritmi, prima che ogni canzone diventasse anche un contenuto da promuovere. Quando la carriera si costruiva concerto dopo concerto e il rapporto con la gente contava più delle strategie di mercato.

 

Gli archivi conservano le opere, ma non possono sostituire la voce di chi c’era (ph. John Matychuk-Unsplash)

Anche il modo di raccontare queste morti dice molto del nostro tempo. Nelle ore successive agli annunci, decine di siti hanno pubblicato lo stesso lancio d’agenzia con poche variazioni nel titolo. “Addio a…”, “Lutto nel mondo della musica”, “È scomparso…”. Testi quasi identici, modificati quel tanto che basta per intercettare le ricerche online. La notizia arriva prima della storia.

 

Un tempo il “coccodrillo”, come si dice in gergo, l’articolo preparato per la morte di una personalità pubblica, era uno dei banchi di prova del giornalismo. Richiedeva tempo, attenzione, capacità di restituire non solo una biografia, ma una stagione culturale. Oggi, troppo spesso, è diventato un prodotto seriale. Il racconto viene sostituito dalla scheda biografica aggiornata in fretta.

 

La vicenda di Gianni Cazzola apre poi un’altra riflessione. Quanti artisti non hanno mai davvero smesso di lavorare? Molti di loro hanno continuato a salire sui palchi dei jazz club, dei circoli culturali, dei festival di provincia. Non soltanto per ragioni economiche, ma perché quella era la loro vita. Non c’era differenza tra un grande teatro e una sala con pochi tavoli. Cercavano il pubblico, non un evento.

 

È un’Italia quasi invisibile, lontana dalle grandi produzioni, dalle classifiche e dai concerti negli stadi. Un Paese fatto di associazioni, direttori artistici, piccoli spazi di musica dal vivo che continuano a tenere viva una parte essenziale della nostra cultura.

 

Qualche mese prima era scomparso anche Sergio Secondiano Sacchi, storico direttore artistico del Club Tenco. Per decenni aveva costruito relazioni personali con cantautori, musicisti, autori e critici.

 

Con lui scompare uno dei punti di riferimento di quella comunità che aveva scelto di raccontare la canzone d’autore. Ed è forse questa la perdita più difficile da misurare. Resteranno le registrazioni, i libri, le fotografie, gli archivi. Ma nessun documento potrà restituire una conversazione dopo un concerto, una discussione dietro le quinte, un’amicizia nata in una trattoria davanti a un bicchiere di vino. La cultura vive anche di dettagli minimi, che si perdono insieme a chi li ha vissuti.

 

L’estate del 2026 non lascia soltanto il vuoto di tre grandi musicisti. Segna la fine di una generazione che aveva costruito un modo diverso di fare musica. Da domani resteranno le canzoni, ed è un patrimonio immenso. Ma ogni volta che se ne va uno degli ultimi testimoni, raccontare quell’epoca diventa un po’ più difficile. Perché nessun archivio potrà mai sostituire il racconto di chi c’era.

Per un’informazione completa

Consulta anche gli articoli pubblicati su:

Da