Riceviamo e pubbclichiamo Viterbo,8.8.26 Della Torre di Chia, in questi giorni, parlano tutti: giornali, televisioni, tribune social. Ed è un bene: le opinioni sono il sale della democrazia. Il guaio comincia quando le opinioni pretendono di fare il mestiere dei fatti. I fatti non si commentano: si accertano.Sulla natura dell’ente e sulla questione dei biglietti […]
Riceviamo e pubbclichiamo
Viterbo,8.8.26
Della Torre di Chia, in questi giorni, parlano tutti: giornali, televisioni, tribune social. Ed è un bene: le opinioni sono il sale della democrazia. Il guaio comincia quando le opinioni pretendono di fare il mestiere dei fatti. I fatti non si commentano: si accertano.
Sulla natura dell’ente e sulla questione dei biglietti abbiamo già detto tutto nel comunicato dei giorni scorsi, e ripetersi sarebbe una scortesia verso chi legge. Qui aggiungiamo le tre cose che ancora mancavano. Tre fatti, appunto.
I matrimoni fantasma
Si è raccontato, anche in televisione, che il bosco sotto la Torre sarebbe diventato una location per matrimoni. Cominciamo dalla cronaca, che è breve: nel bosco non è mai stato celebrato alcun matrimonio. Né civile, né religioso. Alcuni visitatori vi hanno svolto liberamente un rito simbolico d’ispirazione celtica, senza versare un euro per l’uso
del luogo. Fine della cronaca; il resto è fantasia.
La memoria, invece, è più lunga della cronaca, e conviene rinfrescarla.
Nel 2018, in un’intervista a Tusciaweb, la signora Graziella Chiarcossi raccontava che ai matrimoni ci aveva pensato lei — nella Torre, non nel bosco: «Ad un certo punto l’idea è stata pure quella di celebrare i matrimoni civili negli spazi del castello. Lo avevo proposto al sindaco di Soriano Fabio Menicacci. Ma alla fine ha risposto picche. Mi ha fatto fare la richiesta e tutto quanto, poi appena ho capito che la burocrazia mi avrebbe distrutto ho chiuso tutto. Ma poteva essere una bella opportunità». Dunque: ieri i matrimoni veri, nella Torre, erano «una bella opportunità»; oggi un rito simbolico, nel bosco, sarebbe uno
scandalo. Delle due l’una. O, se si preferisce, un metro solo: per tutti.
(L’intervista è consultabile qui: https://www.tusciaweb.eu/2018/11/torre-pier-paolo-pasolini-rischia-diventare-casa-vacanze)
E per mettere agli atti anche il futuro: l’ente non intende trasformare né il bosco né la Torre in location per matrimoni. L’idea è un percorso culturale — magari proprio un museo diffuso, per usare una formula che è piaciuta a molti. Si vedrà a chi piace ancora.
Le date non si commentano
Si dice poi che la lite giudiziaria sia piovuta addosso al nuovo proprietario come un fulmine a ciel sereno. I fulmini, qui, hanno un calendario. L’Università Agraria si è mossa nel 2021, appena saputo della vendita e ben prima che il Parco delle Cascate esistesse: dal maggio 2021 sedeva al tavolo con i legali del nuovo proprietario, e le interlocuzioni sono durate circa un anno, per cercare una soluzione prima del giudice. Non basta: già in quell’intervista del 2018 la signora Chiarcossi lamentava problemi con l’Università Agraria per l’area di accesso alla Torre, di proprietà dell’ente. La questione dei suoli, insomma, era sul tavolo tre anni prima della vendita e ben prima che il Parco nascesse.
Chi parla di «finalità di business» ignora il calendario — che è un torto ai fatti — e offende chi custodisce un patrimonio collettivo — che è un torto alle persone. E dovrebbe spiegare, soprattutto, che razza di business sia questo. Chi fa affari cerca guadagni certi e tempi brevi.
L’ente ha scelto anni di causa, spese legali e un esito incerto, rimesso alle decisioni di un giudice — per ottenere, in caso di vittoria, un bene che non potrà mai vendere né monetizzare: soltanto custodire, a proprie spese. Come piano industriale, si converrà, è un disastro. Come scelta di una comunità che crede nei propri diritti, è l’unica possibile.
Il precedente di Rebibbia, e una contraddizione
Un ricordo, per finire. Nel novembre 2021, quando la prima casa romana di Pasolini, a Rebibbia, rischiava di finire all’asta, Ascanio Celestini — che al poeta ha dedicato uno spettacolo intero — firmò su Il Manifesto del 19 novembre un articolo dal titolo che non lasciava dubbi: «Casa Pasolini vendesi». Vi rilanciava la richiesta dell’assemblea di
quartiere — che la casa «venga acquistata dal pubblico e non venga appaltata», che diventi «un museo pubblico, popolare e diffuso», «che coinvolga veramente il territorio» — e chiudeva con parole sue: «Penso a un museo vero, un museo di persone». Quella battaglia è stata vinta: la casa è stata restituita alla città e diventerà un museo.
(Un suo intervento di quegli stessi giorni è liberamente consultabile in rete: https://comune-info.net/scuole-aperte/un-museo-diffuso-per-pasolini/)
A Chia sta accadendo qualcosa di analogo, per via giudiziaria: una sentenza ha riconosciuto la natura collettiva del bene — la proprietà più popolare e diffusa che il nostro ordinamento conosca, dove il territorio non è «coinvolto»: è titolare. Sennonché lo stesso Celestini, nei giorni scorsi dagli studi televisivi di In Onda, ha trovato da ridire proprio su questo esito. Delle due l’una: o il museo di persone era giusto a Rebibbia ed è giusto a Chia, o il valore dei principî dipende da chi vince. Noi, più modestamente, restiamo dell’idea del 2021.La sua
In conclusione
L’Università Agraria non chiede a nessuno di darle ragione: per quello ci sono i giudici, che gliel’hanno già data due volte. Chiede tre cose soltanto: che si conoscano i fatti, che si rispettino le istituzioni — a cominciare dalla magistratura — e che il metro sia uno per tutti. Il resto è già scritto. E resta scritto.
Il Dominio Collettivo dell’Università Agraria di Chia