Dopo la lezione americana di Trump, la premier italiana consolida una leadership più pragmatica e istituzionale. Una nuova postura che attira l’attenzione della stampa internazionale e potrebbe diventare un riferimento per la destra europea. La lezione americana potrebbe essere arrivata prima a Roma che a Washington. Mentre Donald Trump paga nelle urne anche il prezzo […]
Dopo la lezione americana di Trump, la premier italiana consolida una leadership più pragmatica e istituzionale. Una nuova postura che attira l’attenzione della stampa internazionale e potrebbe diventare un riferimento per la destra europea.
La lezione americana potrebbe essere arrivata prima a Roma che a Washington. Mentre Donald Trump paga nelle urne anche il prezzo di una politica costruita sullo scontro permanente, Giorgia Meloni sembra indicare alla destra europea e anche al suo alleato, Matteo Salvini, una strada diversa: meno esasperazione, più solidità, soprattutto una maggiore consapevolezza delle responsabilità di governo. È una trasformazione che non nasce oggi e che diversi osservatori internazionali hanno già riconosciuto. La premier italiana, arrivata a Palazzo Chigi da leader di una destra fortemente identitaria, ha progressivamente costruito una postura diversa da quella di molti suoi alleati sovranisti. Non ha rinunciato alle proprie battaglie, ma ha imparato a condurle anche attraverso la mediazione, la prudenza economica e il confronto con le istituzioni europee. E forse è proprio questa la differenza destinata a pesare maggiormente nel futuro del conservatorismo europeo.
I giornali internazionali, e non solo, da tempo le hanno dedicato diversi editoriali che la elevano allo status di leader autorevole e credibile. Il Wall Street Journal ha descritto la leadership di Meloni attraverso la combinazione di combattività e pragmatismo, sottolineando la capacità di difendere le proprie posizioni e, nello stesso tempo, mantenere rapporti istituzionali. Il Financial Times il 3 settembre ha riconosciuto alla premier una stabilità politica notevole e un approccio pragmatico, pur criticando la debolezza delle riforme economiche strutturali. Infine l’autorevole The Economist ha individuato nella capacità di avvicinarsi al centro una delle lezioni che gli altri leader della destra populista europea possono trarre dalla sua esperienza. e si Tratta di giornali che certo non possono essere annoverati tra quelli di idee conservatrici, anzi. Ma Giorgia meloni, che certo aveva subodorato da tempo la sconfitta dei repubblicani, ma non certo di questa entità, dalla “lezione” americana, è decisa a trovare ulteriori spunti per migliorarsi e per esser ancora piu autorevole e credibile, anche di fronte ad una sinistra che continua a guardare ai successi di latri, senza pensare a costruire le basi del proprio. Non è un caso se sia il centro studi guidato da Francesco Filini, sotto la supervisione del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, ha preparato un dossier in cui l’incipit invita tutti a «non lasciarsi andare a tifoserie perché siamo contrari a qualsiasi tipo di ingerenza». Il partito viene invitato a mantenere un profilo istituzionale, distanziandosi dal tifo politico interno americano. E allo stesso tempo il dossier indica espressamente Meloni come “modello per la destra”: Gli analisti di FdI leggono il tracollo di Trump come una vera e propria “lezione” per l’ala radicale repubblicana. Nel dossier viene evidenziata una netta distinzione tra la cultura MAGA e la linea di Fratelli d’Italia, proponendo il “modello Meloni” come l’alternativa vincente per la destra del futuro, caratterizzata da una postura pragmatica e di governo.
Nello stesso tempo, quello che da più parti viene indicato come una sorta di ministero degli esteri ombra del partito, il capodelegazione al Parlamento europeo Carlo Fidanza, sul corriere ha rilanciato una dura reprimenda contro la consuetudine della sinistra di gioire per le vittorie altrui, forse proprio perchè “ qui da noi non vince mai”. Insomma le parole di esponenti cosi vicini alla premier sono indicativi di quello che è una precisa volontà da parte della premier di diventare sempre più un modello per tutte quelle destre europee moderate, che poco o nulla hanno a che spartire con gli estremismi del tipo di Afd. Non a caso in Francia Marine Le Pen, che fino a qualche mese fa aveva un atteggiamento sovranista e populista, ha più volte indicato Meloni come un modello ( cosa che molti giornali francesi le avevano già indicato nei mesi passati). L’istituto Affari Internazionali, in un’analisi pubblicata il 1° settembre da Julia Khrebtan-Hörhager, ha individuato nella capacità di Meloni di conciliare nazionalismo ed europeismo, conservatorismo e pragmatismo, uno degli elementi distintivi della sua leadership.
ùLa studiosa segnala però anche il limite di questa impostazione: il crescente contrasto tra le scelte di Washington e gli interessi europei rende sempre più difficile mantenere contemporaneamente un rapporto privilegiato con Trump e un ruolo di riferimento nell’Unione. Giorgia Meloni, secondo quelle che sono le indiscrezioni che arrivano da Palazzo Chigi, è sempre più convinta di potere contrastare un centro sinistra sempre meno credibile e coeso, malgrado le dichiarazioni di facciata dei vari leader, è convinta di poter rilanciare questa immagine di una destra moderata e conservatrice, che non ha bisogno di urlare per essere convincente.
I prossimi mesi in Europa la sua sarà una battaglia ancora più ferma per dare una “sveglia” all’Europa, a maggior ragione ora con un Trump sconfitto, che rischia di far pagare proprio agli Europei le sue frustrazioni da presidente dimezzato. Una E Ed in questo modo vorrà ancora una volta smentire la narrazione che lei non sia ascoltata e tenuta nella giusta considerazione ai tavoli internazionali. Ed è per questo che parteciperà di persona il prossimo 19 novembre a Berlino. Dopo le polemiche delle opposizioni per la sua assenza dal recente vertice ristretto tra Francia, Germania e Regno Unito, la disponibilità della premier a partecipare al nuovo appuntamento offre quindi un ulteriore elemento concreto per ridimensionare la narrazione di un’Italia sistematicamente esclusa dai tavoli internazionali che contano. Del resto, Roma non ha mai abbandonato il confronto sull’Ucraina, pur mantenendo una posizione diversa da Parigi e Londra sull’eventuale invio di truppe italiane. È una distinzione politica significativa: partecipare alle decisioni comuni senza necessariamente condividere ogni proposta degli alleati. Resta naturalmente da verificare quanto questa presenza si tradurrà in capacità di incidere sulle scelte, ma il vertice di Berlino rappresenterà un altro banco di prova del pragmatismo con cui Meloni cerca di interpretare il proprio ruolo europeo.
La vera novità perciò non sarebbe una Meloni meno conservatrice, ma una destra che non considera più la radicalità dei toni una prova di coerenza. Una destra consapevole che governare richiede compromessi, affidabilità e soprattutto risultati. La lezione americana non dimostra che questo modello sia destinato a vincere, ma riapre una questione che riguarda tutto il conservatorismo occidentale: come passare dalla capacità di conquistare il consenso alla capacità di conservarlo governando. È su questa distinzione che si può misurare l’evoluzione politica di Giorgia Meloni. Perché conquistare il potere parlando alla propria parte è una cosa. Governare a lungo, senza smettere di parlare anche al resto del Paese, è una sfida molto diversa.
