Una foto innocente può diventare un falso video sessuale. Il volto è reale, la scena è inventata, ma le conseguenze per la vittima sono concrete Una fotografia innocente può diventare un incubo; un volto preso da un profilo social può finire sul corpo di un’altra persona. In pochi minuti, qualcuno può trasformare un’immagine reale in […]
Una foto innocente può diventare un falso video sessuale. Il volto è reale, la scena è inventata, ma le conseguenze per la vittima sono concrete
Una fotografia innocente può diventare un incubo; un volto preso da un profilo social può finire sul corpo di un’altra persona. In pochi minuti, qualcuno può trasformare un’immagine reale in un falso video sessuale e metterlo in circolazione. È il lato oscuro dell’intelligenza artificiale: quello dei deepfake sessuali. Non c’è bisogno che una persona abbia mai realizzato una fotografia o un video intimo, non serve che abbia scelto di mostrarsi. Può bastare una foto pubblicata sui social, magari una fotografia normalissima, per costruire qualcosa che non è mai accaduto, ma che agli occhi di chi guarda può sembrare terribilmente reale.
Il volto è vero. Il corpo no. La scena è falsa, ma le conseguenze sono reali. È proprio questa la caratteristica più inquietante del fenomeno. La tecnologia riesce a creare una realtà che non è mai esistita, mentre la persona coinvolta deve affrontare una situazione che esiste davvero. Un’immagine può essere falsa, ma la vergogna, la paura, l’umiliazione e il timore che colleghi, amici o familiari possano vederla non lo sono e la rete rende tutto più difficile. Una volta condiviso, un contenuto può essere scaricato, copiato e ricondiviso in altri gruppi e su altre piattaforme. Anche quando viene cancellato, può continuare a circolare sotto forma di nuove copie. Per chi lo ha subito, fermare quella diffusione può diventare quasi impossibile.
Il problema non riguarda soltanto personaggi famosi. I deepfake sessuali possono colpire persone comuni, adolescenti e adulti, trasformando una semplice fotografia in uno strumento di umiliazione o di ricatto. In alcuni casi, la manipolazione può essere utilizzata proprio per intimidire la vittima: “Se non fai quello che voglio, diffondo tutto”.
E allora emerge una domanda fondamentale: chi è davvero responsabile? Non chi aveva pubblicato una fotografia. Non chi utilizzava normalmente i social. Non chi aveva deciso di mostrarsi in un determinato modo. La responsabilità non può essere trasferita sulla vittima soltanto perché una sua immagine era disponibile online. Pubblicare una fotografia non significa concedere il permesso di trasformarla in un contenuto sessuale. Avere accesso a un’immagine non significa avere il consenso della persona ritratta perché sono due cose completamente diverse.
Il rischio, però, è che la tecnologia corra più velocemente della consapevolezza. Molti ragazzi utilizzano ogni giorno strumenti di intelligenza artificiale senza conoscere fino in fondo le conseguenze che possono derivare dal loro uso e una tecnologia che permette di creare immagini in pochi secondi può anche rendere più facile oltrepassare un limite.
Per questo la questione non riguarda soltanto informatici, piattaforme e legislatori, ma riguarda anche la scuola, le famiglie e soprattutto la cultura digitale. Bisogna imparare che una fotografia non è un oggetto da utilizzare liberamente e che dietro ogni profilo c’è una persona reale. Anche chi riceve un deepfake ha una responsabilità. Inoltrarlo, salvarlo, mostrarlo agli amici o condividerlo in modalità scherzosa significa contribuire alla sua diffusione. La curiosità non cancella le conseguenze.
L’intelligenza artificiale può creare volti, corpi e situazioni che non sono mai esistiti, ma non può cancellare la dignità della persona che si trova dietro quel volto. Il vero problema dei deepfake sessuali, allora, non è soltanto capire quanto sia sofisticata la tecnologia. È capire quanto facilmente una persona possa essere trasformata in un’immagine senza aver dato il proprio consenso. Nudi per finta, dunque, ma vittime per davvero.
di Giada Russo
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