«Nessuno è indispensabile, ma alcuni sono insostituibili per un certo tempo.»
— Ennio Flaiano
Rai è una parola che, in questa vicenda, rischia di diventare quasi più grande delle persone coinvolte. La questione della sostituzione di Sigfrido Ranucci alla conduzione di Report non riguarda soltanto un conduttore che lascia il posto a due colleghi, ma il rapporto fra un servizio pubblico, l’identità di una trasmissione e il sentimento di appartenenza di chi per anni ne ha rappresentato il volto.
La decisione della Rai può essere certamente discutibile. Si può contestare il momento, il metodo, la scelta editoriale e chiedersi quale progetto ci sia dietro il cambiamento. Dopo anni in cui Ranucci ha fortemente caratterizzato Report, è perfettamente legittimo temere che la trasmissione possa perdere qualcosa della propria identità e della propria forza.
Ma esiste un’altra domanda: è possibile criticare la Rai senza trasformare automaticamente i nuovi conduttori in usurpatori?
Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi non hanno deciso autonomamente di sostituire Ranucci. Sono stati scelti dall’azienda. Possono essere giudicati professionalmente, naturalmente, ma non possono essere considerati responsabili della decisione che li ha portati alla conduzione.
Ranucci ha tutto il diritto di essere amareggiato. Ha il diritto di ritenere sbagliata la scelta della Rai e di difendere il proprio lavoro e quello della redazione. Può sostenere che l’azienda abbia compiuto una scelta mediocre o che Report rischi di perdere qualcosa.
Più delicato è invece il modo in cui si parla di chi viene dopo.
Esiste una differenza fondamentale fra dire «la Rai ha compiuto una scelta sbagliata» e suggerire che chi arriva al proprio posto sia necessariamente meno preparato o meno degno. La prima è una critica all’editore; la seconda rischia di diventare una svalutazione personale dei successori.
E proprio qui la questione diventa interessante.
Report ha costruito la propria autorevolezza sulla capacità di distinguere i fatti dalle persone e le responsabilità dalle opinioni. Sarebbe dunque opportuno applicare alla vicenda lo stesso criterio: la Rai può aver sbagliato senza che per questo Presutti e Piervincenzi siano giornalisti peggiori.
C’è inoltre un dato storico che dovrebbe invitare alla prudenza. Report non è nato con Ranucci. Prima di lui c’era Milena Gabanelli, volto storico della trasmissione. Ranucci stesso è diventato conduttore dopo una lunga esperienza all’interno del programma.
Se allora fosse stato considerato soltanto «quello che viene dopo Gabanelli», forse non avrebbe avuto la possibilità di costruire la propria identità.
Questo dovrebbe ricordarci che un programma può sopravvivere al proprio conduttore. Può cambiare, naturalmente. Può migliorare o peggiorare. Ma il giudizio deve arrivare dopo, non prima.
C’è qualcosa di profondamente umano nella difficoltà di accettare il proprio successore. Quando abbiamo dedicato anni a un lavoro, chi arriva dopo di noi può sembrarci non soltanto un collega, ma la misura della nostra assenza. E questo può essere doloroso.
Ma il dolore di chi lascia non può diventare automaticamente la colpa di chi arriva.
Si può quindi essere dalla parte di Ranucci senza essere contro Presutti e Piervincenzi. Si può contestare la Rai senza delegittimare i due giornalisti. Si può considerare politicamente discutibile una decisione senza trasformare chi viene scelto in una pedina o in un complice.
Il rischio, altrimenti, è quello della personalizzazione assoluta: da una parte il giornalista che diventa simbolo di una certa idea di informazione, dall’altra i nuovi arrivati rappresentati come coloro che ne prendono illegittimamente il posto.
Ma il giornalismo non dovrebbe funzionare così.
Un giornalista non dovrebbe essere giudicato dalla persona che sostituisce, ma dal lavoro che produce.
Presutti e Piervincenzi dovranno essere valutati per le loro inchieste, per la qualità delle fonti, per la capacità di verificare i fatti, per l’indipendenza e per il coraggio delle domande. Non perché sono «quelli dopo Ranucci».
E Ranucci resterà ciò che ha costruito in questi anni, indipendentemente dal fatto che continui o meno a condurre Report.
Forse questa è la parte più difficile da accettare: nessuno possiede per sempre un programma, un giornale, una scena o un ruolo. Si attraversano i luoghi e, se si è stati capaci, si lascia qualcosa. Ma ciò che si lascia deve poter continuare anche senza di noi.
Per questo la domanda iniziale merita una risposta semplice: sì, si può ritenere discutibile la scelta della Rai e, contemporaneamente, trovare sgradevole il modo in cui Ranucci parla di chi viene dopo di lui.
Non è una contraddizione.
Significa riconoscere il valore di Ranucci senza trasformarlo in un monopolio morale; difendere Report senza confonderlo con una singola persona; criticare la Rai senza disprezzare automaticamente chi accetta una responsabilità professionale.
Alla fine, però, sarà il lavoro a decidere.
Non la polemica di oggi, non il comunicato della Rai, non le dichiarazioni di chi lascia e nemmeno le aspettative di chi arriva.
Saranno le inchieste, le domande e la qualità dell’informazione a dire se la scelta è stata giusta.
Il giornalismo non è una successione dinastica.
È un lavoro.
E nel lavoro, prima o poi, arriva sempre qualcuno dopo di noi.