Ovvero: come due aggettivi rivelano la grammatica profonda dell’Italia radicale alla luce del pensiero di Giovanni Sartori Introduzione: la lingua come arma C’è un episodio che vale la pena ricordare. Nel 1981, sulle pagine di Lotta Continua, apparve un articolo dal titolo inequivocabile: Una proposta: non usare i termini “sinistra” e “destra”. L’autore osservava che […]

Ovvero: come due aggettivi rivelano la grammatica profonda dell’Italia radicale alla luce del pensiero di Giovanni Sartori

Introduzione: la lingua come arma

C’è un episodio che vale la pena ricordare. Nel 1981, sulle pagine di Lotta Continua, apparve un articolo dal titolo inequivocabile: Una proposta: non usare i termini “sinistra” e “destra”. L’autore osservava che sinister, in latino, significava non solo “sinistra” ma anche “infausto, sfortunato, dannoso”. E in italiano, sinistro è passato a significare l’incidente, la sciagura, il disastro. La lingua, insomma, aveva già emesso la sua sentenza: chi sta a sinistra è, per definizione, un portatore di sventura.

Ma se sinistri è l’epiteto che la destra ha scagliato contro la sinistra, qual è l’etichetta speculare? Qual è l’aggettivo che la sinistra — o la lingua stessa — ha cucito addosso alla destra radicale? Addestrati. Non “destri”, non “reazionari”, non “fascisti”: addestrati. Un participio passato che evoca caserme, manipoli, cellule paramilitari, campi di addestramento, corpi selezionati e disciplinati. Un termine che la letteratura sulla destra radicale italiana usa con precisione tecnica: «cellule paramilitari composte da militanti selezionati e addestrati», «l’abitudine a costituire manipoli, tipica nella destra radicale».

Sinistri e addestrati. Due parole che non sono semplici insulti, ma descrizioni condensate di due antropologie politiche opposte. E da questa opposizione — da questa dialettica maliziosa tra chi incarna la sciagura e chi incarna la disciplina — può emergere una sintesi che forse nessuno ha ancora osato formulare.

Giovanni Sartori, forse il più grande politologo italiano del Novecento, avrebbe riconosciuto immediatamente il terreno su cui questa dialettica si muove. La sua lezione metodologica più preziosa fu sempre la stessa: i concetti contano. «L’Italia è un sistema di “bipartitismo imperfetto”» scriveva Giorgio Galli; «per Sartori, la cui indagine è sempre comparata, il mondo è pieno di sistemi “imperfetti” che pur tuttavia funzionano». La diagnosi di Galli era fuorviante. «Per lui il problema che ci affligge è, alle radici, un problema di “distanza ideologica”, di eccessiva polarizzazione». Sinistri e addestrati non sono etichette: sono indicatori di quella distanza ideologica che Sartori aveva identificato come la malattia congenita del sistema politico italiano. Una distanza che non si misura in programmi, ma in grammatiche esistenziali.

Forma mentis: il sinistro come tragedia, l’addestrato come funzione

La sinistra radicale italiana porta dentro di sé una forma mentis tragica. È una cultura che nasce dalla sconfitta — la Resistenza tradita, la rivoluzione mancata, il compromesso storico, il riflusso — e che ha fatto della sconfitta la propria cifra identitaria. Non a caso, la contestazione degli anni Sessanta e Settanta si nutrì del tema della «Resistance trahie», della Resistenza tradita. Il sinistro è colui che sa che il mondo è ingiusto, che la storia è stata scritta dai vincitori, che ogni vittoria è provvisoria. La sua forza è la lucidità del disincanto; la sua debolezza è la paralisi della purezza.

Qui Sartori avrebbe parlato di un problema di saturazione. Nella sua analisi del rapporto tra libertà e uguaglianza, egli osservò che mentre la ricerca della libertà «tende a raggiungere un punto di saturazione», l’uguaglianza «è un ideale insaziabile, che alimenta una corsa senza fine». La sinistra radicale italiana è prigioniera di questa insaziabilità: le sue aspettative sono così alte — la società giusta, l’uguaglianza reale, la pace — che nessun governo, nessun partito, nessuna lotta potrà mai soddisfarle. «La corsa insaziabile per le uguaglianze può generare una politica irresponsabile», avvertiva Sartori, «potenzialmente capace di mettere in pericolo le stesse fondamenta di una democrazia liberale di mercato». Il sinistro è il perpetuo deluso non per caso, ma per struttura: ha scelto un ideale che per definizione non può essere raggiunto.

La destra radicale, al contrario, ha una forma mentis funzionale. Non importa se le idee siano vere o false, se la Tradizione sia autentica o inventata: importa che siano operative. L’addestrato non si perde in elucubrazioni sulla giustizia: si prepara. La sua cultura politica è fatta di «manipoli», di «cellule», di «selezionati e addestrati». La filosofia della Tradizione di Julius Evola, che tanta influenza ha avuto su Ordine Nuovo e sulla destra radicale italiana, non è un sistema speculativo ma un manuale di resistenza all’«età della dissoluzione». L’addestrato non interpreta il mondo: lo addomestica.

Sartori, che aveva combattuto nella Resistenza e conosceva il fascismo dall’interno, avrebbe riconosciuto in questa postura una patologia antica: la hybris della funzione. L’addestrato non è un cittadino: è un soldato senza guerra. E la sua virtù — la disciplina, la coerenza, la capacità di mobilitazione — è precisamente ciò che Sartori temeva di più in politica: la sostituzione della decisione responsabile con la esecuzione obbediente.

Tradizioni: la memoria lunga e la memoria corta

La sinistra radicale italiana ha una tradizione lunga e ramificata: l’operaismo, l’Autonomia, i centri sociali, il pacifismo, l’ambientalismo, i diritti civili. È una tradizione che si è costruita per sedimentazione, per accumulo di lotte e di sconfitte, e che oggi appare frammentata, quasi irriconoscibile. Come osserva un’analisi recente, la sinistra radicale «nel rinchiudersi sempre di più in un recinto di minoritarismo e di pura testimonianza ha preso le distanze dalla politica del cambiamento». La tradizione, per il sinistro, è un peso e una risorsa insieme: è ciò che lo legittima e ciò che lo paralizza.

La destra radicale ha una tradizione diversa: più compatta, più mitologica, più addestrata appunto. Il fascismo, il neofascismo, la Destra Sociale, il nazional-rivoluzionarismo, il tradizionalismo evoliano: tutti filoni che si sono trasmessi con una continuità sotterranea ma tenace. La letteratura sulla destra radicale parla di «una complessa e nostalgica relazione con il fascismo storico» come elemento centrale. E ancora: «il neofascismo come comunità identitaria autosufficiente, il post-fascismo come tentativo di normalizzazione mai del tutto concluso». L’addestrato non ha bisogno di inventare la tradizione: la riceve, la custodisce, la trasmette. È una tradizione che non si discute: si pratica.

Sartori avrebbe visto in questa differenza il cuore del problema italiano. La sua diagnosi del «pluralismo polarizzato» — il sistema in cui «la distanza ideologica» tra i poli è così ampia da rendere impossibile l’alternanza al governo — si applica perfettamente a questa contrapposizione tra memoria lunga e memoria corta. Non è un caso che Sartori abbia definito il sistema politico italiano un caso di «pluralismo polarizzato», e che questa caratterizzazione sia rimasta valida «per (la maggior parte della) cosiddetta Prima Repubblica». Sinistri e addestrati non sono nemici: sono i due poli di un sistema che Sartori aveva diagnosticato come strutturalmente disfunzionale.

Postura: l’ironia del sinistro, la verticalità dell’addestrato

La postura politica — il modo di stare nello spazio pubblico, di parlare, di gesticolare, di occupare il corpo — è forse l’elemento più rivelatore. Il sinistro è ironico, spesso autoironico, incline al dubbio e alla complicazione. La sua comunicazione è piena di distinguo, di precisazioni, di «sì, ma». È una postura orizzontale, assembleare, che rifugge la verticalità del comando. Il sinistro non dice mai «fate così»: dice «discutiamone».

L’addestrato è verticale. La sua postura è quella del militante che sa cosa fare e come farlo. Non discute: esegue. Non dubita: crede. La destra radicale ha sempre avuto una predilezione per le strutture gerarchiche, per il capo carismatico, per la disciplina di gruppo. «Il culto del capo, un modello autoritario dello Stato»: ecco la postura dell’addestrato. Non è una questione di contenuti politici, ma di grammatica del corpo. Il sinistro occupa lo spazio con il pensiero; l’addestrato lo occupa con la presenza.

Sartori aveva dedicato pagine memorabili a questo tema in Homo videns, la sua analisi della mutazione antropologica prodotta dalla televisione. «Il homo sapiens, prodotto della cultura scritta, si sta trasformando in homo videns, per il quale la parola è stata detronizzata dall’immagine». Ma la sua critica non era moralistica: era strutturale. «Il primato del visibile sull’intelligibile porta a un vedere senza capire che ha fatto fuori il pensiero astratto, con le idee chiare e distinte». Sinistri e addestrati sono entrambi figli di questa mutazione: il sinistro ha perso la capacità di comunicare perché ha conservato la complessità del pensiero scritto; l’addestrato ha vinto perché ha abbracciato la semplicità dell’immagine, dello slogan, del gesto.

Programmi: la moltiplicazione delle istanze e la semplificazione delle parole d’ordine

Se si guardano i programmi, la differenza salta agli occhi. La sinistra radicale italiana presenta una piattaforma articolata, spesso frammentata, che intreccia salario minimo, tassa sui grandi patrimoni, demilitarizzazione, diritti sociali, ambientalismo, pacifismo. È un programma che cerca di tenere insieme istanze diverse, di costruire coalizioni, di parlare a soggetti molteplici. Il sinistro non semplifica: moltiplica.

La destra radicale, invece, ha una capacità di sintesi che la sinistra ha smarrito. Le sue parole d’ordine sono poche, chiare, memorabili: remigrazione, riconquista, prima gli italiani. «Remigrazione e riconquista»: ecco un programma in due parole, presentato come iniziativa di legge sostenuta dalle principali realtà della destra radicale italiana. L’addestrato non ha bisogno di un programma di cento pagine: ha bisogno di uno slogan che possa essere gridato in piazza e ricordato da tutti. La complessità è un lusso che l’addestrato non si concede.

Sartori avrebbe riconosciuto in questa asimmetria il funzionamento della democrazia del pubblico che egli aveva criticato con veemenza. Ne La democrazia in trenta lezioni si chiedeva: «Che cosa vuol dire, esattamente, “democrazia”? Quali sono le condizioni necessarie per renderla “possibile”?». E la risposta implicita era che la democrazia richiede competenza, responsabilità, accountability. «In politica rappresentare è agire con competenza e con responsabilità». La semplificazione dell’addestrato è tutto fuorché rappresentanza responsabile: è comando. La moltiplicazione del sinistro è tutto fuorché efficacia: è dispersione. Entrambi tradiscono l’ideale sartoriano della democrazia come governo responsabile.

Aspettative: il sinistro deluso, l’addestrato mobilitato

Le aspettative dell’elettorato raccontano una storia crudele. Gli elettori di sinistra — anche radicale — sono quelli che «rischiano di perdere ancora, anche se la destra non mantiene le promesse». È il paradosso del sinistro: la delusione non si traduce in consenso per l’opposizione, perché il sinistro è strutturalmente insoddisfatto, anche di se stesso. Le sue aspettative sono così alte — la società giusta, l’uguaglianza reale, la pace — che nessun governo, nessun partito, nessuna lotta potrà mai soddisfarle. Il sinistro è il perpetuo deluso.

L’elettore della destra radicale, invece, è mobilitato da aspettative più concrete: sicurezza, identità, ordine, appartenenza. La letteratura sui partiti della destra radicale nota che i loro elettori «hanno posizioni che appaiono certamente eterogenee, ma più orientate verso il polo interventista e distributivo». L’addestrato non sogna la rivoluzione: vuole risultati verificabili. E quando questi non arrivano, non si deprime: si riaddestra.

Sartori, nella sua analisi del pluralismo polarizzato, aveva previsto esattamente questa dinamica. Il suo concetto di «pluralismo polarizzato» descriveva un sistema in cui «la competizione politica si svolge attraverso un appello incessante a divisioni distributive, mirato a sottrarre sostegno ai rivali partitici promettendo quote crescenti della disponibilità esistente, mentre la disponibilità non cresce». Sinistri e addestrati sono le due facce di questa dinamica: il sinistro promette l’impossibile, l’addestrato promette il verificabile. Ma entrambi, in modi opposti, alimentano quella «politica irresponsabile» che Sartori aveva identificato come il male congenito della democrazia italiana.

Storia: la sconfitta fondativa e la vittoria immaginata

La storia della sinistra radicale italiana è una storia di sconfitte. Dalla Resistenza tradita al ’68, dagli anni di piombo alla sconfitta operaia degli anni Ottanta, dal crollo del Muro alla dissoluzione dei partiti comunisti: ogni fase è segnata da una sconfitta. La strage di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, è il momento inaugurale di questa storia: «per bloccare gli effetti delle mobilitazioni del 1968, favorevoli alla Sinistra». La sconfitta, per il sinistro, è la condizione permanente dell’esistenza politica.

La storia della destra radicale italiana è, al contrario, una storia di vittorie immaginate e di vendette rinviate. Il fascismo ha perso la guerra, ma la destra radicale ha continuato a coltivare il mito della vittoria tradita, della «Repubblica Sociale» come resistenza eroica, della Tradizione come forza che un giorno tornerà. L’addestrato vive in una temporalità sospesa: il passato è un modello, il futuro è una promessa, il presente è un campo di addestramento.

Sartori avrebbe collocato questa asimmetria nella sua teoria generale dei partiti. In Parties and Party Systems, il suo capolavoro del 1976, egli aveva dimostrato che «differenti tipi di sistemi partitici si comportano in modo molto diverso in tutto il mondo». La storia della sinistra radicale italiana è la storia di un partito che non è mai riuscito a essere parte di un tutto: è rimasto eternamente parte, senza mai diventare whole. La storia della destra radicale è la storia di un partito che ha preteso di essere il tutto senza mai accettare di essere parte. «Storicamente, queste sono state le pietre angolari del dibattito sui partiti», scriveva Sartori: «il partito come parte» e «il partito come tutto». Sinistri e addestrati incarnano queste due patologie speculari.

Ideologia: la complessità del sinistro e la coerenza dell’addestrato

L’ideologia della sinistra radicale è un mosaico di marxismo, operaismo, ecologismo, femminismo, antirazzismo, pacifismo. È un’ideologia che ha perso il suo centro — la classe operaia — e che cerca disperatamente di ritrovarlo in soggetti nuovi: i migranti, i precari, le donne, la natura. Il sinistro è colui che ha troppe cause da difendere e nessuna battaglia decisiva da combattere.

L’ideologia della destra radicale è, al contrario, sorprendentemente coerente. Razzismo e antisemitismo, tradizione “occidentale”, religione identitaria, conservatorismo di genere, culto del capo, rifiuto dell’egualitarismo: un sistema che si tiene insieme da un secolo. L’addestrato non ha bisogno di aggiornare la sua ideologia: gli basta applicarla. La coerenza è la sua forza; la rigidità è il suo limite.

Sartori aveva una diffidenza profonda verso le ideologie “coerenti”. La sua distinzione tra democrazia e autoritarismo si fondava proprio sulla capacità della democrazia di tollerare l’incoerenza, il compromesso, la correzione. «La grande forza delle democrazie, quelle reali, da tenere distinte da quelle ideali, è la loro capacità di autocorrezione». L’addestrato non si autocorregge: si raddrizza. Il sinistro, invece, si autocorregge all’infinito, fino a perdere se stesso. Entrambi mancano l’equilibrio sartoriano: la capacità di correggersi senza dissolversi.

Fatti e misfatti: la violenza come specchio

I misfatti della sinistra radicale sono noti: la lotta armata, gli anni di piombo, le Brigate Rosse, il terrorismo. Ma c’è anche una violenza più diffusa, più quotidiana, più «addestrata» di quanto si creda. Le cronologie giudiziarie dell’estrema sinistra italiana registrano centinaia di nomi — Malgarelli, Anelli, Pisetta, Manunti, Zara, Ciriani, Fracelli — coinvolti in episodi di violenza politica. La «Volante Rossa», i crimini del «Triangolo della morte», la «guerra popolare» dei Carc: la violenza di sinistra esiste, e non è un dettaglio.

Ma i misfatti della destra radicale non sono da meno. La strage di Piazza Fontana, opera di Franco Freda e Giovanni Ventura. L’assalto alla Cgil, con condanne a otto anni e mezzo per Roberto Fiore e Giuliano Castellino. Gli omicidi di «Ludwig», Wolfgang Abel e Marco Furlan, una quindicina di vittime tra il 1977 e il 1984. La violenza di destra è più organizzata, più «addestrata» appunto, ma non meno efferata.

Eppure c’è una differenza. La violenza di sinistra è stata spesso interna al sistema politico: gli anni di piombo sono stati anche una guerra civile dentro la sinistra, tra chi voleva la rivoluzione e chi voleva le riforme. La violenza di destra è stata esterna: contro il sistema, contro lo Stato, contro la democrazia. Il sinistro uccide per eccesso di passione; l’addestrato uccide per eccesso di disciplina.

Sartori, che era sopravvissuto alla violenza fascista e aveva visto da vicino quella comunista, non avrebbe fatto sconti a nessuno dei due. La sua lezione era chiara: la violenza politica non è un “eccesso” di passione o di disciplina: è la conseguenza necessaria di un sistema che ha smesso di funzionare come sistema di competizione regolata. «La democrazia è, prima di tutto, un sistema di governo che garantisce la partecipazione popolare e la responsabilità dei governanti». Quando la partecipazione diventa violenza e la responsabilità diventa obbedienza, la democrazia è già morta.

Verso una sintesi inaudita

E ora veniamo alla sintesi. Sinistri e addestrati: due figure speculari, due antropologie opposte, due grammatiche politiche inconciliabili. Eppure, a ben guardare, c’è un punto in cui queste due traiettorie si incrociano, un punto che nessuno ha ancora nominato.

Il sinistro è colui che si sente una sciagura: porta il peso del mondo, la responsabilità della sconfitta, l’angoscia della scelta giusta. L’addestrato è colui che si fa una funzione: si trasforma in strumento, in ingranaggio, in parte di un tutto che lo trascende. Ma entrambi, in modi opposti, rifiutano la normalità borghese, la mediocrità del quotidiano, la pace del compromesso.

Il sinistro non accetta il mondo così com’è perché lo trova ingiusto. L’addestrato non accetta il mondo così com’è perché lo trova corrotto. Entrambi sono, in fondo, radicali: cercano la radice delle cose. Ma il sinistro la cerca nel passato — nella Resistenza tradita, nella rivoluzione mancata — mentre l’addestrato la cerca in un futuro mitico — la riconquista, la remigrazione, la restaurazione della Tradizione.

La sintesi inaudita è questa: sinistri e addestrati non sono nemici, ma due metà di una stessa figura. Il sinistro è l’addestrato che ha perso la fede; l’addestrato è il sinistro che ha trovato una causa. Il primo è un militante senza esercito; il secondo è un esercito senza dubbi. E l’Italia, da decenni, è il campo di battaglia di questa guerra civile strisciante, combattuta non con le armi ma con gli aggettivi.

Sartori, se fosse ancora tra noi, avrebbe aggiunto una postilla a questa sintesi. La sua scienza politica «nutrita di storia, di filosofia, di logica, ha voluto essere lo strumento per trasformare i sistemi politici, per costruire democrazie migliori». Sinistri e addestrati non sono solo due antropologie: sono due sintomi di un sistema politico che non funziona. E la terapia sartoriana — l’ingegneria politica, la riforma istituzionale, la legge elettorale che restituisce potere agli elettori — resta l’unica strada non ancora percorsa.

Forse è tempo di smettere di chiedersi chi ha ragione. Forse è tempo di riconoscere che sinistri e addestrati sono due modi di rispondere alla stessa domanda: come si vive in un mondo che non ci appartiene? Il sinistro risponde con la testimonianza; l’addestrato con la conquista. Ma nessuno dei due ha ancora imparato a stare nel mondo senza volerlo cambiare a tutti i costi.

E questa, forse, è la vera sintesi inaudita: non la vittoria di uno sull’altro, ma il riconoscimento che entrambi — sinistri e addestrati — sono figli della stessa madre, l’Italia, e che la loro guerra infinita è il modo in cui questa madre continua a punirsi per non essere mai stata all’altezza dei suoi figli. Sartori, che amava l’Italia ma non le perdonava nulla, avrebbe sorriso amaramente. E poi avrebbe scritto un altro editoriale.

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