Velletri ha dato l’ultimo saluto al 14enne Edoardo Petrella. Commoventi le parole della mamma Maria Stella, l’omelia del Vescovo Russo e il saluto degli amici con i palloncini bianchi
Una folla composta e silenziosa ha accompagnato nel pomeriggio di oggi, lunedì 12 ottobre, l’estremo saluto a Edoardo Petrella, il ragazzo di 14 anni la cui scomparsa ha profondamente scosso la città di Velletri. I funerali sono stati celebrati all’aperto, nel campetto della chiesa di San Giovanni Battista, scelto per accogliere le tantissime persone attese: familiari, amici, compagni di scuola, insegnanti, rappresentanti delle istituzioni e semplici cittadini.
Nel corso della cerimonia, cui abbiamo assistito, un’immagine ha finito per racchiudere più di molte parole il senso di quel pomeriggio: durante il rito funebre un palloncino bianco si è staccato dagli altri e ha cominciato a salire, lentamente, nel cielo della città. Per qualche istante è rimasto sospeso sopra il campetto della chiesa, poi ha preso quota, sospinto dal vento, quasi attirato dalla luce, fino ad essere inghiottito dall’azzurro dell’orizzonte, tra le nuvole e il sole. Sempre più piccolo, sempre più lontano, fino a confondersi con il cielo e a scomparire dai nostri occhi.
Un’immagine che ha avvicinato a tanti il volto innocente di Edoardo Petrella, di quella sua giovinezza interrotta troppo presto, dei suoi 14 anni rimasti sospesi tra ciò che è stato e tutto ciò che avrebbe potuto essere. Come se quel piccolo punto bianco stesse compiendo, davanti agli occhi di tutti, lo stesso viaggio che nessuno avrebbe mai voluto vedere iniziare.
Poco prima, quasi a segnare l’inizio di quel pomeriggio carico di dolore, era accaduto qualcosa di altrettanto suggestivo. Il sole aveva illuminato con forza Velletri per ore. Poi, proprio mentre il feretro di Edoardo arrivava con qualche minuto di ritardo nel campetto parrocchiale, una nube gli è passata davanti, spegnendo improvvisamente la luce e lasciando il piazzale in ombra. Una coincidenza, certamente. Ma in giornate come questa anche il cielo è sembrato finire dentro un racconto di lacrime e dolore.
È iniziato così l’ultimo saluto a Edoardo Petrella, il ragazzo di appena 14 anni la cui scomparsa, avvenuta il 2 ottobre, ha profondamente segnato Velletri, come confermato dal Lutto cittadino, di ben tre giorni.
Accanto al feretro, quasi senza mai staccarsene, la mamma Maria Stella Giuliani e il papà Daniele. Seduti vicinissimi al loro ragazzo, lo hanno accarezzato e abbracciato a lungo, atterriti da un dolore che nessuna parola può davvero descrivere.
Poi sono arrivate le voci degli amici, degli insegnanti, del Vescovo. Ma prima ancora delle parole, a raccontare quel pomeriggio sono stati il cielo, il silenzio e quell’abbraccio pieno d’amore di due genitori al proprio figlio, poi affiancati da Giada, la loro figlia primogenita, sorella di Edoardo.
Da quel momento è iniziata una lunga attesa, prima dell’arrivo del Vescovo della Diocesi di Velletri-Segni, Monsignor Stefano Russo, che ha presieduto la celebrazione insieme al parroco don Andrea Pacchiarotti.
Gli amici: “Ci manchi un sacco, ti vorremo sempre bene”
Prima della celebrazione religiosa sono stati gli amici e i compagni a prendere la parola. I ragazzi che avevano condiviso con Edoardo gli anni della scuola Marcelli, e poi quelli della Velletrano, hanno ricordato soprattutto la normalità preziosa di un’infanzia e un’adolescenza trascorsa insieme: le partite al campetto, i pomeriggi davanti alla macchinetta dei palloni, il softair, i giri sul Tagadà e sulla “ragnatela” ai giardini di viale Marconi, le uscite e quelle che loro stessi chiamavano le “pazzie” fatte insieme.
Poi il saluto più semplice, proprio per questo forse il più doloroso: «Ci manchi un sacco. Ti vogliamo un mondo di bene e te ne vorremo sempre».
Parole “firmate” dai suoi “compagni d’avventura”. Anche i ragazzi della nuova classe dell’ITIS “G. Vallauri”, dove Edoardo aveva iniziato da poche settimane il suo percorso alle superiori, hanno voluto lasciargli un messaggio su due striscioni, uno dei quali recitava: «Eravamo solo all’inizio ma ti ricorderemo».
Poche parole che raccontano tutto ciò che non ci sarà più e, insieme, ciò che resterà.
L’insegnante: “Oggi sei tu ad interrogare noi”
Particolarmente toccante l’intervento di un’insegnante della scuola media, che ha parlato a nome dei docenti. Ha ricordato Edoardo come un ragazzo «riservato, educato, riflessivo, dal sorriso bellissimo, dal cuore gentile e dalla mente creativa», capace di sorprendere insegnanti e compagni per la curiosità verso la tecnologia e per quei “marchingegni” che amava inventare e costruire. Poi una frase che ha attraversato il silenzio dei presenti:
«Ieri eravamo noi, docenti, a interrogarti sulle discipline che preparano alla vita. Oggi, caro Edoardo, sei tu ad interrogare noi e ci cogli tutti impreparati».
Da qui l’invito a trasformare il dolore in responsabilità: «Se c’è una cosa che possiamo portare avanti da oggi è la promessa di ascoltarci di più, di chiedere aiuto quando il peso diventa troppo grande, di non tralasciare nessun dettaglio, anche infinitamente piccolo, che sia espressione di una difficoltà».
E ancora: «Che la tua memoria ci spinga ad essere una comunità migliore, più attenta e più vicina».
Una compagna ha poi ricordato le battute di Edoardo, le risate in classe, la fatica di credere a quanto accaduto e le domande che molti ragazzi si stanno facendo in questi giorni. «Non ci sei più, ma riusciamo ancora a ricordare il suono delle tue risate», ha detto, nella commozione.
Il Vescovo Russo: “Le parole non bastano, possiamo e dobbiamo fare silenzio”
Nella sua omelia Mons. Stefano Russo è tornato sullo sgomento che, a distanza di giorni, continua ad attraversare Velletri. «Il passare dei giorni non ha fatto venire meno lo sgomento nel quale ci ha immesso la vicenda di Edoardo», ha detto il Vescovo, che ha ricordato il dolore della famiglia e quello, diverso ma comunque profondo, di un’intera comunità.
«Vorrei trovare le parole che possano consolare questo dolore, ma so anche che le parole non bastano. Possiamo e dobbiamo fare silenzio». Un riferimento diretto anche alla grande fiaccolata del 3 ottobre, quando oltre mille persone hanno attraversato il centro cittadino fino alla Cattedrale di San Clemente.
Per Mons. Russo, però, quel silenzio non deve essere vuoto: «Può alimentare la nostra ricerca di senso». Il Vescovo ha richiamato il grido di Cristo sulla croce — «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» — riconoscendo che davanti a un dolore tanto grande possano emergere domande, smarrimento e perfino la sensazione della lontananza di Dio.
Poi il messaggio di speranza della fede cristiana: «Questa non è la parola fine sulla nostra storia e sulla storia di Edoardo». Mons. Russo ha invitato Velletri a non lasciare che quanto accaduto si chiuda nel solo dolore, ma a costruire «spazi di fraternità e di relazioni autentiche», nei quali ciascuno possa trovare il coraggio di raccontarsi, condividere le proprie passioni, ma anche le proprie pene e difficoltà.
Nel momento dell’ultimo commiato ha affidato Edoardo alla misericordia di Dio: «Dio, lo affidiamo a Te, Padre buono, perché la sua giovinezza rifiorisca accanto a Te».
E ancora: «Dio, accogli Edoardo nel tuo abbraccio meraviglioso». Poi la preghiera: «Affidiamo alla misericordia di Dio la breve esistenza terrena di Edoardo. Il germe di vita eterna da lui ricevuto nel battesimo fiorisca ora pienamente nell’amore del Padre che è nei cieli».
La lettera della mamma: “Ragazzi, se il dolore diventa troppo grande, chiedete aiuto”
Ma il momento che più di ogni altro ha attraversato i cuori dei presenti è arrivato al termine della celebrazione.
Maria Stella Giuliani, la mamma di Edoardo, per tanti Egi Stella (il nome d’arte nato proprio unendo i nomi dei suoi amati figli) ha trovato la forza di alzarsi e leggere una lunga lettera, facendo un dono straordinario a tutti i presenti.
Ha raccontato suo figlio attraverso quello che era, prima ancora che attraverso ciò che è accaduto. «Chi ha conosciuto Edoardo sa quanto fosse unico e speciale. Aveva un’intelligenza fuori dal comune, una creatività originale e un cuore immenso».
Un ragazzo curioso, brillante, capace di creare e costruire oggetti sorprendenti, sempre pronto con una battuta. Poi le domande di una madre. «Era circondato d’amore, dalla famiglia e dagli amici, ma forse nascondeva un dolore che non siamo riusciti a vedere».
Maria Stella non ha cercato risposte facili. Ha parlato apertamente dei dubbi che la accompagnano da giorni: «Forse si sentiva inadeguato, forse si confrontava con dei modelli imposti da una società ammalata, forse subiva prese in giro. Io queste risposte non ce le ho, ma darei qualsiasi cosa per averle».
Ha poi rivolto direttamente le sue parole agli amici di Edoardo, molti dei quali si interrogano su ciò che avrebbero potuto fare. «Ragazzi miei, non è colpa vostra. Voi gli avete regalato momenti felici». Poi la richiesta che è diventata quasi un testamento morale rivolto a tutti gli adolescenti presenti: «Se un giorno sentirete un dolore troppo grande da spiegare, chiedete aiuto. Non vergognatevi della vostra fragilità».
Una frase accompagnata dalla consapevolezza che spesso persino gli adulti non riescono a vedere ciò che i ragazzi non riescono a raccontare.
“Velletri ci ha stretti in un abbraccio enorme”
Maria Stella ha ringraziato la città. «In questi giorni di dolore immenso ho sentito la vicinanza di tutta Velletri, che ci ha stretti in un abbraccio enorme. Ho sentito un’intera città condividere il mio dolore, come se Edoardo fosse figlio di tutti».
E da quel dolore ha provato a trarre una richiesta rivolta alla comunità intera: «Vorrei che da questa tragedia nascesse almeno un cambiamento, anche piccolo come una goccia nel mare».
Poi un invito netto agli adulti. «Non parliamo ai ragazzi soltanto di bullismo, ma anche di depressione, sofferenza interiore e paura di non essere abbastanza. E soprattutto noi adulti facciamoci un esame di coscienza».
La mamma di Edoardo ha ricordato che i giovani imparano non soltanto da ciò che viene detto loro, ma soprattutto dall’esempio degli adulti. «Se ci vedono deridere, giudicare e umiliare chi è diverso, usare le parole come armi, cosa gli stiamo insegnando?»
Quindi il passaggio sui social e sulle parole pronunciate con leggerezza: «Il bullismo non comincia sempre tra i banchi di scuola. A volte comincia nelle nostre case, nelle nostre conversazioni, nei commenti scritti sui social».
E ancora: «Prima di scrivere, fermiamoci. Una parola può ferire molto più di quanto immaginiamo».
Le parole alla figlia Giada
Poi Maria Stella si è rivolta alla figlia Giada, 19 anni. «Hai perso tuo fratello. Non devi essere forte per tutti, non devi nascondere il tuo dolore per proteggere il nostro. Hai il diritto di piangere, di avere paura e di sentirti smarrita. E hai il diritto soprattutto di continuare a vivere, portando tuo fratello sempre con te».
Parole di una madre rivolta a una figlia, mentre entrambe sono costrette a fare i conti con un’assenza impossibile da accettare.
“E a te Edoardo, amore mio…”
Poi l’ultima parte della lettera. Quella rivolta direttamente a lui. «E a te Edoardo, amore mio, avrei voluto regalarti ancora tanti anni. Avrei voluto vederti crescere, vederti scoprire il mondo e diventare tutto ciò che avresti potuto essere».
La voce di Maria Stella ha poi proferito parole davvero commoventi, per tutti: «Forse non sono riuscita a vedere tutto il tuo dolore, ma spero che tu non abbia mai dubitato del mio amore». «Avevi dentro un mondo troppo grande per essere compreso dai nostri occhi. Noi ti abbiamo amato, ma forse non siamo riusciti a vederti fino in fondo. Perdonaci, amore mio, se non abbiamo saputo comprendere tutto ciò che portavi dentro e perdona il mondo se non ha saputo custodire la luce che eri».
Poi soltanto una parola: «Grazie». Sommersa dagli applausi, prima che dall’organo suonato da Fabio Ludovisi, con Letizia Strillozzi ad accompagnare la celebrazione con la sua voce soave.
Le istituzioni e l’abbraccio della città
Tra le tantissime persone presenti anche il Sindaco Ascanio Cascella, la Vicesindaca Chiara Ercoli, gli assessori Paolo Felci, Luca Quattrocchi e Cristian Simonetti, numerosi consiglieri comunali, il comandante della Polizia Locale Maurizio Santarcangelo, rappresentanti dei Carabinieri e della Polizia di Stato.
Una presenza istituzionale volutamente discreta, dentro un momento che apparteneva prima di tutto alla famiglia, agli amici, ai compagni e a chi ha conosciuto Edoardo.
A testimoniare la vicinanza del mondo della scuola erano presenti anche il dirigente scolastico dell’ITIS “G. Vallauri”, Ambrogio Morrone, istituto nel quale Edoardo aveva da poco iniziato il suo percorso alle superiori, e la dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo “Velletri Centro”, Giolinda Irollo, di cui fa parte la scuola media Andrea Velletrano frequentata da Edoardo negli anni precedenti.
Una presenza discreta ma significativa, accanto alla famiglia, agli amici e ai tanti ragazzi che hanno voluto partecipare all’ultimo saluto.
Velletri aveva già salutato Edoardo con oltre mille fiaccole accese nella notte. Aveva già stretto le famiglie Petrella – Giuliani in un abbraccio collettivo. Oggi lo ha fatto ancora, nel momento più difficile: quello dell’estremo saluto.
Non ci sono risposte capaci di colmare un dolore così grande. Ma può restare un impegno: imparare ad ascoltare di più, a giudicare di meno, ad accorgersi delle fragilità prima che diventino invisibili.
E può restare il ricordo di Edoardo per ciò che è stato, per il bene che ha lasciato, per il sorriso, l’intelligenza, la creatività e l’affetto che continueranno a vivere nelle persone che lo hanno conosciuto.
A soli 14 anni il suo cammino si è interrotto troppo presto. Quello che resta ora è custodirne la memoria.
Ciao Edoardo.
IL. MESSAGGIO INTEGRALE DELLA MAMMA
Chi ha conosciuto Edoardo sa quanto fosse unico e speciale. Aveva un’intelligenza fuori dal comune, un quoziente intellettivo di 140, una creatività originale e un cuore immenso. Aveva un modo tutto suo di vedere il mondo,aveva sempre la battuta pronta e una curiosità infinita. Costruiva cose fantastiche da lasciare senza fiato.
Gli dicevamo ogni giorno quanto fosse bello e intelligente.
Come tutti i genitori, abbiamo cercato di stargli vicino, confrontandoci con insegnanti e psicologi quando avvertivamo delle difficoltà.
Nessuno avrebbe mai immaginato un epilogo così tragico.
Era circondato d’amore, dalla famiglia e dagli amici, ma forse nascondeva un dolore che non siamo riusciti a vedere.
Forse si sentiva inadeguato,
forse si confrontava con modelli imposti da una società malata.
Forse subiva prese in giro.
Io non ho queste risposte.
Darei qualsiasi cosa per averle, ma mi restano soltanto domande e il rimorso di non aver compreso fino in fondo ciò che sentiva e che aveva scelto di nascondere a tutti
In questi giorni ho avuto modo di parlare con i suoi amici.
Ed ho visto ragazzi distrutti, che si chiedono se avrebbero potuto fare qualcosa, che non riescono a capacitarsi di non essersi accorti di nulla.
Ragazzi miei, non è colpa vostra. Voi gli avete regalato momenti felici, con le vostre uscite pazze come le chiamavate voi e giri in motorino. Gli avete voluto bene, e questo resterà.
Oggi vorrei chiedervi però di farmi una promessa
a me che ora sto facendo una fatica immensa nel leggervi queste parole;
se un giorno sentirete un dolore troppo grande da spiegare, chiedete aiuto. Non vergognatevi della vostra fragilità. A volte noi adulti non riusciamo a vedere ciò che voi stessi non trovate le parole per raccontare.
In questi giorni di dolore immenso ho sentito la vicinanza di tutta Velletri, che ci ha stretti in un abbraccio enorme. Ho sentito un’intera città condividere il mio dolore, come se Edoardo fosse figlio di tutti. A questa città va il mio grazie più profondo.
Vorrei che da questa tragedia nascesse almeno un cambiamento, anche piccolo, come una goccia nel mare.
Non parliamo ai ragazzi soltanto di bullismo, ma anche di depressione, sofferenza interiore e paura di non essere abbastanza.
E soprattutto, noi adulti, facciamoci un esame di coscienza. Perché i ragazzi non imparano soltanto da ciò che diciamo loro ma imparano soprattutto da ciò che facciamo.
Se ci vedono deridere, giudicare e umiliare chi è diverso,
usare le parole come armi, cosa gli stiamo insegnando ?Non possiamo chiedere ai nostri figli di non ferire se siamo noi i primi a farlo.
Il bullismo non comincia sempre tra i banchi di scuola. A volte comincia nelle nostre case, nelle nostre conversazioni, nei commenti scritti sui social con leggerezza.
Comincia quando trasformiamo la diversità in un difetto
e il giudizio in un diritto.
In questi giorni abbiamo letto e ascoltato anche parole cariche di odio e sentenze pronunciate da persone che non conoscono la nostra storia.
Ricordatevi che dietro uno schermo ci sono persone vere, famiglie che soffrono, ragazzi che leggono e imparano anche da noi.
Prima di scrivere, fermiamoci. Una parola può ferire molto più di quanto immaginiamo.
Edoardo aveva una famiglia che lo amava,
ma aveva anche un mondo fuori casa, come tutti i ragazzi. Un mondo che io non potevo controllare e di cui non conosco fino in fondo le esperienze.
Lui aveva deciso e imparato a schermarsi,
a diventare indecifrabile, anche quando cercavamo di raggiungerlo e di capire cosa avesse dentro.
Non possiamo cambiare tutto, ma possiamo cominciare da noi: dalle nostre parole, dai nostri gesti, dal modo in cui guardiamo chi è diverso da noi.
E poi ci sei tu, Giada.
Amore mio, hai diciannove anni e hai perso tuo fratello. Non devi essere forte per tutti, non devi nascondere il tuo dolore per proteggere il nostro. Hai diritto di piangere, di avere paura, di sentirti smarrita. E hai diritto, soprattutto, di continuare a vivere, portando tuo fratello sempre con te. Io sarò qui, anche quando non saprò trovare le parole giuste.
E a te, Edoardo amore mio, avrei voluto regalarti ancora tanti anni. Avrei voluto vederti crescere, vederti scoprire il mondo e diventare tutto ciò che avresti potuto essere.
Forse non sono riuscita a vedere tutto il tuo dolore,
ma spero che tu non abbia mai dubitato del mio amore.
Avevi dentro un mondo troppo grande per essere compreso dai nostri occhi.
Noi ti abbiamo amato, ma forse non siamo riusciti a vederti fino in fondo.
Perdonaci, amore mio, se non abbiamo saputo comprendere tutto ciò che portavi dentro.
E perdona il mondo se non ha saputo custodire la luce che eri.
