Le proposte dell’Associazione Connect presentate a Palazzo Madama durante l’incontro promosso dalla senatrice Sabrina Licheri Riconoscere istituzionalmente la figura del mediatore interculturale, garantendone una presenza stabile nei …
Le proposte dell’Associazione Connect presentate a Palazzo Madama durante l’incontro promosso dalla senatrice Sabrina Licheri
Riconoscere istituzionalmente la figura del mediatore interculturale, garantendone una presenza stabile nei servizi pubblici e negli istituti penitenziari, e creare un network qualificato per monitorare e contrastare la disinformazione legata alle migrazioni.
Sono le due proposte avanzate dall’associazione Connect nel corso dell’incontro “Dall’ascolto alla proposta: costruire insieme il futuro delle politiche migratorie in Italia”, svoltosi nella Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro del Senato della Repubblica, su iniziativa della senatrice Sabrina Licheri.
A presentarle è stata Laura Ghiandoni, presidente di Connect APS (associazione di promozione sociale impegnata da anni nella comunicazione per i diritti civili, l’inclusione e il contrasto alla discriminazione), partendo dalle storie raccolte durante un lavoro di inchiesta giornalistica dedicato alle discriminazioni, alle barriere linguistiche e alle difficoltà incontrate dalle persone con background migratorio nel rapporto con i servizi sociali, sanitari, giudiziari e penitenziari.
“Quando una persona con background migratorio vive una condizione di fragilità, legata alla salute mentale, allo sfruttamento criminale o alla tratta, rischia di trovarsi completamente isolata – ha dichiarato Ghiandoni (Connect) – la barriera linguistica e la mancata conoscenza dei contesti culturali possono generare interpretazioni sbagliate, ritardi e decisioni capaci di incidere drammaticamente sulla vita delle persone”.
Nel suo intervento, la presidente di Connect ha ricordato il caso di una donna vittima di tratta alla quale era stata sottratta la figlia dopo che il sistema di assistenza aveva interpretato in modo errato la situazione familiare. Soltanto l’intervento di una mediatrice interculturale, capace di comprendere la lingua della donna e le dinamiche delle organizzazioni criminali attive nello sfruttamento, ha permesso di ricostruire la vicenda, attivare una squadra specializzata e proteggere madre e bambina.
“La mediazione interculturale non può dipendere dalla disponibilità occasionale di una singola persona o essere attivata soltanto quando la situazione è ormai compromessa” ha sottolineato Ghiandoni. “Servono professionisti riconosciuti, formati e inseriti stabilmente nei servizi attraverso un adeguato inquadramento contrattuale. Devono diventare punti di riferimento nei percorsi sociali, sanitari, giudiziari e penitenziari”.
Accanto ai mediatori, Connect propone un maggiore coinvolgimento di etnopsicologi e professionisti capaci di distinguere tra comportamenti legati a differenti contesti culturali e manifestazioni riconducibili a problemi di salute mentale. L’obiettivo è aiutare le istituzioni a evitare valutazioni esclusivamente etnocentriche e garantire interventi più tempestivi e appropriati.
La seconda proposta riguarda il contrasto alla manipolazione delle informazioni sulle migrazioni. Secondo Connect, la disinformazione agisce contemporaneamente nei Paesi di origine, attraverso contenuti che rappresentano il viaggio verso l’Europa come semplice e privo di rischi, e nei Paesi di destinazione, dove narrazioni allarmistiche e termini come “invasione” vengono utilizzati per alimentare paura, conflitto sociale e sfiducia nelle istituzioni.
“La disinformazione sui fenomeni migratori non produce soltanto cattiva informazione – ha aggiunto la presidente di Connect – può spingere giovani nelle mani dei trafficanti, trasformare i migranti in capri espiatori e indebolire la fiducia dei cittadini nella democrazia. Per questo occorre affrontarla come una questione che riguarda anche la sicurezza e la tenuta delle nostre istituzioni”.
La proposta è quella di costituire un network composto da rappresentanti delle diaspore, giornalisti investigativi ed esperti di fact-checking, analisti geopolitici, giuristi e studiosi. La rete dovrebbe monitorare le notizie provenienti dall’estero, individuare le campagne manipolatorie e fornire informazioni verificate sia alle comunità presenti in Italia sia ai cittadini dei Paesi di origine.
“Dobbiamo costruire presìdi di verità capaci di contrastare le false notizie in Italia e, allo stesso tempo, di proteggere le persone nei Paesi di origine dalle promesse ingannevoli utilizzate dalle reti criminali” ha concluso Ghiandoni. “I rappresentanti delle diaspore possono offrire competenze linguistiche, culturali e territoriali indispensabili, ma devono lavorare insieme a professionisti dell’informazione, della ricerca e del diritto”.
All’incontro hanno partecipato rappresentanti delle comunità e delle associazioni impegnate sui temi dell’inclusione, professionisti dei diritti umani e dell’immigrazione, artisti e responsabili istituzionali, con l’obiettivo di trasformare l’ascolto delle esperienze in proposte concrete per il futuro delle politiche migratorie italiane.
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