Intervista ad Antonello De Pierro dopo la presentazione del libro di Claudia Conte “Dove nascono i silenzi”, nel salotto romano del professor Sergio Tiberti: “La repressione …
Intervista ad Antonello De Pierro dopo la presentazione del libro di Claudia Conte “Dove nascono i silenzi”, nel salotto romano del professor Sergio Tiberti: “La repressione da sola non basta”
A margine dell’esclusivo cenacolo culturale ospitato nella dimora romana del professor Sergio Tiberti per la presentazione dell’ultimo libro di Claudia Conte, “Dove nascono i silenzi”, abbiamo incontrato Antonello De Pierro. Giornalista di lungo corso e presidente del movimento politico Italia dei Diritti-De Pierro, con la sua consueta lucidità e fermezza analitica ha acceso il dibattito su temi caldi come la violenza di genere, le storture normative del Codice Rosso e la piaga del bullismo scolastico, offrendo una prospettiva che scardina i vecchi dogmi del giustizialismo fine a sé stesso per rimettere al centro la cultura e la pedagogia del recupero.
Presidente De Pierro, partiamo dall’evento a casa del professor Tiberti. Che cosa l’ha colpita maggiormente del libro di Claudia Conte, “Dove nascono i silenzi”, tanto da spingerla a sostenerlo con così grande convinzione?
L’opera di Claudia Conte ha il raro pregio di scoperchiare una pentola che troppo spesso la società preferisce mantenere sigillata: quella dei silenzi complici. Claudia, con la sensibilità e la professionalità che da sempre la contraddistinguono nel panorama giornalistico e sociale, ha saputo tratteggiare non solo la sociologia del fenomeno, ma ha compiuto un viaggio intimo e toccante nelle micro-violenze quotidiane e nel disagio giovanile. Il “silenzio” di cui parla nel libro è una condanna drammaticamente duplice. Da un lato c’è il silenzio di chi subisce, schiacciato dalla paura o dall’impossibilità di comunicare il proprio dramma. Dall’altro, ed è questo che deve farci riflettere, c’è il silenzio di chi guarda altrove, l’omertà di chi preferisce non vedere per quieto vivere o per salvaguardare una facciata di apparente normalità. Sostenere questo libro significa sostenere una battaglia di verità e di rottura di questi schemi ipocriti.
Nel Suo ampio intervento durante la serata, Lei ha espresso forti perplessità sulla tendenza legislativa che ha portato a identificare il femminicidio come reato proprio e, in generale, sull’inasprimento delle pene. Perché ritiene che questa strada non sia sufficiente?
Sia chiaro: l’innalzamento delle pene di fronte a crimini così efferati è una misura repressiva sacrosanta e assolutamente doverosa. Lo Stato deve punire con fermezza chi delinque. Tuttavia, non possiamo nasconderci dietro un dito: l’inasprimento delle sanzioni rischia purtroppo di trasformarsi in uno strumento della politica per lavarsi la coscienza, una sorta di paravento normativo per dire “abbiamo fatto la nostra parte”. Il limite strutturale della legge attuale è che la repressione, per sua stessa natura, interviene sempre “dopo”. Interviene quando il reato è già stato consumato, quando la tragedia si è compiuta e ci troviamo, drammaticamente, a contare l’ennesima vittima. La vera sfida non può essere solo repressiva; deve essere radicalmente culturale e psicologica. Dobbiamo capire che prevenire è decisamente meglio che curare.
Lei ha fatto riferimento alla necessità di analizzare il profilo psicologico di chi commette tali violenze, spesso lontano dall’identikit del criminale comune. Qual è la sua proposta concreta in merito?
Se analizziamo i dati storici e di cronaca, ci accorgiamo che in moltissimi casi lo stalker o l’autore di violenze non presenta un profilo criminale pregresso. Non parliamo di delinquenti di professione, ma di soggetti apparentemente normali che, davanti a una separazione, a un rifiuto o a una crisi relazionale, vivono un momento di profonda debolezza emotiva e psicologica. Questa incapacità di gestire il conflitto li trasforma repentinamente in carnefici, dominati da un distorto concetto di prevaricazione e possesso. Le misure restrittive tradizionali da sole, lo dicono i fatti, vengono purtroppo spesso eluse o ignorate dal reo, che si fa scudo della propria ossessione. La mia proposta è quella di affiancare alla magistratura e alle forze dell’ordine un percorso di supporto psicologico obbligatorio e immediato, sin dalle primissime avvisaglie. Dobbiamo intercettare la deviazione emotiva prima che degeneri in violenza fisica, agendo direttamente sulla cultura del rispetto.
Su questa linea di prevenzione radicale ha trovato una forte sponda nell’intervento dell’ex Pm e avvocato penalista Felice Cantaro…
Esattamente. Mi ha fatto molto piacere riscontrare una profonda e totale sintonia con l’avvocato Cantaro. La sua lunghissima esperienza sul campo, prima come pubblico ministero e oggi come eccellente penalista, dà un peso specifico enorme a questa visione. Anche lui si è dichiarato pienamente concorde sulla necessità impellente di adottare un approccio che sia anche psichiatrico nei confronti degli stalker. Quando un uomo di legge, che ha passato la vita nei tribunali, concorda sul fatto che il solo codice penale non basta se non si intercetta il pericolo a livello terapeutico e psichiatrico prima della degenerazione criminale, significa che la direzione che ho tracciato è l’unica strutturalmente percorribile.
Il padrone di casa, il professor Sergio Tiberti, ha invece introdotto un elemento di forte polemica riguardo al “Codice Rosso”, parlando di un 90% di casi infondati sulla base di dati ministeriali. Qual è la Sua lettura di questa provocazione?
L’intervento del professor Tiberti è stato decisamente provocatorio e ha acceso il dibattito, sollevando una questione di numeri e di efficacia che non può essere ignorata. Citando questi dati attribuiti al Ministero della Giustizia, secondo cui circa il 90% dei casi sollevati tramite la corsia preferenziale del Codice Rosso si rivelerebbe poi infondato, Tiberti ha voluto accendere i riflettori sulle distorsioni e sulle criticità dello strumento giudiziario attuale. Quando una macchina complessa come la giustizia viene intasata da segnalazioni che poi non trovano riscontro, il rischio reale è che si perda l’efficacia sui casi di reale e imminente pericolo. Questo dimostra ancora una volta che la risposta puramente procedurale e d’emergenza mostra il fianco a fortissimi limiti strutturali e che la vera bonifica del problema deve avvenire a monte, nel tessuto sociale.
Un altro momento di grande intensità emotiva e concettuale della serata è stato quando Lei ha spostato l’attenzione sul bullismo scolastico, denunciando l’omertà di certi istituti. Che cosa succede nelle nostre scuole?
Il bullismo scolastico è l’altra faccia della medaglia del silenzio. Esiste un nervo scoperto, una tendenza strisciante da parte di alcune istituzioni scolastiche a insabbiare o a non denunciare con la dovuta fermezza gli episodi di prevaricazione tra i banchi. E perché lo fanno? Spesso per una meschina logica di facciata: per evitare che si diffonda la voce, per non rovinare la reputazione del nome della scuola o per non perdere iscrizioni. Questo è inaccettabile. Pur non entrando nel merito strettamente legale della denuncia, io rimarco con forza che la scuola non può e non deve abdicare al suo primario ruolo educativo. Non si può girare la testa dall’altra parte. La scuola ha il dovere morale e sociale di lavorare attivamente sul recupero dei ragazzi cosiddetti “difficili”, non di emarginarli o nascondere la polvere sotto il tappeto.
A questo proposito, Lei ha condiviso con gli ospiti un ricordo molto intimo e commovente legato a suo padre Vincenzo, storico preside. Che tipo di insegnamento ci lascia la sua figura in chiave moderna?
Mio padre Vincenzo è scomparso da molti anni, ma il suo esempio pedagogico rimane di una straordinaria e dirompente attualità. Il suo metodo non prevedeva la pura punizione sterile, la nota sul registro fine a sé stessa o l’allontanamento del ragazzo problematico, che spesso produce solo ulteriore rabbia ed emarginazione. Quando un alunno si comportava male e veniva mandato nel suo ufficio di presidenza, mio padre non urlava: lo accoglieva, lo faceva sedere intorno alla propria scrivania e teneva per lui una vera e propria lezione personalizzata. Cercava di trasmettergli, con il dialogo, il fascino e l’importanza della cultura come reale strumento di riscatto, di dignità e di crescita personale. Voleva fargli capire che c’era una strada diversa dalla prevaricazione.
Questo approccio ha dato i suoi frutti nel tempo?
Ha dimostrato un’efficacia straordinaria, che è andata ben oltre gli anni della scuola. Il riscontro più grande e commovente l’ho avuto nel momento più doloroso: alla sua camera ardente, qui a Roma, erano presenti molti di quei “ragazzi difficili”. Erano lì in lacrime per tributargli l’ultimo, sincero omaggio. ragazzi che non hanno dimenticato che un preside, anziché marchiarli come casi persi, si era fermato a parlare con loro, salvandoli dal loro stesso silenzio e dalla devianza. Questo è il modello pedagogico a cui la scuola deve guardare.
A fine serata, durante l’eccellente cena offerta dal professor Tiberti, l’abbiamo vista intrattenersi a lungo in un fitto dialogo con il commercialista Valentino Tamburro e con l’avvocata Maria Tersigni. Il salotto culturale si è trasformato in un laboratorio di idee…
I veri salotti culturali capitolini hanno questa straordinaria funzione: la parte ufficiale serve a lanciare il sasso nello stagno, ma è nei momenti conviviali del post-presentazione, davanti a una buona tavola, che le idee si sedimentano e si approfondiscono. Con l’avvocato Cantaro abbiamo continuato a sviscerare le implicazioni giuridiche delle nostre tesi, e poi è stato estremamente stimolante confrontarsi con il dottor Valentino Tamburro e con l’avvocata Maria Tersigni, una professionista stimatissima del Foro di Roma e figura di spicco assoluta dei circuiti culturali della Capitale. Quando si incrociano le competenze della politica, della magistratura, dell’economia e della professione legale, si creano quelle sinergie fondamentali per elaborare proposte concrete. È stato il perfetto preludio alla presentazione ufficiale del libro di Claudia Conte al Circolo Canottieri Lazio, un’opera che ha dimostrato la capacità unica di scuotere le coscienze e unire mondi diversi sotto un unico, imprescindibile obiettivo: rompere il silenzio.
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