Di Giada Russo Migrare significa lasciare un luogo conosciuto per affrontare l’incertezza. Per molte donne, però, il viaggio verso un Paese diverso può trasformarsi in un’esperienza segnata da una vulnerabilità ancora più profonda. Alla difficoltà di abbandonare la propria casa, la propria famiglia e le proprie radici si aggiunge, in molti casi, il rischio di […]
Di Giada Russo
Migrare significa lasciare un luogo conosciuto per affrontare l’incertezza. Per molte donne, però, il viaggio verso un Paese diverso può trasformarsi in un’esperienza segnata da una vulnerabilità ancora più profonda. Alla difficoltà di abbandonare la propria casa, la propria famiglia e le proprie radici si aggiunge, in molti casi, il rischio di subire violenze, sfruttamento e discriminazioni.
Il percorso migratorio può iniziare molto prima di salire su una nave, su un autobus o su un aereo: alcune donne fuggono da guerre, persecuzioni, povertà o violenze subite nel proprio paese mentre altre partono per cercare un futuro diverso per sé e per i propri figli. Durante il viaggio, tuttavia, la loro condizione di fragilità può essere sfruttata da trafficanti, intermediari e persone che approfittano della loro situazione.
Le violenze sessuali rappresentano una delle forme più drammatiche di questa vulnerabilità. Stupri, molestie e ricatti possono verificarsi lungo le rotte migratorie, nei luoghi di transito o nei contesti in cui le donne si trovano senza protezione; in alcuni casi la violenza viene utilizzata come strumento di controllo e di sfruttamento. A rendere ancora più difficile la denuncia contribuiscono la paura, la dipendenza economica, la difficoltà linguistica e il timore di non essere credute o di subire conseguenze; ma la violenza non necessariamente termina con l’arrivo nel paese di destinazione. Una donna migrante può trovarsi ad affrontare nuove forme di sfruttamento, soprattutto nel lavoro irregolare e nei settori caratterizzati da maggiore precarietà. Il lavoro domestico, l’assistenza alla persona e altri impieghi scarsamente tutelati possono diventare situazioni nelle quali il confine tra lavoro e sfruttamento diventa molto fragile.
A tutto questo si aggiunge una doppia discriminazione: essere donna e, contemporaneamente, essere migrante. Il pregiudizio può incidere sull’accesso al lavoro, alla casa, ai servizi sanitari e all’istruzione; per chi non conosce la lingua o non dispone di una rete familiare e sociale, anche chiedere aiuto può diventare complicato.
Dietro ogni storia di migrazione, però, non c’è soltanto una vittima. Ci sono donne che lavorano, studiano, crescono figli, costruiscono relazioni e cercano di ricominciare. Raccontare la loro condizione significa quindi non soltanto parlare delle violenze che possono subire, ma anche riconoscere la loro capacità di resistere e di ricostruire la propria vita.
La condizione delle donne migranti pone così una questione che riguarda l’intera società: quanto una persona possa sentirsi al sicuro e avere la possibilità di costruire il proprio futuro indipendentemente dal luogo in cui è nata. Proteggere chi è più vulnerabile non significa guardare alla donna migrante soltanto come a una vittima, ma garantirle gli strumenti necessari per essere prima di tutto una persona libera, tutelata e consapevole dei propri diritti.
