RISIKO GLOBALE: Perchè i grandi giocano con i confini mentre noi non riusciamo a tirare i dadi C’è un momento, durante una partita a RISIKO, in …

RISIKO GLOBALE: Perchè i grandi giocano con i confini mentre noi non riusciamo a tirare i dadi

C’è un momento, durante una partita a RISIKO, in cui tutto cambia. I confini tracciati con il pennarello sulla plancia iniziano a sfumare, le alleanze strette tre turni prima si sciolgono in un sussurro, e qualcuno, di solito il giocatore che sta perdendo, rovescia il tavolo.

Oggi quel tavolo è il mondo, e i dadi stanno rotolando su almeno quattro continenti contemporaneamente.

Non è una metafora per addetti ai lavori, è la descrizione più onesta di ciò che sta accadendo mentre scorriamo TikTok, mentre cerchiamo un volo low-cost per Barcellona, mentre ci preoccupiamo del caro-affitti.

C’è una partita in corso, e noi non siamo i giocatori. Siamo le pedine.

Quando si passa da “Crisi Regionale” a “Guerra Mondiale a Pezzi”

Il paradosso è che ci ostiniamo a guardare ogni teatro di conflitto come fosse una partita separata. Il Donbas da una parte, la Siria dall’altra, il Caucaso come una nota a margine.

Ma chi siede al tavolo dei grandi giocatori sa che il tabellone è uno solo, e le pedine si spostano simultaneamente su tutti i fronti.

La regola base di RISIKO la ricordate: conquisti territori, ricevi rinforzi, accumuli armate. L’obiettivo dichiarato è sempre la difesa. “Proteggere la democrazia”, “difendere i confini nazionali”, “garantire la stabilità”. Ma l’obiettivo segreto scritto sulla carta che tieni nascosta sotto il tavolo è un altro: eliminare l’avversario.

Oggi i giocatori sono tre, con un quarto che paga la posta senza nemmeno lanciare i dadi. Stati Uniti, Russia, Cina. E un’Europa che finanzia la partita sperando che il tavolo non le crolli addosso.

Osservate la sequenza:

  1. L’Ucraina colpisce navi iraniane nel Mar Caspio.
  2. La Russia passa dati satellitari a Teheran, che abbatte droni americani da trenta milioni di dollari l’uno.
  3. Gli Stati Uniti premono sullo Stretto di Ormuz per strangolare le forniture energetiche alla Cina.
  4. Pechino risponde blindando la sua presenza nelle miniere di cobalto del Congo, essenziali per l’intelligenza artificiale e i data center.

Non sono conflitti separati. Sono mosse sulla stessa scacchiera.

  Potrebbe interessarti 

Un nuovo nemico per l’Ucraina

La storia che non ci ha insegnato nulla (1914)

C’è una dinamica che ci sfugge ogni volta. Come popolo l’abbiamo già vista, attraverso gli occhi dei nostri nonni, ma ancora non la riconosciamo.

Nel 1914, racconta lo storico Alessandro Barbero, l’Europa era certa di vivere nell’età dell’oro della sicurezza.

Le cancellerie organizzavano conferenze di pace, gli intellettuali scrivevano libri sul disarmo, l’economia era così integrata che sembrava impossibile una guerra. Eppure, negli stessi mesi, la Germania spendeva il 40% del bilancio statale in armamenti, ottantamila operai lavoravano alla Krupp, i memorandum segreti parlavano di attacchi preventivi.

La percezione pubblica e la realtà documentata correvano su due binari opposti.

Oggi accade lo stesso. Mentre discutiamo di transizione verde e ripresa post-pandemia, il mondo sta consumando missili Patriot come fossero carrarmati di plastica usa e getta. Si consumano qualsiasi tipo di munizione, missili e droni come se non ci fosse un domani e la capacità produttiva occidentale non tiene il passo. Senza le terre rare cinesi per i microchip, ogni missile lanciato è uno in meno nel deposito, e rimpiazzarlo richiede anni.

“In termini di munizioni, la Russia produce in tre mesi quello che l’intera Nato produce in un anno” – Mark Rutte

Non è un dettaglio tecnico, è il segnale che la partita sta accelerando più velocemente della capacità di giocarla.

LE CARTE OBIETTIVO NASCOSTE

Nel RISIKO ogni giocatore pesca una carta obiettivo segreta.

  • Distruggere l’armata rossa.
  • Conquistare l’Asia.
  • Eliminare un avversario specifico.

Parliamo della Siria. La narrazione prevalente descrive la caduta del governo Assad come una rivolta popolare per la libertà, ma i fatti mostrano un’operazione coordinata per ridefinire i rapporti di forza regionali. La Turchia muove le sue pedine nel nord, rincorrendo un sogno neo-ottomano, Israele ha condotto oltre seicento raid su una nazione sovrana, distruggendo sistematicamente le difese aeree e spingendo i confini del Golan. I gruppi armati che i media etichettano come “moderati liberatori” sono guidati da figure con lauree in Sharia.

Non è una transizione democratica, almeno non lo sembra.

E mentre il Medio Oriente brucia, l’Ucraina allunga i suoi droni fino a mille chilometri dentro il territorio russo, colpendo raffinerie e terminali energetici.

Il risultato? L’oleodotto CPC dal Kazakistan è stato bloccato. Un milione e quattrocentomila barili di petrolio al giorno che non arrivano più in Europa.

Qualcuno ha scambiato la strategia con l’autolesionismo.

IL GIOCATORE CHE PAGA PER PERDERE

C’è un dettaglio grottesco in questo RISIKO GLOBALE. L’Europa.

I governi europei continuano a finanziare la partita senza nemmeno provare a lanciare i dadi. La Germania chiude fabbriche, Volkswagen licenzia, la BASF delocalizza.

L’industria chimica tedesca, fiore all’occhiello del continente, sta migrando dove l’energia costa meno.

Non per scelta strategica, ma perché l’elettricità in Europa è diventata un lusso insostenibile.

È un suicidio economico programmato, oppure per restare alla metafora, è come se un giocatore consegnasse le proprie armate all’avversario sperando che questo lo risparmi alla fine.

Non funziona mai così, al RISIKO.

  Potrebbe interessarti 

https://www.progetto-radici.it/2026/05/13/germania-crisi-industriale-riarmo-italiani-europa-2026/

https://www.progetto-radici.it/2026/05/14/crisi-starmer-elezioni-uk-2026-expat-italiani-geopolitica/

E SE AVESSIMO SBAGLIATO GIOCO?

La domanda che dovremmo porci non è chi vincerà, la domanda è se non fosse meglio giocare al Gioco dell’Oca.

Il Gioco dell’Oca ha regole semplici: Tiri il dado, avanzi, se cadi su un’oca raddoppi. Ogni tanto finisci in prigione e salti un turno, ma poi riparti.

Nessuno conquista territori, nessuno elimina avversari, si arriva alla fine insieme, con tempi diversi, ma tutti sullo stesso percorso.

La geometria del potere globale ha dimenticato questa semplicità, ha scambiato la complessità con l’astuzia, la competizione con l’annientamento.

L’attuale partita a RISIKO si basa su un presupposto tossico: che la sicurezza mia richieda l’insicurezza tua.

È il paradosso che nel 1914 trasformò una crisi balcanica in quattro anni di trincee.

Oggi abbiamo droni al posto della cavalleria, ma il meccanismo mentale è identico.

La carta obiettivo che nessuno vuole mostrare è la più banale: sopravvivere, e per sopravvivere, forse, bisogna cambiare gioco.

Smettere di accumulare armate ai confini, smettere di lanciare dadi truccati. Ricordarsi che al Gioco dell’Oca, se cadi nella casella sbagliata, torni indietro.

Ma al RISIKO, quando finiscono le pedine, non c’è una rivincita.

Per un’informazione completa

Consulta anche gli articoli pubblicati su:

Da