La sinistra europea che pretende di avere una sola verità

C’è un aspetto della vicenda Mette Frederiksen che va ben oltre la polemica sull’immigrazione e sulle politiche di frontiera. È il riflesso di una concezione della …

C’è un aspetto della vicenda Mette Frederiksen che va ben oltre la polemica sull’immigrazione e sulle politiche di frontiera. È il riflesso di una concezione della politica che sembra avere sempre meno a che fare con il confronto democratico e sempre più con la fedeltà a una linea ufficiale.

Il punto, infatti, non è soltanto che alcuni esponenti del Pd e dei socialisti spagnoli abbiano criticato la premier danese. Il punto è che abbiano ritenuto necessario portare addirittura il suo “caso” davanti alla leadership del Partito del Socialismo Europeo, quasi fosse necessario richiamare all’ordine un membro della famiglia che si è allontanato dalla dottrina.

Ed è qui che emerge tutta l’ipocrisia di un certo socialismo europeo. La parola d’ordine è sempre pluralismo, inclusione, apertura, rispetto delle differenze. Ma quando un esponente della propria area politica assume posizioni non conformi, improvvisamente il pluralismo sembra avere dei limiti molto precisi.

Il precedente di Robert Fico è emblematico. Il suo partito Smer è stato prima sospeso e poi espulso dal Partito del Socialismo Europeo, dopo un progressivo scontro sulle posizioni riguardanti Ucraina, Russia, diritti e altri temi sui quali Fico ha assunto una linea sempre più distante da quella prevalente nella famiglia socialista. La decisione è stata motivata dal fatto che Smer avrebbe assunto posizioni profondamente contrarie ai valori della famiglia socialista.

Naturalmente, si può condividere o meno la linea di Fico e si possono giudicare legittime le ragioni della sua espulsione. Ma il problema politico rimane: quanto spazio esiste davvero, dentro la sinistra europea, per una socialdemocrazia che interpreti autonomamente le esigenze del proprio Paese? La vicenda Frederiksen sembra suggerire che quello spazio sia sempre più stretto.

La premier danese non è una leader della destra radicale. È una socialista. E proprio per questo il suo atteggiamento sull’immigrazione dovrebbe rappresentare, per la sinistra europea, l’occasione per interrogarsi su una questione fondamentale: perché una parte crescente dell’elettorato chiede sicurezza, controllo delle frontiere e una politica migratoria più rigorosa?

Invece di affrontare questa domanda, una parte dell’establishment socialista sembra preferire la strada più semplice: bollare come “destra radicale” chiunque provi a dare una risposta diversa da quella prevista.

È una forma di conformismo politico che rischia di trasformare i partiti in comunità chiuse, nelle quali la solidarietà tra compagni di partito vale soltanto finché tutti condividono la medesima interpretazione della realtà.

Ed è proprio qui che, a mio avviso, si comprende anche il significato della parabola politica di Giorgia Meloni. Al di là del giudizio che ciascuno può dare sul suo governo, la sua affermazione ha rappresentato un vero spartiacque nella politica europea: temi come il controllo delle frontiere, il contrasto all’immigrazione irregolare e la difesa dell’identità europea, per anni liquidati da una parte della sinistra come semplici parole d’ordine della destra, sono ormai entrati stabilmente nell’agenda politica continentale. Il fatto che oggi una leader socialista come Frederiksen collabori con Meloni proprio su questi temi è forse la dimostrazione più evidente di quanto sia cambiato il quadro.

E c’è qualcosa di paradossale in tutto questo. I socialisti europei accusano spesso gli avversari di populismo, autoritarismo e chiusura ideologica. Poi, quando una propria esponente prende una posizione diversa sulla gestione dei confini, anziché discutere nel merito delle sue ragioni, si invoca l’intervento della famiglia politica europea.

È difficile non vedere in questo atteggiamento una sorta di cameratismo politico: proteggere il gruppo, difendere la linea, isolare chi se ne discosta. Una logica che rischia di mettere l’apparato davanti alla realtà e la fedeltà politica davanti ai problemi concreti dei cittadini.

Ma la politica dovrebbe funzionare al contrario.

Un partito socialdemocratico dovrebbe chiedersi perché una premier socialista come Frederiksen ritenga necessario adottare una linea più severa sull’immigrazione. Dovrebbe domandarsi perché anche una parte dell’elettorato tradizionalmente progressista chieda maggiore controllo delle frontiere. Dovrebbe interrogarsi sul perché, in diversi Paesi europei, la distanza tra le élite politiche e le preoccupazioni quotidiane dei cittadini sia diventata così evidente.

Invece, quando la risposta non coincide con quella dell’apparato, arriva il richiamo alla disciplina.

E allora la domanda diventa inevitabile: quanto interessa davvero ai socialisti europei convincere i cittadini e quanto interessa, invece, conservare il controllo della propria comunità politica?

Perché una sinistra che considera più grave una divergenza interna di quanto non sia grave perdere il contatto con milioni di cittadini rischia di trasformarsi in una sinistra autoreferenziale. Una sinistra che parla continuamente di inclusione, ma che fatica a tollerare il dissenso al proprio interno; che predica la pluralità delle opinioni, purché queste non mettano in discussione le proprie certezze; che rivendica di rappresentare il popolo, ma sembra talvolta più preoccupata di mantenere intatta la propria ortodossia.

Il caso Frederiksen dovrebbe dunque essere letto anche in questo modo. Non come la ribellione di una socialista alla propria famiglia politica, ma come il sintomo di una trasformazione più profonda: la socialdemocrazia europea sta scoprendo che per tornare a parlare ai cittadini deve confrontarsi con problemi sui quali per anni ha lasciato campo libero alla destra.

E questo, evidentemente, crea imbarazzo.

Perché significa ammettere che sicurezza, frontiere, immigrazione e identità non sono proprietà privata di una parte politica. Sono questioni che appartengono ai cittadini, e sulle quali anche un socialista può avere idee diverse da quelle del proprio gruppo dirigente.

La vera prova di pluralismo, allora, non consiste nel tollerare chi la pensa come noi. Consiste nel lasciare spazio a chi, pur appartenendo alla nostra stessa famiglia politica, arriva a conclusioni diverse.

Altrimenti la tanto celebrata “famiglia socialista europea” rischia di assomigliare sempre meno a una comunità politica fondata sul confronto e sempre più a un club nel quale si può entrare, purché non si metta mai in discussione la linea del gruppo.

E quando la fedeltà all’apparato diventa più importante della capacità di ascoltare i cittadini, il problema non è più soltanto l’immigrazione. È la distanza tra la politica e la realtà.

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