di Luana Sciamanna Avvocata penalista esperta di violenza di genere e Responsabile dell’Ufficio Legale dei Centri Antiviolenza dei Castelli Romani
I dati di questi giorni di agosto ci pongono, ancora una volta, di fronte a un bilancio sanguinoso. Il femminicidio di Tania Terrin a Camponogara, uccisa dall’ex compagno poi suicidatosi, e il brutale assassinio di Colleferro, dove una donna è stata accoltellata a morte in casa davanti al figlio, confermano una tragica costante: la violenza sulle donne non va mai in vacanza.
L’estate rappresenta un drammatico amplificatore della violenza di genere, in particolare di quella domestica. Durante le ferie i ritmi quotidiani cambiano, la routine lavorativa si interrompe e la convivenza forzata aumenta l’isolamento della vittima, esacerbandone l’esposizione al rischio.
Per le donne già intrappolate in relazioni maltrattanti o tossiche, la pausa estiva significa trascorrere un tempo prolungato con il proprio aggressore, lontane dal supporto dei colleghi o dalla rete sociale abituale. La casa e le vacanze diventano così una gabbia senza vie di fuga.
Sul piano legislativo, si invoca quasi sempre un inasprimento sanzionatorio come panacea di tutti i mali. Da penalista, ci tengo a ribadire che l’aumento delle pene, per quanto doveroso sul piano della giustizia retributiva, non costituisce di per sé un deterrente efficace.
Gran parte di questi reati matura all’interno di una dinamica d’annientamento e possesso in cui la previsione della sanzione penale non arresta l’azione violenta e raramente esplica una funzione rieducativa, data l’elevata recidiva.
Lo dimostra la sconcertante frequenza con cui l’autore del femminicidio si toglie la vita subito dopo il delitto. Chi matura l’intenzione di uccidere e poi suicidarsi non teme l’ergastolo né la certezza della pena: arrivati a quel livello di escalation, la minaccia del carcere ha già fallito.
Cosa possiamo fare, allora?
La risposta risiede nell’intercettazione precoce del rischio, nella prevenzione culturale e nel sostegno concreto alle donne prima che sia troppo tardi. È indispensabile potenziare la valutazione del rischio da parte delle forze dell’ordine e della magistratura, garantendo interventi tempestivi ed efficaci ai primi segnali di violenza o stalking.
È vero: la cronaca ci mette talvolta di fronte a casi drammatici in cui le donne avevano già denunciato, senza che questo sia bastato a fermare la mano del maltrattante. Tuttavia, non dobbiamo cedere alla sfiducia nelle istituzioni.
Denunciare e affidarsi alla giustizia continua a essere l’unica strada, capace di sottrarre ogni anno migliaia di donne a un destino di sofferenza e prevaricazione. Semplicemente, quando la rete di protezione funziona, non fa notizia.
A tutte le donne che stanno vivendo una situazione di paura, controllo o maltrattamento, voglio dire chiaramente: non siete sole, e la rete di protezione non va in ferie.
I Centri Antiviolenza restano operativi anche per tutto il periodo estivo, offrendo uno spazio sicuro, anonimo e gratuito per pianificare percorsi di uscita dalla violenza con il supporto di operatrici, psicologhe e legali specializzate.
Il 1522, numero pubblico e gratuito antiviolenza e stalking, è attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, sia via chiamata sia via chat.
Chiedere aiuto è il primo fondamentale passo per spezzare la catena. Noi ci siamo, anche in estate.