L’Europa svolta a destra? una nuova maggioranza sta prendendo corpo a Bruxelles

Non è ancora un’alleanza ufficiale e probabilmente non lo sarà nel breve periodo. Ma nelle aule del Parlamento europeo una nuova maggioranza politica ha già cominciato a esistere. Popolari, Conservatori dell’Ecr e Patrioti votano sempre più spesso nello stesso modo sui temi destinati a ridisegnare l’Unione: immigrazione, sicurezza delle frontiere, competitività industriale, riduzione degli obblighi […]

Non è ancora un’alleanza ufficiale e probabilmente non lo sarà nel breve periodo. Ma nelle aule del Parlamento europeo una nuova maggioranza politica ha già cominciato a esistere. Popolari, Conservatori dell’Ecr e Patrioti votano sempre più spesso nello stesso modo sui temi destinati a ridisegnare l’Unione: immigrazione, sicurezza delle frontiere, competitività industriale, riduzione degli obblighi ambientali e revisione del Green Deal. Si tratta della cosiddetta maggioranza Giorgia, che ricorda appunto la coalizione che governa nel nostro paese dal 2022.

Nicola Procaccini, co-presidente dell’Ecr sostiene a l giornale Politico ha ammesso che il suo gruppo sta da tempo svolgendo un ruolo di mediatore tra patrioti e i popolari europei, che mantengono un atteggiamento di grande diffidenza verso la componente di destra dell’emiciclo a Bruxelles. «Il nostro obiettivo è fare da pontieri fra il Ppe e le destre», aveva spiegato già dopo le elezioni europee del 2024. Una strategia che non punta necessariamente alla fusione dei diversi gruppi, ma alla costruzione di una maggioranza alternativa capace di sostituire, almeno sui provvedimenti più importanti, l’asse tradizionale tra popolari, socialisti e liberali.

“Siamo stati protagonisti nel costruire una nuova maggioranza di centrodestra», ha affermato, di recente,  il capodelegazione di Fratelli d’Italia all’Eurocamera Carlo Fidanza, commentando la convergenza sui provvedimenti contro l’immigrazione illegale.

L’Ecr si trova nella posizione ideale per svolgere questa funzione. Fratelli d’Italia e i Conservatori europei condividono con il Ppe l’atlantismo, il sostegno all’Ucraina e la scelta di cambiare l’Unione dall’interno. Con i Patrioti di Marine Le Pen, Jordan Bardella e Viktor Orbán condividono invece la richiesta di controllare maggiormente l’immigrazione, ridimensionare il Green Deal e restituire spazio agli interessi nazionali. Temi che ormai appartengono sempre più anche ai popolari e in larga misura anche ai liberali europei. In altre parole ormai in Europa la maggioranza che ha sostenuto nella passata legislatura e che ha rivotato per la presidente Von der Leyen, sembra ormai esistere solo sulla carta.

L’Ecr rappresenta così la cerniera senza la quale le due parti difficilmente riuscirebbero a comunicare. Il Ppe non può allearsi organicamente con i Patrioti senza provocare una frattura con socialisti e liberali; i Patrioti, dal canto loro, non dispongono da soli dei numeri e dell’affidabilità politica necessari per incidere stabilmente sulle decisioni europee. I Conservatori guidati politicamente da Giorgia Meloni possono dialogare con entrambi.

Procaccini ha sintetizzato la strategia chiedendo che l’Europa completi la svolta sull’immigrazione illegale e abbandoni l’idea della decarbonizzazione come obiettivo superiore a qualsiasi altra esigenza economica e industriale. Il punto non è cancellare ogni politica ambientale, ma sottrarla all’impostazione ideologica che negli ultimi anni ha sacrificato competitività, produzione e occupazione.

La nuova maggioranza esiste già

Quello delineato da Procaccini non è soltanto uno scenario futuro. In diverse occasioni la maggioranza composta dalle destre si è già materializzata.

Uno dei primi segnali arrivò nel novembre 2024, quando il Parlamento europeo approvò il rinvio di un anno dell’applicazione del regolamento contro la deforestazione. Gli emendamenti promossi dal Ppe passarono grazie ai voti dell’Ecr e delle forze alla sua destra. Fu uno dei primi casi nei quali i popolari abbandonarono la maggioranza che aveva sostenuto Ursula von der Leyen e cercarono altrove i numeri necessari per attenuare uno dei provvedimenti collegati al Green Deal.

Un passaggio ancora più significativo si è verificato con il pacchetto Omnibus sulla sostenibilità delle imprese. Nel novembre 2025 il Parlamento ha approvato, con 382 voti favorevoli e 249 contrari, una forte semplificazione degli obblighi di rendicontazione ambientale e di controllo delle catene di fornitura. Il provvedimento è passato con il sostegno congiunto di Ppe, Ecr e Patrioti, mentre una parte della vecchia maggioranza centrista si è opposta.

Il relatore popolare Jörgen Warborn spiegò senza troppi giri di parole che il Ppe aveva presentato i propri emendamenti e che le forze della destra li avevano sostenuti. Dietro quella formula tecnica si nascondeva una svolta politica: per la prima volta, su uno dei dossier economici più importanti della legislatura, i popolari avevano scelto di non modificare la propria posizione per ottenere il consenso dei socialisti, preferendo raccogliere i voti dei Conservatori e dei Patrioti.

La stessa convergenza si è manifestata sull’immigrazione. Ppe, Ecr e Patrioti hanno sostenuto insieme l’inasprimento delle regole sui rimpatri e la possibilità di realizzare centri per le espulsioni in Paesi esterni all’Unione. Il regolamento sui ritorni è stato approvato con 418 voti a favore, 218 contrari e 30 astensioni, nonostante l’opposizione di socialisti, verdi e sinistra.

La maggioranza di destra si è ritrovata anche sui concetti di “Paese terzo sicuro” e “Paese di origine sicuro”, strumenti destinati ad accelerare le procedure d’asilo e i rimpatri. Su questi dossier il Ppe ha preferito l’accordo con Ecr e Patrioti a quello con le forze progressiste.

Infine, la risoluzione sulla crisi migratoria di Ceuta ha fornito un’ulteriore dimostrazione. Il testo, approvato con 339 voti favorevoli, 225 contrari e 16 astensioni, ha definito l’utilizzo dei flussi migratori una forma di pressione ibrida, chiesto maggiore sostegno europeo alla Spagna e aperto alla possibilità di rivedere i finanziamenti destinati ai Paesi terzi che non collaborano nel controllo delle frontiere. Anche in questo caso popolari, Ecr e Patrioti hanno votato dalla stessa parte.

Non si tratta più, quindi, di episodi isolati. Secondo una ricostruzione pubblicata da Le Monde, dopo le elezioni del 2024 il Ppe ha fatto ricorso per oltre venti volte, tra commissioni e plenaria, ai voti delle forze collocate alla sua destra. Dietro le votazioni ufficiali esisterebbero contatti informali e gruppi WhatsApp attraverso i quali parlamentari appartenenti a famiglie diverse verificano preventivamente la possibilità di far passare emendamenti comuni.

Il retroscena di Bruxelles

Negli ambienti conservatori si tende a ridimensionare pubblicamente l’idea di una nuova coalizione. La formula utilizzata nei colloqui riservati è quella delle “maggioranze variabili”: nessun patto permanente con i Patrioti, ma nessuna disponibilità a rinunciare ai loro voti quando servono per realizzare il programma presentato agli elettori.

” Se socialisti e liberali pretendono di condizionare ogni decisione del Ppe, i popolari devono sapere che esiste un’altra maggioranza possibile. Non si tratterebbe di consegnare l’Europa agli estremisti, come sostiene la sinistra, ma di prendere atto dei rapporti di forza usciti dalle urne.” dice una fonte dei conservatori a Bruxelles.

Un esponente dell’area popolare ha in altri termini, ammesso che la maggioranza uscita dal voto di settembre, non è certo una cosa irremovibile, anzi, sostenendo che il suo gruppo continuerà a difendere le posizioni presentate durante la campagna elettorale, indipendentemente da quale maggioranza parlamentare consentirà di approvarle. È la linea che consente al Ppe di negare l’esistenza di un’alleanza organica, continuando però a utilizzare i voti delle destre.

Nei corridoi di Strasburgo, il timore dei socialisti è che il meccanismo diventi irreversibile. Una volta dimostrato che Ppe, Ecr e Patrioti possono approvare insieme norme sulla competitività e sull’immigrazione, sarà sempre più difficile ricostruire il vecchio cordone sanitario. Ogni votazione comune riduce la distanza politica e psicologica tra i gruppi.

Il vero obiettivo dell’Ecr sarebbe proprio quello di normalizzare gradualmente questa collaborazione. Non imporre subito un’alleanza generale, che provocherebbe resistenze soprattutto nella componente tedesca del Ppe, ma moltiplicare i dossier sui quali le destre si scoprono compatibili. Prima le imprese, poi l’immigrazione, quindi l’automobile, l’energia e la revisione delle norme ambientali.

Il metodo Meloni applicato all’Europa

Ma dietro a tutta questa nuova situazione creatasi in Europa, secondo molti analisti, c’è il “metodo” costruito da Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio ha dimostrato che una destra nazionale può governare senza rompere con l’Europa, mantenendo però la libertà di contestarne le politiche. Ha trasformato Fratelli d’Italia da forza guardata con sospetto in uno degli interlocutori decisivi del sistema comunitario. Insomma come dice un esponente del gruppo dei conservatori europei ” In un certo senso, il governo Meloni ha indicato alle destre quale sia la giusta direzione da intraprendere.”

È proprio questa posizione a permettere all’Ecr di dialogare contemporaneamente con Manfred Weber e con Jordan Bardella. Meloni non appartiene al Ppe, ma governa con un’impostazione europeista e atlantica compatibile con quella dei popolari. Non appartiene ai Patrioti, ma condivide con loro molte battaglie sull’immigrazione, sull’identità, sul Green Deal e sulla sovranità nazionale.

La sua forza consiste nel non essere completamente identificabile con nessuno dei due fronti. Se aderisse alla famiglia popolare perderebbe la capacità di rappresentare la destra conservatrice; se si unisse ai Patrioti perderebbe parte della credibilità costruita presso Bruxelles e le cancellerie europee. Restando nell’Ecr può invece esercitare una funzione di collegamento e diventare l’azionista politico indispensabile di qualsiasi futura maggioranza di centrodestra.

Il successo del modello italiano potrebbe inoltre accelerare il processo di normalizzazione del Rassemblement National. Una vittoria del campo di Marine Le Pen in Francia non sarebbe soltanto un’affermazione nazionale: porterebbe al governo di un Paese fondatore e potenza nucleare la componente più importante dei Patrioti. A quel punto il dialogo tra Ecr e il gruppo di Bardella non sarebbe più una possibilità parlamentare, ma una necessità politica.

Meloni avrebbe così svolto per la destra europea un ruolo simile a quello esercitato da Silvio Berlusconi nei confronti di Gianfranco Fini e di Alleanza nazionale. Berlusconi contribuì a inserire la destra post-missina nel sistema di governo italiano; Meloni sta dimostrando che le forze conservatrici e identitarie possono entrare nel sistema europeo senza rinunciare alla propria natura.

Una maggioranza per cambiare l’Unione

La posta in gioco non riguarda soltanto gli equilibri tra i gruppi parlamentari. Riguarda la direzione dell’Europa nei prossimi anni.

Sul Green Deal, la maggioranza di centrodestra potrebbe correggere gli obiettivi più penalizzanti per l’industria, rivedere le scadenze imposte al settore automobilistico, ridurre gli obblighi burocratici e subordinare la transizione ecologica alla neutralità tecnologica e alla competitività.

Sull’immigrazione, potrebbe rafforzare Frontex, accelerare i rimpatri, estendere il concetto di Paese sicuro e costruire accordi con Stati esterni all’Unione per la gestione delle domande d’asilo. È il modello che Meloni ha cercato di sperimentare con l’Albania e che ormai viene discusso, sotto forme diverse, in numerosi Paesi europei.

L’Ecr non dispone dei numeri per realizzare da solo questa agenda. Ma senza l’Ecr né il Ppe né i Patrioti possono trasformarla in una maggioranza stabile. È questa la ragione per cui Procaccini parla di un ruolo di mediazione: i Conservatori non vogliono essere semplicemente uno dei gruppi della destra, ma il punto nel quale la destra moderata e quella nazionalista possono incontrarsi.

La vecchia maggioranza europeista non è ancora scomparsa e continuerà a funzionare su politica estera, bilancio e numerosi provvedimenti istituzionali. Ma non rappresenta più l’unico schema possibile. Accanto alla maggioranza von der Leyen ne sta crescendo un’altra, meno formalizzata ma sempre più concreta.

È la maggioranza che corregge il Green Deal, rafforza le frontiere e rimette la competitività industriale davanti all’ambientalismo ideologico. Una maggioranza nella quale il Ppe porta i numeri, i Patrioti la pressione elettorale e l’Ecr la capacità di mediazione.

Il centro politico di questa operazione si trova sempre più a Roma. E Giorgia Meloni, un tempo descritta come il pericolo sovranista per l’Europa, potrebbe diventare la leader capace di costruire la nuova Europa delle destre.

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