A 55 giorni dall’incendio nella palazzina Ater di via Giuseppe Di Vittorio, dieci famiglie attendono ancora risposte su lavori, sanificazione e tempi per il rientro
A fine agosto avevamo dato voce alla lunga e accorata lettera di Barbara Manenti, che aveva scelto Castelli Notizie per raccontare la situazione delle dieci famiglie costrette a lasciare la palazzina Ater di via Giuseppe Di Vittorio, a Velletri, dopo il grave incendio divampato nella notte del 28 luglio.
«Non possiamo più restare in silenzio», aveva scritto allora, raccontando non soltanto i danni provocati dal rogo, ma soprattutto il peso umano ed emotivo di un’attesa che già dopo 25 giorni appariva difficile da comprendere. Tra le persone impossibilitate a rientrare figurano anche i suoi genitori, con il padre di 91 anni, insieme agli altri nuclei familiari che da quella notte hanno dovuto trovare sistemazioni alternative.
Oggi, a distanza di oltre un mese da quella prima denuncia pubblica e a 55 giorni dall’incendio, Barbara Manenti torna a rivolgersi alla nostra redazione. E il dato che emerge dalla nuova segnalazione è quello di una situazione che, almeno agli occhi delle famiglie coinvolte, appare ancora sostanzialmente ferma.
Il 3 settembre, riferisce Manenti, è stato effettuato un sopralluogo nell’appartamento del primo piano da parte di una società incaricata dal Comune di Velletri, con l’obiettivo di verificare le condizioni di agibilità dell’immobile.
Dal sopralluogo sarebbe emersa la necessità di intervenire sul solaio, danneggiato dal calore e dalle fiamme e bisognoso quindi di essere rinforzato.
Da quel momento, però, secondo quanto riferito dalle famiglie, non sarebbero arrivati ulteriori sviluppi concreti.
«Da allora sembra non essere accaduto più nulla», è il senso della nuova segnalazione.
A pesare è soprattutto la difficoltà nel ricevere informazioni da Ater Provincia di Roma. Manenti riferisce di aver inviato tre PEC senza ottenere riscontri né dal responsabile né da altri referenti incaricati dei rapporti con il pubblico.
Una mancanza di comunicazione che, a quasi due mesi dall’incendio, diventa sempre più difficile da accettare per chi continua a non sapere quando e a quali condizioni potrà tornare nella propria abitazione.
Nella segnalazione torna anche la questione del materiale di scarto che si trovava nell’area prima dell’incendio. Già nella precedente lettera Barbara Manenti aveva sostenuto che quei materiali, provenienti dai lavori effettuati sul fabbricato, fossero rimasti a lungo nell’area prima del rogo. Si tratta di circostanze e responsabilità sulle quali spetta naturalmente agli enti e alle autorità competenti fare piena chiarezza.
Il Comune di Velletri, nei giorni successivi all’incendio, aveva disposto l’interdizione dell’immobile fino al ripristino delle condizioni di sicurezza e aveva successivamente approvato un accordo con Ater finalizzato ad accelerare gli interventi, con uno stanziamento indicato in 120mila euro.
Il nodo, però, resta quello dei tempi. Gli immobili sono di proprietà Ater e proprio la ripartizione delle competenze tra gli enti sembra rappresentare uno degli aspetti più complessi della vicenda. Per le famiglie, tuttavia, le procedure amministrative non possono trasformarsi in un continuo rimpallo di responsabilità.
Dopo 55 giorni chiedono di sapere semplicemente cosa dovrà essere fatto, chi dovrà farlo e soprattutto quando.
Nel frattempo, però, una risposta è arrivata. Ed è arrivata dalla gente comune.
Barbara Manenti tiene infatti a sottolineare un aspetto che, in mezzo alle difficoltà, merita di essere raccontato: la grande solidarietà manifestata nei confronti delle famiglie coinvolte.
In queste settimane sono state numerose le persone che hanno scelto di dare una mano, anche senza conoscere personalmente chi si è trovato improvvisamente fuori casa.
Un sostegno concreto, spontaneo e particolarmente prezioso in una fase nella quale interi nuclei familiari hanno dovuto riorganizzare la propria quotidianità, appoggiandosi a parenti, strutture ricettive o sistemazioni temporanee.
A tutte queste persone arriva il ringraziamento delle famiglie. Una solidarietà che, allo stesso tempo, rende ancora più evidente il contrasto con la difficoltà di ottenere risposte precise da parte degli enti direttamente coinvolti.
Da una parte cittadini che, senza alcun obbligo, hanno deciso di mobilitarsi. Dall’altra istituzioni che, per competenze e responsabilità, sono chiamate a indicare una strada chiara verso il ripristino degli immobili.
Le domande poste oggi sono molto simili a quelle già formulate nella prima lettera.
A chi devono rivolgersi queste dieci famiglie?
Quando saranno effettuati gli interventi necessari sul solaio?
Quando inizieranno, o saranno completate, la pulizia e la sanificazione degli ambienti?
Chi comunicherà ufficialmente alle famiglie il quadro dei lavori da eseguire?
E soprattutto: quando potranno tornare nelle loro case?
Interrogativi che assumono un peso particolare se si considera che dietro gli atti amministrativi non ci sono semplicemente pratiche, sopralluoghi e relazioni tecniche, ma persone che da quasi due mesi vivono senza la propria abitazione.
C’è chi ha trovato ospitalità da parenti, chi ha dovuto adattarsi a soluzioni provvisorie e chi, come i genitori di Barbara Manenti, vive con l’incertezza di non sapere quando potrà nuovamente varcare la porta di casa.
La richiesta che arriva oggi è quindi quella di superare definitivamente la fase delle interlocuzioni frammentarie.
«Comune e Ater si siedano allo stesso tavolo insieme ai residenti», è l’appello, affinché venga definito un cronoprogramma con interventi, responsabilità e tempi certi.
Alle famiglie servono interlocutori identificabili e informazioni ufficiali. Non indicazioni generiche, ma la possibilità di conoscere passo dopo passo cosa manca per rendere nuovamente sicuro e abitabile lo stabile.
La pazienza dimostrata fino ad oggi, sottolineano i residenti, non può essere infinita. Nessuno chiede privilegi né scorciatoie. Le dieci famiglie chiedono soltanto ciò che avevano già chiesto un mese fa: poter tornare alla propria vita e sapere quando sarà possibile farlo.
Cinquantacinque giorni dopo l’incendio, la domanda resta ancora senza una risposta definitiva.
Quando potranno tornare a casa?
Il testo della lettera:
Buonasera a tutti,
alcuni di voi ricorderanno il mio articolo del 24 agosto, nel quale esprimevo sdegno e profondo rammarico per la situazione della palazzina Ater, gravemente danneggiata dall’incendio doloso divampato alla fine di luglio.
Ebbene, a distanza di oltre un mese da quell’articolo e di 55 giorni dall’accaduto, la situazione appare ancora sostanzialmente ferma.
Il 3 settembre è stato effettuato un sopralluogo nell’appartamento del primo piano da parte di una società incaricata dal Comune, finalizzato a verificare le condizioni di agibilità dell’immobile. Dal sopralluogo è emersa la necessità di intervenire sul solaio, che ha riportato danni a causa del fuoco e necessita quindi di essere rinforzato.
Da allora, però, sembra non essere accaduto più nulla.
Da parte di Ater Provincia di Roma, nonostante siano state inviate tre PEC, non abbiamo ricevuto riscontri. Né dal responsabile né da altri referenti incaricati delle comunicazioni con il pubblico.
E questo silenzio pesa ancora di più se si considera che proprio Ater non avrebbe provveduto tempestivamente allo smaltimento del materiale di scarto che era rimasto per mesi nell’area, alla mercé di chiunque, fino a diventare oggetto dell’azione di chi ha poi deciso di appiccare il fuoco.
Il Comune, per quanto ci è dato sapere, si trova a sua volta a dover fare i conti con procedure e competenze amministrative, anche perché gli immobili sono di proprietà Ater. Proprio per questo, però, ci aspetteremmo almeno un segnale concreto, una comunicazione chiara e soprattutto un’assunzione di responsabilità da parte degli enti chiamati a occuparsi della vicenda.
Nel frattempo, la solidarietà è arrivata dalle persone comuni
E c’è un aspetto di questa storia che merita di essere raccontato e, soprattutto, ringraziato.
In questi 55 giorni, mentre le famiglie aspettavano risposte sul futuro delle loro abitazioni, non sono rimaste sole.
Sono state tante le persone comuni che hanno scelto di dare una mano.
Persone che magari non conoscevano nemmeno direttamente queste famiglie, ma che hanno ritenuto giusto fare qualcosa.
A tutte loro va il nostro più sincero grazie.
Perché in una vicenda nella quale le famiglie si sono trovate improvvisamente senza la propria casa e senza certezze sui tempi del rientro, la solidarietà della gente comune ha rappresentato una risposta concreta e immediata.
Ed è proprio questo che rende ancora più difficile comprendere il perdurare del silenzio istituzionale.
Da una parte ci sono cittadini che, senza avere alcun obbligo, si sono mobilitati spontaneamente per aiutare. Dall’altra ci sono enti che, per ruolo e competenza, hanno precise responsabilità nei confronti di quelle stesse famiglie e dai quali, a oggi, continuano a mancare risposte sufficientemente chiare.
A questo punto le domande sono semplici: queste dieci famiglie a chi devono rivolgersi per poter finalmente tornare nelle proprie case?
Quando verranno effettuate la pulizia e la sanificazione degli ambienti, interventi che a oggi non risultano ancora iniziati?
E soprattutto: chi fornirà alle famiglie interessate informazioni chiare, precise e concrete sulle tempistiche necessarie per il ripristino delle condizioni di sicurezza e sul possibile rientro nelle abitazioni?
Non si può aspettare ancora.
Dietro questa vicenda non ci sono soltanto pratiche, sopralluoghi, competenze e procedure burocratiche.
Ci sono dieci famiglie, persone che da quasi due mesi vivono una situazione di profonda incertezza, senza sapere quando potranno riappropriarsi delle proprie case e della propria quotidianità.
Adesso, però, è il momento che anche le istituzioni facciano la loro parte.
Per questo chiediamo che Comune e Ater si siedano finalmente allo stesso tavolo, insieme ai residenti, e che venga messo nero su bianco ciò che deve essere fatto, da chi e, soprattutto, entro quali tempi.
Non più risposte generiche. Non più silenzi. Non più famiglie costrette a rincorrere gli enti per sapere quale sarà il loro futuro.
Serve un cronoprogramma chiaro, servono interlocutori identificabili e servono risposte ufficiali.
Queste persone hanno già atteso abbastanza.
Hanno dimostrato pazienza, comprensione e senso di responsabilità.
Alle tante persone comuni che hanno aiutato queste famiglie va ancora una volta il nostro grazie.
A Comune e Ater, invece, chiediamo semplicemente di fare ciò che ci si aspetta da chi ha precise competenze e responsabilità: dare risposte, assumere impegni e rispettare tempi certi.
Queste famiglie non chiedono privilegi.
Chiedono soltanto di poter tornare a casa.
E chiedono di sapere quando sarà possibile.
La pazienza ha un limite. E quel limite, ormai, è vicino a essere superato