Nemi, il mistero dell’Eremo di San Michele, i segreti di Diana e la selva oscura di Dante: il trekking di Castelli Notizie Outdoor come un viaggio nel tempo

Castelli Romani paesaggio colline

Tutto esaurito per la terza escursione di Castelli Notizie Outdoor. Tre chilometri tra sentieri, testimonianze di epoche lontane, racconti e leggende, alla scoperta di un patrimonio straordinario spesso sconosciuto anche a chi vive ai Castelli Romani.

Una domenica ‘giocata’ in casa, ma viaggiando nel tempo e nello spazio, alla scoperta di un altro mondo a pochi passi dalla soglia delle proprie abitazioni. È stata un successo, per numero di adesioni ed entusiasmo sprigionato, l’Escursione narrata che si è svolta oggi, domenica 18 ottobre, a Nemi, costeggiando il lago in direzione dell’Eremo di San Michele e del bosco sacro del Nemus. Si è trattato della terza uscita di Castelli Notizie Outdoor, progetto nato dalla collaborazione di Castelli Notizie con Tiziana Ilari, guida ambientale escursionistica esperienziale, e Vallepietra Planet, in coincidenza con il quindicesimo anniversario della nascita del giornale.

Un’iniziativa che vuole trasformare i lettori in protagonisti, accompagnandoli alla scoperta del proprio territorio, spesso sconosciuto persino a chi vi è nato. Un territorio unico, che conserva ancora un patrimonio naturale, storico, paesaggistico e archeologico da preservare e ammirare, come sottolineato dal Direttore di Castelli Notizie, Daniel Lestini.

Il trekking di domenica mattina, tra il fascino della natura e il mistero delle leggende legate alla dea Diana, ha registrato il tutto esaurito, grazie anche ai due accompagnatori speciali: Tiziana Ilari, che è anche un’apprezzata collaboratrice di Castelli Notizie, e Stefano Cocchi, custode speciale dell’Eremo di San Michele a Nemi, luogo normalmente chiuso al pubblico.

Ritrovo e partenza: un’ascesa all’Eremo attraverso i secoli

I partecipanti si sono dati appuntamento alle 9 e 30 davanti al Museo delle Navi Romane, ancora interessato dai lavori di ristrutturazione e rifacimento del tetto, per dare avvio a un’escursione non particolarmente impegnativa per la distanza da percorrere, appena tre chilometri, quanto piuttosto per i dislivelli e alcuni tratti di salita impervia. Fin dai primi passi, Tiziana Ilari e Stefano Cocchi hanno condotto i presenti lungo l’itinerario prefissato, accompagnandoli anche in una traversata di secoli, millenni, persino ere geologiche, con racconti e aneddoti naturalistici, botanici, storici e geologici.

Dalla prima esplosione del Vulcano Laziale, risalente a circa 600mila anni fa, raccontata da Tiziana, si è snodata una successione di eventi, storie e personaggi, in cui quasi ogni pietra e ogni presenza arborea sono diventate ‘parlanti’. Un vero concerto a due voci, reso possibile dalla professionalità, entusiasmo e competenza di Tiziana Ilari abbinati alla conoscenza profonda e all’amore per questi luoghi di Stefano Cocchi.

Nemese, custode dell’Eremo di San Michele, Stefano Cocchi è anche depositario di storie e memorie della comunità, tramandate attraverso una narrazione orale di antico corso. Storie che si intrecciano con i suoi ricordi personali, perché proprio in questi luoghi è cresciuto e giocava da bambino. Oggi se ne prende cura con dedizione, dedicando ogni settimana tempo ed energie alla pulizia, alla manutenzione e alla sistemazione dei sentieri e degli spazi circostanti. Anche grazie al suo impegno, e all’attenzione dell’Amministrazione comunale guidata dal Sindaco Alberto Bertucci, l’accesso all’Eremo, rimasto a lungo interdetto, è stato recentemente ripristinato. Lungo il cammino, Cocchi ha insegnato a riconoscere nomi e proprietà di piante un tempo familiari e oggi spesso dimenticate. Come il craspigno, una sorta di cicoria selvatica, e la ramoraccia, simile a un broccoletto selvatico. “Mamma la faceva in padella con la pizza di polenta”, ha raccontato, riportando alla memoria sapori e abitudini di una cucina povera, profondamente legata ai prodotti spontanei del territorio.

Tra antichi mulini, acquedotti, grotte e memorie di guerra

Il percorso è proseguito davanti a un acquedotto ancora in funzione e a edifici diroccati, come due mulini, che conservano intatto il fascino delle cose abbandonate, capaci di risvegliare quella parte bambina di ognuno che continua ad amare i misteri. Ogni tratto del sentiero ha rivelato nuove testimonianze: cavità e loculi di sepoltura di epoca preromana, grotte, antiche strutture e luoghi che, nel corso dei secoli, hanno cambiato funzione.

Le stesse grotte che custodiscono memorie antichissime sono diventate, durante la Seconda Guerra Mondiale, rifugi caldi e asciutti per gli sfollati, mentre Roma era occupata e il Castello Ruspoli di Nemi era stato requisito dai tedeschi. Tra le testimonianze del passato, anche il primo dei due mulini che si incontrano lungo il sentiero.

“Sulla costa del lago c’era la via dei macinanti. Con i carretti venivano a portare i sacchi di grano per macinarlo qui. Lavoravano anche di notte e dormivano qui, c’era anche un camino”, ha spiegato Stefano. Poco oltre, i ruderi di una fabbrica locale di prosperi, i famosi cerini a zolfo, aggiungono un’altra pagina alla storia delle attività che un tempo animavano questi luoghi e ‘infervoravano’ l’economia locale. E poi, testimonianze della presenza romana, tra cui un antico muro attraversato da una conduttura che portava l’acqua verso Velletri e Lanuvio.

Stefano si è soffermato sulla straordinaria resistenza delle costruzioni romane: “Ti fa capire che sono stati i Romani che hanno inventato il cemento armato, perché nella malta che facevano ci mettevano la cenere vulcanica, che più passano gli anni e più indurisce. E per questo non crollano”. In questo continuo sovrapporsi di epoche e vicende, il pensiero corre anche ai pellegrini che un tempo percorrevano questi sentieri, lungo gli itinerari di devozione legati a San Michele, diretti verso grandi mete della cristianità, fino a Gerusalemme. Si può immaginare quale dovesse essere il loro stupore, e il senso di rispetto verso una natura tanto maestosa, assoluta, quando raggiungevano l’Eremo per una sosta di riposo e raccoglimento. Ma la vista dall’alto sul lago riporta inevitabilmente il pensiero al presente e alla sua crisi idrica. Il livello delle acque, visibilmente abbassato, lascia scoperti tratti di riva un tempo sommersi, là dove crescevano i salici e oggi l’acqua non arriva più.

L’Eremo di San Michele, un luogo appartato che attraversa i millenni

L’ascesa è proseguita tra ciclamini in fiore, alberi secolari, roverelle, lecci, carpini e fichi selvatici. Si è apprezzata anche la fatica del salire, proprio come dovevano sperimentarla i viandanti di altri tempi, lungo passaggi scavati nella roccia e sentieri che si inerpicano sul versante del lago. Fino a raggiungere il piccolo Eremo di San Michele, avvolto in un’aura di sacralità, quasi fosse rimasto al riparo dagli accadimenti della storia e dalle offese del presente.

Di certo è rimasto interdetto per circa quarant’anni, ed è tornato recentemente accessibile, grazie agli interventi di recupero voluti dall’Amministrazione comunale e alla cura costante di Stefano Cocchi, custode instancabile di questo luogo appartato. È stato ancora lui a ripercorrerne le vicende, a partire dalla presenza dei monaci provenienti dall’Asia, i basiliani, ai quali sarebbero seguiti i benedettini, i Frangipane, la Curia di Nemi e i Padri Mercedari.

Una storia religiosa che affonda le radici nei primi secoli del cristianesimo e si intreccia con la diffusione del culto di San Michele Arcangelo. Stefano ha ricordato anche i lavori eseguiti tra febbraio e settembre del 2021, la successiva inaugurazione alla presenza del vescovo di Albano e le celebrazioni della Messa che, per due anni consecutivi, si sono svolte nella chiesetta consacrata. Restano i ruderi delle strutture dove i pellegrini potevano fermarsi e pernottare, insieme alle tracce di antichi ambienti, alcuni dei quali danneggiati dal terremoto del 1927, quando un costone di Nemi franò.

Il luogo è conosciuto anche come speco, termine che richiama la cavità naturale adibita al culto e alla preghiera, mentre la denominazione di Eremo è legata alla presenza, tra il Trecento e il Quattrocento, di tre eremiti che vivevano in grotte scavate nel lapillo vulcanico, ambienti naturalmente asciutti e riparati, nei quali conducevano un’esistenza appartata, nutrendosi di ciò che offriva la natura e vivendo anche grazie agli animali che allevavano. Anche all’interno della piccola chiesa si attraversano secoli di storia in uno spazio sorprendentemente ridotto.

Tra i dettagli più curiosi, Stefano ha mostrato un elemento dalla forma ondulata, apparentemente simile a una tegola romana, è un antico strumento utilizzato dai gladiatori per detergere il corpo dagli oli e dai grassi dopo i combattimenti nelle arene. Particolare che contribuisce a raccontare la varietà delle testimonianze custodite in questo luogo dove, ad elementi riconducibili all’antico culto di Diana, si affiancano affreschi con figure della cristianità: San Sebastiano, trafitto dalle frecce del martirio, una Madonna con il Bambino e l’Arcangelo Gabriele. La mancanza di illuminazione non ha permesso di apprezzare pienamente le immagini, ma le descrizioni puntuali di Stefano hanno sopperito a tutto ciò. Il custode ha raccontato anche episodi di furti e sottrazioni avvenuti nel corso dei secoli: l’affresco di San Michele sarebbe stato rubato circa settecento anni fa e successivamente rifatto da un pittore locale. “Addirittura, pensate, quando ero ragazzo e venivo qui avevo messo un’agenda, così che ognuno che veniva facesse una dedica. Hanno rubato pure quella”, ha raccontato con un misto di amarezza e incredulità.

Dante ai Castelli Romani? Una geografia alternativa della Divina Commedia

Lasciato l’Eremo, la comitiva è ridiscesa lungo il sentiero, condividendo anche qualche momento di fatica, per raggiungere il Nemus, il bosco sacro di Diana Nemorense, dove ad attendere i partecipanti c’erano i rappresentanti dell’Associazione Arco di Diana e dell’Azienda Agricola Il Nemus. Ad accogliere il gruppo, Luciana Parenti, ex insegnante di Italiano e Storia, proprietaria del luogo insieme al figlio Marco Mandracchia.

È stata lei a introdurre i visitatori in un mondo di miti e tradizioni, spiegando come Diana, in questi luoghi, non fosse soltanto una divinità venerata, ma la Grande Madre, e come sia riduttivo definirla semplicemente dea della caccia. Prima di addentrarsi nel sentiero del mito, un collaboratore dell’Associazione Arco di Diana ha raccontato una suggestiva interpretazione che lega proprio Nemi alla Divina Commedia. Il compianto architetto Giuliano Di Benedetti, fondatore dell’associazione, riteneva infatti che Dante, nel suo immaginario viaggio “nel mezzo del cammin di nostra vita”, potesse essersi ispirato proprio al territorio di Nemi.

Secondo questa lettura, la celebre selva oscura sarebbe da identificare con il bosco nemorense, mentre lo smarrimento della “diritta via” richiamerebbe la Via Appia, che proprio in quest’area perderebbe la caratteristica linearità del suo tracciato. Dante, giunto da Roma, a circa 25 chilometri di distanza, avrebbe potuto conoscere questi luoghi e le loro antiche testimonianze, anche per comprendere le origini del potere religioso. A sostegno dell’ipotesi, Di Benedetti richiamava alcuni elementi iconografici delle navi di Nemi, tra cui raffigurazioni bronzee di una lupa, un leone e una lonza, animali che rimandano alle tre fiere incontrate da Dante all’inizio dell’Inferno.

Il poeta avrebbe inoltre potuto osservare il paesaggio dei Colli Albani fino ai laghetti della Solfatara e al cosiddetto Lago Bianco, trasformando luoghi e immagini reali in materia poetica, visione e sogno. Una geografia dantesca alternativa, dunque, affascinante e suggestiva, presentata come interpretazione e non come ricostruzione storicamente accertata, che aggiunge un ulteriore elemento di mistero al già ricchissimo patrimonio narrativo di Nemi.

Il sentiero del mito, nel bosco sacro di Diana Nemorense

“Quando abbiamo preso questo terreno, abbiamo sentito subito la presenza di Diana che incombeva su di noi. Ho cominciato a fare tutta una serie di ricerche e letture, fino ad arrivare alla creazione del sentiero. Un sentiero del mito, ma sono solo i miti relativi al Nemus, al bosco sacro di Nemi”, ha raccontato Luciana Parenti. Un percorso che attraversa un universo di racconti e figure leggendarie: Diana, il Rex Nemorensis, il Ramo d’oro di James George Frazer, Oreste, Ifigenia, Iside, fino a Caligola e alle celebri navi dell’imperatore. Con sapienza e gentilezza, Luciana ha accompagnato i partecipanti lungo il sentiero, intrecciando mitologia, archeologia, storia e conoscenza del territorio. Ha ricordato come la fertilità dell’area abbia favorito la presenza dell’uomo fin da epoche remotissime: i reperti rinvenuti attesterebbero insediamenti risalenti a circa 13mila anni fa, forse anche precedenti.

Un’occasione anche per chiarire il significato della denominazione Castelli Romani, di origine medievale e legata al fenomeno dell’incastellamento, in un’area geografica che coincide con quella del grande Vulcano Laziale. Un territorio di origine vulcanica, quello dei Colli Albani, e non propriamente di monti, dal momento che le vette più alte non raggiungono i mille metri. Un immenso complesso vulcanico, con una circonferenza di circa sessanta chilometri, nel quale, nel corso dei millenni, si sono succeduti eventi naturali, insediamenti umani, culti e civiltà.

“Diana non era la semplice dea della caccia, come ce l’hanno voluta consegnare nel tempo, soprattutto i Greci e poi la cultura romana. Era la grande dea di questo luogo, era quella che dava la vita”, ha spiegato Luciana. Accanto alla dea, la figura straordinaria del Rex Nemorensis, il sacerdote-re del bosco sacro, protagonista di uno dei miti più singolari dell’antichità. Particolarmente interessante il riferimento al Ramo d’oro e al suo rapporto con la tradizione letteraria.

“Il Ramo d’oro non viene da Roma, dall’Eneide. È l’Eneide che si appropria dell’idea del Ramo d’oro e lo mette in mano a Enea, che deve andare agli Inferi. E Frazer, che ne parla, ha fatto il giro di tutti i popoli della Terra, ma un mito del genere non lo trovate da nessuna parte. È qualcosa di autoctono”, ha spiegato la professoressa. Nel bosco sacro di Diana, ha ricordato, si svolgevano le assemblee dei popoli latini, durante le quali si prendevano decisioni sulla guerra e sulla pace e anche sui supplizi da infliggere ai condannati a morte. Lungo il sentiero, le ricostruzioni simboliche aiutano a dare forma ai racconti. “Abbiamo ricreato un ulivo bruciato, il tripode della luce, del fuoco eterno, perché Diana era portatrice di luce”. Al santuario della dea, che secondo quanto riferito dovrebbe presto diventare accessibile alle visite, così come il rinnovato Museo delle Navi Romane, le donne si recavano per chiedere la grazia di concepire un bambino o di affrontare un parto senza dolore.

Tra gli alberi compare anche una testa di Diana, quasi scaturisse dalla natura stessa, con corna di cervo sul capo. Una rappresentazione che richiama il legame profondo della divinità con il mondo animale, vegetale e selvatico. Diana Trivia, ha spiegato Luciana, era anche la dea dell’oltre, di ciò che si colloca al di là dei confini della rappresentazione istituzionale. Il sentiero ospita inoltre una galleria di immagini di statue e sculture dedicate a Diana e a Caligola, testimonianze artistiche legate a questi luoghi e oggi conservate anche lontano dall’Italia, fino a Copenaghen.

Un viaggio nel tempo in appena tre chilometri

La mattinata si è conclusa con uno spuntino semplice e genuino: pane e olio appena fatto, miele, marmellata e sciroppo di rose. Sapori della terra che hanno accompagnato il ritorno al presente dopo tante storie ‘rivissute’ nel corso di una mattinata. La prossima escursione di Castelli Notizie Outdoor , come ha svelato Tiziana Ilari, Guida Ambientale Escursionistica Esperienza FIPTES,  è prevista per il 29 novembre, con un itinerario da Rocca di Papa al Maschio delle Faete.

“Natura, storia e leggende: le tre parole del titolo si sono intrecciate passo dopo passo, rivelando un luogo in cui il paesaggio, i fatti storici e la mitologia lasciano tracce ancora oggi leggibili nella roccia, nell’acqua e nei resti archeologici”, ha dichiarato Tiziana Ilari. “Un ringraziamento speciale va a Stefano Cocchi, a Marco Tudini e Riccardo Bellucci dell’associazione Arco di Diana e alla professoressa Luciana Parenti, che con competenza e passione rendono questa giornata un’esperienza da ricordare”, ha concluso Tiziana Ilari, che ha ricevuto tanti complimenti dai partecipanti, per l’impegno, la passione e la competenza che hanno caratterizzato l’iniziativa, da lei ideata e organizzata.

Quella vissuta a Nemi è certamente un’esperienza da riproporre. Non si è trattato di una semplice escursione, ma di un’esplorazione delle storie addensate in uno spazio ristretto pronte a ‘riattivarsi’. Luoghi ancora appartati, a pochi passi da casa, nei quali la natura custodisce le tracce di epoche lontanissime e dove ogni sentiero, ogni albero, ogni pietra possono diventare occasione di conoscenza e meraviglia. E se pare poco aver compiuto un viaggio nel tempo attraversando appena tre chilometri, non resta che provare l’esperienza.

Fonte: www.castellinotizie.it — Castelli Romani

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