Al Circo Massimo di Roma, gli ottant’anni di un’artista e il lato umano del mito Assistere al concerto di Patti Smith e non sapere che cosa …

Al Circo Massimo di Roma, gli ottant’anni di un’artista e il lato umano del mito

Assistere al concerto di Patti Smith e non sapere che cosa scrivere. Può succedere. Accade quando davanti hai qualcuno che non è soltanto un’artista, ma parte della memoria collettiva.

 

Eppure ieri sera, al Circo Massimo di Roma, per il concerto organizzato nell’ambito della stagione del Teatro dell’Opera, è salita sul palco e ha fatto quello che ha sempre fatto. Ha messo il corpo dentro la musica.

 

La serata romana ha avuto anche un valore simbolico perché ha festeggiato insieme al pubblico i suoi 80 anni e li ha raccontati nelle diverse tappe del suo percorso artistico. Dagli esordi nella New York del punk fino alla ricerca poetica e musicale più intima degli ultimi anni. Non una semplice successione di successi, ma la sintesi di una storia artistica iniziata negli anni Settanta e sviluppata in poesia e attenzione ai temi sociali.

 

Con lei il “Patti Smith Quartet”, la formazione che segue questa fase della sua carriera, composta da Tony Shanahan, storico collaboratore della musicista, al basso e alle tastiere, Jackson Smith, figlio di Patti, alla chitarra, e Seb Rochford alla batteria.

 

Davanti a migliaia di persone, ha proposto alcuni dei pezzi più conosciuti del suo repertorio. Brani come “Dancing Barefoot”, “Because the Night” e “People Have the Power” hanno confermato la loro capacità di parlare ancora al pubblico, mentre la musicista americana ha dato spazio ai discorsi nati al momento, in un rapporto diretto con chi era in platea.

 

Nel corso dell’esibizione ha ricostruito un sogno popolato di farfalle, nel quale ha percepito la presenza di Jim Morrison. Non un ricordo, ma un’immagine affidata alle suggestioni del suo linguaggio artistico.

 

La sua storia nasce dalla poesia e solo dopo incontra la musica.

 

Nata a Chicago nel 1946 e cresciuta nel New Jersey, arriva a New York giovanissima con pochi soldi e una grande passione per la letteratura. Vuole essere una poetessa, non una rockstar. Nella città che negli anni della guerra del Vietnam diventa punto di incontro per artisti, scrittori e musicisti incontra Robert Mapplethorpe, con cui condivide anni di difficoltà economiche e di ricerca artistica. Quel rapporto, raccolto nel memoir “Just Kids”, diventerà uno dei testi centrali della creatività americana del Novecento.

 

Prima ancora di cantare, recita versi. Rimbaud, Blake, Ginsberg. Trasforma la lettura poetica in una performance e poi trova nel rock lo strumento per dare maggiore forza a quelle parole. Quando arriva “Horses”, nel 1975, prodotto da John Cale dei Velvet Underground, cambia il modo di pensare il rapporto tra poesia e rock e apre una strada nuova alle artiste che verranno dopo di lei.

 

Il suo ritratto diventa subito iconico. La camicia bianca, la giacca nera, lo sguardo diretto nell’obiettivo di Mapplethorpe. Ma dietro quella fotografia che ha fatto il giro del mondo c’è una donna che ha sempre rifiutato l’idea di essere soltanto un simbolo.

 

Per questo il concerto di ieri sera non è stato una celebrazione nostalgica. Lo ha usato come uno spazio da cui partire per continuare a interrogare il presente.

 

Anche quando ha intonato “People Have the Power”, uno dei suoi testi più legati alla responsabilità collettiva e alla possibilità di cambiare il mondo, ha voluto inserire un riferimento alla tragedia di Gaza e alla sofferenza del popolo palestinese. Un passaggio coerente con una carriera in cui l’impegno civile ha sempre accompagnato la musica, dalle battaglie per i diritti umani alle campagne per la pace, dalla difesa dell’ambiente alle prese di posizione sulle guerre.

 

E allora la cosa più sorprendente della serata è stata proprio questa. Vedere il mito nella sua espressione più umana.

 

Dunque, si può scrivere che anche Patti Smith sudava. Sulla scena non c’era un’icona immobile, né un modello consegnato alla storia. C’era una donna di quasi ottant’anni che affrontava il caldo, la fatica, il peso degli anni e quello ancora più grande delle aspettative. C’era una voce che doveva conquistare ogni nota, un corpo che chiedeva energia, una presenza che non si nascondeva dietro la leggenda.

 

Il sudore riduce la distanza tra il mito e chi lo guarda. Restituisce un’artista che non ha mai smesso di cercare.

 

Perché un mito, per restare vivo, deve avere un corpo. Deve respirare, stancarsi, fermarsi un istante e ripartire.

 

Anche Patti Smith.

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