Ceuta cambia l’Europa: Meloni rilancia il modello Albania per rendere effettivi i rimpatri

La crisi scoppiata a Ceuta ha riportato l’immigrazione al centro dell’agenda europea, ma questa volta il dibattito parte da presupposti molto diversi rispetto al passato. Non …

La crisi scoppiata a Ceuta ha riportato l’immigrazione al centro dell’agenda europea, ma questa volta il dibattito parte da presupposti molto diversi rispetto al passato. Non si parla più soltanto di redistribuire i migranti arrivati sulle coste dell’Unione o di aumentare le risorse destinate all’accoglienza. Il confronto si concentra soprattutto sulla protezione delle frontiere, sulla prevenzione delle partenze e sulla necessità di rendere realmente eseguibili i provvedimenti di rimpatrio.

È esattamente il terreno sul quale Giorgia Meloni ha costruito, fin dall’insediamento del suo governo, la strategia italiana. Una linea inizialmente accolta con diffidenza in diverse capitali europee, ma che nel corso degli ultimi tre anni ha progressivamente orientato le scelte comunitarie. La collaborazione con i Paesi di origine e di transito, il contrasto alle reti dei trafficanti, la gestione delle domande di protezione fuori dai confini europei e la creazione di strutture esterne per i rimpatri sono ormai temi stabilmente presenti nei vertici dell’Unione.

Ceuta dimostra quanto possa essere fragile una frontiera quando un Paese vicino decide di allentare i controlli o di utilizzare i flussi migratori come strumento di pressione politica. In poche ore, migliaia di persone possono concentrarsi lungo un confine, mettere in difficoltà le autorità locali e trasformare una crisi nazionale in un problema per tutta l’area Schengen.

Per questo il governo italiano vuole andare oltre le dichiarazioni di solidarietà alla Spagna. Roma punta a utilizzare la riunione dei ministri dell’Interno per rilanciare un sistema europeo di centri per i rimpatri collocati in Paesi terzi sicuri. L’obiettivo è ampliare su scala comunitaria il principio alla base dell’accordo tra Italia e Albania: trasferire fuori dall’Unione alcune procedure legate alla gestione dei migranti irregolari e creare strutture dalle quali organizzare il ritorno nei Paesi di provenienza.

Il progetto albanese ha incontrato ostacoli giudiziari e difficoltà operative. Sarebbe però riduttivo giudicarlo soltanto sulla base dei risultati della sua prima applicazione. L’accordo con Tirana ha avuto soprattutto l’effetto di aprire una strada politica che fino a pochi anni fa Bruxelles considerava difficilmente percorribile. Oggi la discussione non riguarda più soltanto l’opportunità di realizzare centri esterni, ma le condizioni giuridiche, finanziarie e diplomatiche necessarie per renderli operativi.

La questione centrale resta infatti quella dei rimpatri. Ogni anno negli Stati membri vengono emessi centinaia di migliaia di provvedimenti nei confronti di persone che non hanno diritto a soggiornare nell’Unione, ma soltanto una parte viene effettivamente eseguita. Le difficoltà derivano dalla mancata collaborazione dei Paesi di origine, dalla complessità delle procedure, dall’assenza di documenti e dai lunghi ricorsi davanti ai tribunali.

In queste condizioni, un sistema che produce decisioni di espulsione senza riuscire ad applicarle perde credibilità. Diventa più difficile contrastare l’immigrazione irregolare e aumenta la pressione sui sistemi di accoglienza, sulle amministrazioni locali e sulle forze di sicurezza. È proprio questo meccanismo che Roma vuole modificare, collegando in maniera più stretta cooperazione economica, concessione dei visti, aiuti allo sviluppo e disponibilità dei governi stranieri a riprendere i propri cittadini.

Negli ultimi tre anni l’Italia ha insistito sulla cosiddetta dimensione esterna della politica migratoria. L’accordo europeo con la Tunisia, il rafforzamento della cooperazione con l’Egitto e la Mauritania e il dialogo con diversi Paesi africani rispondono alla stessa logica: impedire che la gestione inizi soltanto quando le imbarcazioni sono già partite e si trovano nel Mediterraneo.

Il principio è semplice. L’immigrazione deve essere governata lungo tutta la rotta, intervenendo sulle partenze, sulle organizzazioni criminali, sui Paesi di transito e sulle cause economiche che spingono migliaia di persone ad affidarsi ai trafficanti. Parallelamente, l’Europa deve creare canali legali per il lavoro, selezionati in base alle necessità dei singoli Stati, distinguendoli nettamente dagli ingressi irregolari.

Questa impostazione ha modificato anche il linguaggio delle istituzioni comunitarie. Espressioni come “Paesi terzi sicuri”, “hub per i rimpatri”, “partenariati globali” e “procedure esterne” sono ormai entrate nei documenti e nelle conclusioni dei Consigli europei. Proposte che in passato venivano considerate esclusivamente italiane sono diventate oggetto di negoziato tra governi, Commissione e Parlamento europeo.

Non significa che tutti gli Stati condividano ogni dettaglio del modello proposto da Roma. Restano differenze sulle garanzie giuridiche, sui costi, sulla selezione dei Paesi partner e sulle modalità di trattamento delle domande di asilo. Ma il perimetro del confronto è cambiato: l’Europa sta cercando soluzioni fuori dai propri confini e considera sempre più insufficiente il vecchio sistema fondato quasi esclusivamente sull’accoglienza dopo gli arrivi.

La vicenda di Ceuta rafforza questa consapevolezza. La Spagna, che negli ultimi anni ha adottato politiche più aperte anche sul piano delle regolarizzazioni, si trova ora a fronteggiare le conseguenze di una pressione improvvisa e difficilmente controllabile. Madrid chiede una risposta comune, ma proprio questa richiesta conferma che nessun Paese può affrontare da solo un fenomeno capace di spostarsi rapidamente da una rotta all’altra.

L’Italia conosce da tempo questo problema. La riduzione degli arrivi registrata rispetto ai livelli raggiunti nel 2023 non ha eliminato l’emergenza, ma ha mostrato l’utilità di una strategia basata sul dialogo con i governi del Nord Africa, sul controllo delle partenze e sull’azione contro i trafficanti. I flussi restano legati alle crisi internazionali, alle guerre e all’instabilità politica, ma non sono un fenomeno completamente incontrollabile.

Meloni vuole ora trasformare questa esperienza in una politica strutturale dell’Unione. Il modello immaginato prevede accordi europei, risorse comunitarie, centri collocati in Stati affidabili e un sistema condiviso per riconoscere ed eseguire i provvedimenti di espulsione. Un meccanismo che dovrebbe rispettare il diritto internazionale e il principio di non respingimento, garantendo al tempo stesso che chi non possiede i requisiti per restare venga realmente rimpatriato.

La sfida più difficile sarà individuare i Paesi disponibili a ospitare queste strutture e definire garanzie adeguate. Serviranno intese diplomatiche solide, controlli indipendenti e una chiara distinzione tra richiedenti asilo, migranti economici irregolari, minori e persone vulnerabili. Ma il punto politico appare ormai definito: l’Unione non può continuare a emettere ordini di espulsione destinati a rimanere sulla carta.

Per anni il dibattito europeo sull’immigrazione è rimasto bloccato tra chi chiedeva una distribuzione obbligatoria dei migranti e chi rifiutava qualsiasi forma di solidarietà. La strategia promossa dall’Italia prova a spostare il confronto a monte: meno partenze irregolari, più cooperazione con i Paesi terzi, ingressi legali programmati e rimpatri effettivi.

Ceuta può diventare il momento in cui questa trasformazione compie un ulteriore passo avanti. Non perché esista una soluzione immediata o priva di rischi, ma perché gli avvenimenti hanno reso evidente l’insostenibilità del vecchio approccio. L’esperienza italiana, dagli accordi con i Paesi africani fino al progetto Albania, costituisce oggi il principale punto di riferimento del nuovo corso europeo.

La partita non riguarda più soltanto la difesa delle coste italiane o spagnole. Riguarda la capacità dell’Europa di decidere chi può entrare, chi può restare e chi deve essere accompagnato nel proprio Paese. È su questa capacità che si misurerà la credibilità della politica migratoria comunitaria. Ed è su questo terreno che Meloni vuole imprimere una nuova accelerazione.

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