Il tentativo di sgomberare le spiagge del Trampolín e di Benítez si è trasformato nell’ennesima dimostrazione dell’incapacità del Governo spagnolo di gestire la crisi migratoria di Ceuta. Il nuovo campo allestito nel Muelle Oeste, con appena 1.700 posti, si è riempito quasi immediatamente. Migliaia di persone sono rimaste fuori e molte sono state costrette a […]
Il tentativo di sgomberare le spiagge del Trampolín e di Benítez si è trasformato nell’ennesima dimostrazione dell’incapacità del Governo spagnolo di gestire la crisi migratoria di Ceuta. Il nuovo campo allestito nel Muelle Oeste, con appena 1.700 posti, si è riempito quasi immediatamente. Migliaia di persone sono rimaste fuori e molte sono state costrette a tornare nelle baracche costruite lungo le spiagge.
L’operazione, condotta con l’impiego della Policía Nacional, della Guardia Civil e dell’Esercito, avrebbe dovuto liberare almeno una parte del litorale e trasferire i migranti in strutture nelle quali garantire servizi igienici, assistenza medica, identificazione e avvio delle procedure di rimpatrio. Dopo cinque ore di tensioni, assembramenti e interventi della polizia, però, le spiagge presentavano sostanzialmente la stessa situazione del giorno precedente.
Le immagini delle baracche, delle file interminabili, degli scontri e delle persone ricondotte verso la costa certificano il fallimento di un’operazione preparata quando l’emergenza era ormai esplosa da quasi due mesi.
Secondo le stime diffuse in questi giorni, nella città autonoma rimarrebbero tra le 10 mila e le 13 mila persone, mentre i posti complessivamente predisposti nelle strutture temporanee sarebbero circa 6 mila. Il solo campo portuale destinato agli uomini adulti ne può accogliere 1.700. Il numero esatto delle presenze continua peraltro a essere incerto, altro elemento che dimostra la perdita di controllo della situazione.
Cinquanta giorni persi dal Governo spagnolo
Il problema non è soltanto la dimensione eccezionale del flusso registrato alla fine di luglio, quando oltre 70 mila persone riuscirono a entrare a Ceuta dal Marocco. Una pressione di queste proporzioni avrebbe messo in difficoltà qualunque Governo europeo. Il problema politico riguarda ciò che è accaduto prima e soprattutto ciò che non è stato fatto dopo.
L’esecutivo di Pedro Sánchez ha impiegato settimane per predisporre strutture adeguate, mentre migliaia di persone dormivano sulle spiagge, nelle strade o sulle alture che circondano la città. Le autorità locali hanno ripetutamente denunciato l’insufficienza delle risposte provenienti da Madrid e la mancanza di dati attendibili sulle presenze.
Il presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, ha parlato di circa 13 mila migranti ancora presenti. Il Governo centrale ha fornito cifre differenti, sostenendo di avere già gestito o fatto rientrare la maggior parte degli arrivi. Ma la realtà visibile sulle spiagge racconta qualcosa di diverso: strutture insufficienti, identificazioni in ritardo e una popolazione locale sempre più esasperata.
Lo sgombero fallito rappresenta quindi soltanto l’ultimo atto di una catena di errori. Un campo da 1.700 posti non poteva risolvere una crisi che coinvolgeva un numero molte volte superiore di persone. Quando le porte della struttura si sono aperte, centinaia di migranti che si trovavano nascosti in altre zone della città sono arrivati prima di quelli accampati sulle spiagge. «Sono usciti dal nulla», ha raccontato uno degli agenti coinvolti nell’operazione. Non erano naturalmente usciti dal nulla. Erano persone presenti da settimane sul territorio, ma evidentemente sfuggite a una ricognizione completa delle autorità.
Accoglienza senza controllo non è solidarietà
La vicenda di Ceuta mostra il limite fondamentale del modello migratorio sostenuto dal socialismo spagnolo. Accogliere senza disporre di strutture, procedure rapide e accordi efficaci per i rimpatri non produce maggiore umanità. Produce caos, insediamenti abusivi, tensioni con la popolazione e condizioni degradanti per gli stessi migranti.
Sulle spiagge vivono anche bambini, mentre il campo portuale è destinato esclusivamente agli uomini adulti. Le procedure devono distinguere i minori, le persone vulnerabili, chi ha diritto alla protezione internazionale e chi invece non possiede i requisiti per restare. Ma questa distinzione richiede registrazioni tempestive, personale, strutture e una presenza dello Stato che a Ceuta si è dimostrata tardiva e insufficiente.
In mancanza di controllo, persino le misure emergenziali diventano fattori di tensione. La corsa per conquistare uno dei 1.700 posti ha provocato spinte, feriti lievi e interventi delle unità antisommossa. Non è questa l’accoglienza ordinata e rispettosa della dignità umana che la sinistra europea continua a indicare come alternativa alle politiche restrittive. Il risultato è esattamente l’opposto: chi non trova posto ritorna nelle baracche, la città rimane sotto pressione e l’autorità dello Stato appare sempre più debole.
La prudenza dell’Italia era giustificata
Davanti al progressivo deterioramento della crisi, la decisione del Governo Meloni di prorogare per altri quindici giorni i controlli sui collegamenti provenienti dalla Spagna appare tutt’altro che propagandistica.
Tecnicamente non si tratta di una sospensione integrale di Schengen, ma della reintroduzione temporanea e mirata dei controlli alle frontiere interne, in particolare sui cittadini extracomunitari in arrivo dalla Spagna per via aerea e marittima. La misura è stata adottata per ragioni di sicurezza interna e per il rischio di infiltrazioni terroristiche, cercando di limitare le conseguenze sui cittadini europei e sui flussi turistici.
La situazione di Ceuta dimostra perché quella cautela fosse necessaria. Non si può pretendere che gli altri Paesi dell’area Schengen ignorino una frontiera esterna attraversata in pochi giorni da decine di migliaia di persone, quando lo stesso Stato interessato non è ancora in grado di stabilire con certezza quante siano rimaste sul proprio territorio.
Schengen si basa sulla fiducia reciproca. Le frontiere interne possono restare aperte se quelle esterne sono controllate efficacemente. Quando questo presupposto viene meno, gli altri Stati hanno non soltanto il diritto, ma il dovere di adottare misure temporanee per tutelare la propria sicurezza.
La libertà di circolazione non può trasformarsi nell’obbligo di subire le conseguenze delle inefficienze altrui.
Il modello socialista si è fermato sulle spiagge di Ceuta
Sánchez ha cercato negli ultimi anni di presentare la Spagna come l’alternativa progressista alle politiche migratorie italiane. Regolarizzazioni estese, apertura verso nuovi ingressi e un approccio meno restrittivo avrebbero dovuto dimostrare che era possibile governare l’immigrazione senza accordi con Paesi terzi e senza rafforzare i meccanismi di rimpatrio.
Ceuta ha mostrato la fragilità di questa impostazione. La disponibilità all’accoglienza, se non è accompagnata dal controllo delle frontiere, rischia di essere interpretata come un segnale di apertura permanente. Quando poi il flusso assume dimensioni eccezionali, lo stesso Governo che aveva criticato le politiche più rigorose è costretto a schierare esercito e reparti antisommossa.
È il paradosso del modello socialista: rifiuta la prevenzione in nome dell’accoglienza e finisce per ricorrere alla forza quando l’accoglienza non è più materialmente possibile.
Il Governo Meloni ha scelto un’impostazione diversa: ridurre le partenze attraverso accordi con i Paesi di origine e di transito, rafforzare le frontiere esterne, accelerare i rimpatri e distinguere con chiarezza l’immigrazione regolare dagli ingressi illegali.
È una linea che ha suscitato molte critiche, soprattutto per gli accordi con Tunisia, Libia e Albania. Ma i principi sui quali si fonda stanno diventando progressivamente parte della politica europea. La stessa Commissione insiste ormai sulla necessità di cooperare con i Paesi terzi, contrastare l’uso strumentale dei flussi migratori, velocizzare i rimpatri ed esaminare alcune richieste di protezione al di fuori del territorio dell’Unione.
Non significa che ogni misura italiana abbia già funzionato o che non presenti problemi giuridici e operativi. Significa però che la direzione politica europea si è spostata: dalla gestione degli arrivi alla prevenzione delle partenze.
L’Europa si avvicina alla linea Meloni
La crisi di Ceuta non è soltanto un problema spagnolo. Una frontiera esterna lasciata senza una difesa adeguata produce conseguenze sull’intero spazio europeo. È per questo che il modello fondato esclusivamente sull’accoglienza e sulla successiva redistribuzione appare ormai superato.
L’Europa sta comprendendo che non è possibile affidare la politica migratoria alle emergenze, alle navi delle organizzazioni umanitarie o alla disponibilità dei singoli territori. Servono accordi con i Paesi africani, investimenti nei luoghi di origine, controlli effettivi, procedure di asilo più veloci e rimpatri realmente eseguibili.
Sono gli stessi elementi che Giorgia Meloni ha portato al centro del dibattito europeo, trasformando quella che inizialmente veniva descritta come una linea isolata in un orientamento sempre più condiviso.
La gestione italiana non è priva di criticità e nessun Governo dispone di una soluzione semplice per un fenomeno di dimensioni globali. Ma tra un modello che prova a fermare le partenze e uno che interviene soltanto quando migliaia di persone sono già ammassate sulle spiagge, la crisi di Ceuta offre un’indicazione piuttosto chiara.
La proroga dei controlli italiani per altri quindici giorni non è la chiusura dell’Europa né la cancellazione di Schengen. È una misura eccezionale resa necessaria da una situazione eccezionale e dall’incapacità del Governo Sánchez di garantire un controllo affidabile della frontiera.
Le spiagge del Trampolín e di Benítez restano affollate, il campo del porto è già pieno e migliaia di persone continuano a vivere in condizioni precarie. Mentre Madrid cerca ancora di organizzare l’emergenza, la linea politica è ormai evidente: il modello socialista dell’accoglienza senza controllo si è fermato a Ceuta; quello fondato sulla prevenzione, sugli accordi esterni e sulla fermezza alle frontiere è diventato il nuovo punto di riferimento europeo.
