Dallo Strega a Rosso Floyd: il vero capolavoro di Michele Mari

Michele Mari, da super favorito in partenza, ha appena vinto con 190 voti il Premio Strega 2026. Ma non è del romanzo vincitore che si vuol …

Michele Mari, da super favorito in partenza, ha appena vinto con 190 voti il Premio Strega 2026. Ma non è del romanzo vincitore che si vuol narrare qui. No. Si vuole invece puntare un enorme riflettore su un altro suo romanzo, edito nel 2010: Rosso Floyd. Un romanzo che definire visionario è poco, perché intreccia la biografia e la mitologia del rock fino a renderle indistinguibili. Se il fine ultimo di Mari era quello di mettere in forma di romanzo un album musicale, c’è riuscito perfettamente. Ideato come un concept album in forma letteraria, Rosso Floyd alla fama mondiale attuale i personaggi (sia gli stessi membri della band sia figure a loro molto vicine) sono messi “sotto esame” in un vorticoso alternarsi di testimonianze e voci incrociate. I colori letterari, e perfino gli stili, mutano a seconda di chi sia il protagonista della mini narrazione. In una sequenza temporale magistrale, che controlla abilmente un vortice di emozioni direttamente collegate alla storia che si dipana.

Quando è essenziale, la bellezza passa nell’essenza”: affermazione che appare già a pagina 5, e solo alla fine si capisce che è più di una frase buttata lì. Piuttosto è il perno intorno a cui si sviluppa tutta la storia, la storia di una band che a sua volta ha fatto la storia della musica mondiale. Una musica che definire “leggera” è riduttivo. Non c’è granché di leggero, infatti, né nelle composizioni simil-sinfoniche dei Pink Floyd né nelle osservazioni che Mari cuce intorno al gruppo: il “diamante pazzo”, i rimandi esoterici, il bizzarro circo animale ricorrente, l’astrologia, la sociologia, le allucinazioni non per forza causate dall’LSD, le sovrapposizioni temporali che confermano l’esistenza di mondi paralleli, le casualità che si rivelano causalità…

A colpire, nella lettura, è soprattutto la scrittura raffinata: una prosa colta che sa passare con naturalezza dai toni alti, quasi accademici, a una forte genuina passione per cinema e musica. Mari, però, non si limita a fare il coro a una mera celebrazione della band. Scende invece più in profondità, scavando nella loro psicologia e nei traumi che ne hanno segnato la nascita, come la morte del padre di Roger Waters ad Anzio durante la seconda guerra mondiale, il progressivo crollo mentale e fisico di Syd Barrett e le fratture interne, in particolare quelle tra Waters e Gilmour.
Dal punto di vista formale, il libro assume la forma di un interrogatorio o di un’istruttoria, diretta dai cosiddetti “siamesi”, cioè le due metà del cervello/anima del gruppo. Si comincia con una lamentazione quasi oltremondana: qualcuno pronuncia “Pink Floyd”, ma non si tratta di capelloni invecchiati; sembrano piuttosto anime di defunti.

Quel breve incipit resta nel mistero e dura poco. Immediatamente dopo arriva la prima testimonianza: a parlare è Arnold Layne, che rievoca l’incontro con Syd Barrett, il leggendario primo cantante e chitarrista dei Pink Floyd. Ma attenzione: Arnold Layne è anche il protagonista dell’omonima canzone, quel signore inglese dall’aspetto rispettabile ma in privato dedito a collezionare biancheria intima femminile e capace di sottrarre capi nei giardini delle tipiche casette britanniche. Eppure, anche se “non esiste”, Mari lo fa vivere e parlare, come se la canzone di Barrett fosse il ritratto di qualcuno davvero incontrato. E così si procede: dopo Arnold Layne, arrivano altre testimonianze (trenta), come farebbe un giudice istruttore che indaga su un delitto. Ma a prendere la parola sono vivi, morti, figure inventate, sorelle, ex fidanzate, produttori musicali e cinematografici, musicisti e perfino baristi.

Tra i testimoni compaiono perfino Stanley Kubrick, Eric Clapton e Michelangelo Antonioni. Tutti contribuiscono con le loro “deposizioni” a comporre un mosaico che dovrebbe svelare sia cosa fossero davvero i Pink Floyd, sia chi fosse davvero Syd Barrett, che emerge alla fine come figura assolutamente centrale nella tragica (in senso greco) fortuna dei ragazzi di Oxford. Nel frattempo, dalla narrazione dei miti del rock si passa al mito, poi al soprannaturale, fino a scivolare in un mondo parallelo al nostro: un territorio raggiungibile (con tutto il rischio e il pericolo del caso) solo attraverso quelle canzoni e quella musica.

Sconfiniamo dunque nel fantasy? Non nel fantasy alla maniera de Il Signore degli Anelli, ma in quello contemporaneo e urbano, più vicino allo stile di Matheson, King e Bradbury. Mari ci riporta proprio lì: ai margini della realtà. Raccontando la storia di una celebre band britannica, o meglio di una delle più celebri band mondiali, consegna un capolavoro alla letteratura meta/fantastica italiana: scritto in modo eccellente, costruito magnificamente, è un libro da affrontare in otto ore, o anche sei. Quanto che sia il tempo che impiegherete a terminarlo, questo libro non vi abbandonerà mai. E provate a lasciarlo dopo le prime dieci pagine: impossibile.

 

“There’s no dark side in the Moon, really. Matter of fact, it’s all dark.

The only thing that makes it look alight is the Sun”

Gerry O’Driscoll, portiere degli Abbey Road Studios. A chiusura dell’album “The dark side of the moon“, Pink Floyd, 1973

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