di Rita Mascialino Non mi soffermo qui sui giovani che non hanno ancora sbagliato gravemente, i quali immagino non abbiano bisogno altro che di un necessario adeguamento nell’ambito della formazione data dai genitori e soprattutto di metodologie di insegnamento adeguate al veloce cambiamento cui è sottoposta la società attuale in tutto il mondo – l’Italia […]
di Rita Mascialino
Non mi soffermo qui sui giovani che non hanno ancora sbagliato gravemente, i quali immagino non abbiano bisogno altro che di un necessario adeguamento nell’ambito della formazione data dai genitori e soprattutto di metodologie di insegnamento adeguate al veloce cambiamento cui è sottoposta la società attuale in tutto il mondo – l’Italia è un Paese conservatore come ricorda il celebre vecchio detto della latinità Romanus sedendo vincit (Varrone 37 a.C.: De re rustica), il Romano vince stando seduto, e qui non conta la destra o la sinistra, è la caratteristica del popolo in generale lento nel cambio di costumi e più propenso alla conservazione.
Vorrei soffermarmi invece sull’antico tema del recupero di fronte alla presenza della devianza giovanile, dei minori che hanno già sbagliato gravemente, discorso valido sempre che si riconosca la gravità dell’errore giovanile e non la si voglia ridurre per insipienza o intenzionalmente a livello di ragazzata. Nel Bicentenario della nascita del grande italiano Collodi, ricordiamo quanto Pinocchio insegna: Geppetto provvede il trovatello per così dire adottato di un vestituccio di carta fiorata, metafora, tra l’altro, per la non tenuta della personalità di fronte proprio alle scelte che Pinocchio fa nella sua vita di vagabondo, la formazione che il padre putativo gli impartisce è nella verità del testo collodiano solo negativa (Mascialino 2004 e segg.), ma ciò non cambia il dato di fatto che le scelte negative siano comunque a carico di Pinocchio, come a suo carico sono anche quelle positive non derivanti da Geppetto, bensì derivanti dal suo cuore generoso e dalla sua capacità di capire i suoi errori così da non compierli più – vedi il comportamento di rifiuto tenuto con il Gatto e la Volpe finiti ormai in vera disgrazia e tanto altro di sommo valore così da divenire un eroe della diversità citando dalle opere, innovative, della Mascialino (2004: Pinocchio: Analisi e interpretazione, saggio; 2006: Profondo Pinocchio, dramma – Cleup Editrice).
Una premessa. Si parla molto, giustamente, di recuperare con la massima urgenza, al più presto, i giovani che delinquono e ai quali i genitori, con tutta evidenza, non hanno saputo dare una formazione sufficientemente positiva perché la pianta da essi seminata cresca forte e dritta, pianta che può appunto crescere malamente in assenza di doverose cure – come sostengo da sempre senza togliere nessuna eventuale colpa e responsabilità ai giovani stessi per le loro scelte devianti.
Perché nei regimi democratici e nel clima di libera informazione circolante ovunque grazie ai social media e ai social network sono tanti i possibili punti di riferimento tra cui poter scegliere quanto piace e i giovani che delinquono hanno fatto e fanno la scelta peggiore tra tutte pur avendo i più ampi scenari positivi a disposizione della loro personalità che proprio le scelte effettuate mostrano come già impostata pianta debole. Nelle democrazie i punti di riferimento per i giovani non sono ormai solo i genitori, specialmente qualora diano prevalentemente prediche a buon mercato che in generale lascia il tempo che trova o agisce in tutta superficie o anche suscita avversione come il genere della predica può fare.
La scuola, con lo spettro offerto dalle più varie discipline, offre tanti personaggi ed eventi da valutare, ovviamente in una valutazione attraverso l’uso analitico degli strumenti logici di tutto quanto viene offerto, uso che sta o deve stare sempre in primo piano, in quanto senza una tale valutazione attenta e oggettiva, profonda, nessun discorso può valere e in suo luogo hanno strada libera il nozionismo assieme a uno o l’altro indottrinamento. Oggi la grande maggioranza dei giovani frequenta la scuola dell’obbligo e quasi sempre anche fino al diploma cosiddetto di maturità, quindi di possibilità di punti di riferimento culturali e scientifici adatti a ciascuno scolaro fino alla maggiore età, all’occorrenza, i giovani ne possono incontrare ad oltranza, come si dice: c’è solo l’imbarazzo della scelta e questo per parlare solo della scuola. Poi ci sono oggi a disposizione i citati infiniti influssi non solo negativi, ma anche positivi provenienti da tutto il mondo, così che fare la scelta peggiore è, in ultima analisi, responsabilità di chi attua la scelta, consciamente e inconsciamente predisposta.
Anche la scelta di assumere stupefacenti, ad esempio, è in primo luogo responsabilità di chi attua la scelta, poiché nessuno ignora dove essa porti inevitabilmente: alla malattia, alla violenza, alla disonestà, al carcere, alla rinuncia ad avere i benefici che la vita elargisce a chi se ne voglia e se ne sappia servire, infine anche al ridurre se stessi a rami secchi e a incontrare la morte prematura, ossia tutto ciò non è un mistero attualmente per nessuno e neanche per i giovani e giovanissimi.
Entrando, dopo la premessa, nel problema del recupero della devianza giovanile – nessuno nelle democrazie deve essere abbandonato –, ossia dei giovani che hanno sbagliato, senz’altro esso è tema imprescindibile che va affrontato il più seriamente possibile e non solo con qualche più o meno breve attività pratica che, appunto da sola e di per sé, lascia intatta la personalità già formata. Occorre essere consapevoli del dato di fatto secondo il quale il tentativo di recuperare la personalità di un giovane che sia già andato fuori dai ranghi del vivere civile e democratico non sia cosa facile e soprattutto non possa essere impresa all’insegna del galoppo a briglia sciolta o della predica quale che sia.
Occorre essere consapevoli che per un recupero che abbia qualche o molte possibilità di essere tale, a seconda dei casi, siano necessari interventi rieducativi ad personam, individuali, non di gruppo altrimenti il recupero diventa o rischia di diventare per gran parte così superficiale da essere equiparato alla predica e quindi essere vanificato. Nel gruppo i percorsi che hanno condotto alla formazione delle varie personalità sono diversi in profondità e per scoprirli sono necessari percorsi metodologici altrettanto diversificati e comunque che non possono essere tracciati in semplificazioni globalizzanti e globali che come tali possono solo essere la peggiore semplificazione, così che il recupero avviene inevitabilmente a livello illusorio, non di tentativo reale di migliorare i malcapitati, non potendo fare presa al punto di costruire, neurologicamente parlando, dendriticamente, percorsi che possano fungere da freno più stabilmente possibile alle abitudini comportamentali, di azione, che si sono formate in gran parte nei cardini fondamentali già registrati per così dire in una rete solida e capace di reggere.
Inserisco qui un esempio analogico che può aiutare a chiarire quanto sto esprimendo. La vecchia istruzione dei vecchi percorsi cerebrali, le vecchie abitudini che impostano l’agire di un individuo, la sua mente o i percorsi e i comportamenti che sono stati incisi magari con emotività particolarmente accesa e dirigono a loro volta l’agire di un individuo, tali vecchie istruzioni, inconsce e consce, con i conseguenti comportamenti mentali, qualora vengano contrastati attraverso prediche di ogni tipo, si riattivano comunque al presentarsi di stimolazioni a livello profondo e sbaragliano il nuovo offerto in virtù di percorsi superficialmente introiettati, mostrando la loro natura di palliativi. Troppo complesso e arduo un recupero individuale che vada oltre la predica e l’eventuale inserimento in una occupazione pratica? Può essere, ma le chiacchiere e le tabacchiere di legno, il banco di Napoli non le impegna, perché sono prive di valore. Aggiungo: le chiacchiere possono, molto pericolosamente, creare illusioni in buona fede anche nei recuperandi, in buona fede appunto, illusioni che all’opportunità cadono per fare posto al più vecchio e perciò più radicato e consolidato, forte passato non approfondito a dovere.
In più: non pochi, i cosiddetti manipolatori, fingono di accettare le prediche rendendosi credibili anche a psichiatri e psicologi, giudici, ossia fingono di aver compreso quanto abbiano sbagliato e pertanto promettono di non farlo mai più, convincendo il prossimo, tutti. Ma l’oste che fa i conti non sono le citate tabacchiere di legno, sono gli errori gravi che il cervello può avere appreso profondamente grazie anche alla inevitabile intensità che le prime esperienze devianti hanno, nei vari contesti, struttura cerebrale, sulla mente, contribuendo alla formazione di centri associativi importanti nella personalità.
A questo punto, si arriva alla necessaria esplicitazione, qui ovviamente solo a cenni generali, di quali possano essere gli strumenti essenziali e imprescindibili per tale possibile recupero, citandone alcuni: l’intelligenza notevole negli insegnanti, la cancellazione totale del buonismo e della predica e soprattutto l’insegnamento a non dimenticare l’errore grave, ma a consapevolizzarlo sempre più profondamente nelle sue origini e conseguenze, perché la rimozione, il relegare in obsolescenza sono il miglior modo perché il rimosso prenda all’improvviso di nuovo vita, mentre al contrario tenere sempre presente i propri errori come tali contribuisce in buona misura a formare i freni necessari, anche pavloviani tra gli altri, per evitare che si resuscitino fantasmi negativi in tutta la loro sinistra potenza. Non si può qui intraprendere un discorso metodologico che non potrebbe nel breve spazio che equipararsi alle prediche.
Va fatto presente tuttavia che solo metodi di studio e recupero improntati allo sviluppo dell’intelligenza – perché l’intelligenza si costruisce nel proprio cervello come pure la stoltezza – possono aiutare concretamente a fare da contrappeso alla presenza della devianza giovanile. Un solo cenno di contributo, qui veloce ovviamente, ai metodi: in primo luogo va data la preminenza in qualsiasi metodo alla semantica stante alla base di ciò che si creda, si dica, si legga, su cui si discuta, si argomenti, si associ, così tentando di far sorgere una nuova, sempre libera, visione critica del mondo, pertanto vagliata nel profondo – come si curano le piante indebolite se non si vuole che periscano del tutto lasciandole a se stesse –, una semantica gestita a tutto campo e che possa evitare l’instaurarsi del nozionismo più dannoso e della falsa credenza di poter recuperare a base di tabacchiere ‘e ligno.
Termino con una stigmatizzazione senza edulcoranti espressa da Leonardo da Vinci sull’erudizione intesa come vuoto nozionismo, ribadendo ancora, come tabacchiera ‘e ligno. Secondo il grande Umanista: eruditi del genere citato erano e sfornavano solo trombetti, ossia non uomini consapevoli e responsabili, capaci di vera conoscenza e di capire.
foto depositphotos.com
