Con lui non scompare soltanto uno dei più grandi difensori della storia. Se ne va un uomo che ha trasformato il talento in esempio, la leadership …
Con lui non scompare soltanto uno dei più grandi difensori della storia. Se ne va un uomo che ha trasformato il talento in esempio, la leadership in silenzio e una maglia in un’identità destinata a sopravvivere al tempo.
Il comandante silenzioso
C’è una fortuna che non si misura con la sorte, ma con il tempo in cui si è vissuti. La nostra è stata quella di vedere giocare Franco Baresi. E per chi ha avuto anche il privilegio di raccontarlo, quel ricordo diventa oggi una responsabilità oltre che un onore.
Perché ci sono calciatori che si ricordano per un gol, altri per una coppa, altri ancora per un gesto tecnico. E poi ci sono uomini che finiscono per identificarsi con un’idea stessa di calcio. Franco Baresi apparteneva a quest’ultima categoria.
Non era soltanto il numero 6 del Milan. Era il numero 6 nel significato più profondo del termine: equilibrio, responsabilità, misura, senso del dovere. Un destino scritto perfino in quella maglia che il Milan ha deciso di ritirare, quasi a voler dire che certi numeri non possono più essere indossati, perché prima ancora che sulle spalle sono rimasti impressi nella memoria collettiva.
In un calcio che cambia maglia con la stessa facilità con cui cambia procuratore, Franco Baresi ha attraversato vent’anni senza mai tradire i colori rossoneri. Settecentodiciannove partite non sono una statistica. Sono una dichiarazione d’amore. Sono la dimostrazione che una squadra può diventare una famiglia e una fascia di capitano un’assunzione quotidiana di responsabilità.
Era un gigante senza avere il fisico del gigante. L’Inter lo giudicò troppo gracile. Il Milan vide ciò che altri non seppero vedere. Da quel momento nacque uno dei più straordinari interpreti del ruolo di libero che il calcio abbia conosciuto. Qualcuno lo definì il Beckenbauer italiano. Il paragone non era irriverente. Come il Kaiser, Baresi sembrava giocare qualche secondo prima degli altri. Non rincorreva il pallone: rincorreva il futuro dell’azione, intuiva dove sarebbe finita ancora prima che gli avversari lo immaginassero. Con un semplice passo in avanti faceva salire un’intera difesa, trasformando il fuorigioco in un’opera di geometria applicata al calcio. Arrigo Sacchi rivoluzionò il modo di intendere il football, ma quella rivoluzione aveva bisogno di un interprete capace di tradurre le idee in movimento. Quel direttore d’orchestra era Franco Baresi.
Eppure la sua grandezza non abitava soltanto nei piedi. Abitava nei silenzi. Non aveva bisogno di alzare la voce per essere ascoltato. Bastava la sua presenza. Certe autorevolezze non si conquistano gridando, ma vivendo ogni allenamento e ogni partita come un dovere morale prima ancora che professionale.
Le lacrime di Pasadena
Per questo il fotogramma che probabilmente resterà per sempre nella storia non è un anticipo perfetto né una chiusura difensiva. È un’immagine di dolore.
Pasadena, finale del Mondiale del 1994 contro il Brasile. Venticinque giorni prima era stato operato al menisco. Molti pensavano che il suo Mondiale fosse finito. Invece tornò, disputò una partita monumentale, una delle più grandi mai giocate da un difensore in una finale iridata. Poi arrivarono i rigori.
Fu lui a prendersi la responsabilità del primo tiro. Sbagliò.
Le lacrime sulla spalla di Arrigo Sacchi fecero il giro del mondo. E fu impossibile, in quel momento, non pensare ai versi di Francesco De Gregori: «Nino, non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è da questi particolari che si giudica un giocatore…».
Mai come quella sera quei versi sembrarono scritti per lui. Perché Franco Baresi non sarà ricordato per quel pallone finito sopra la traversa. Sarà ricordato per il coraggio di presentarsi sul dischetto quando altri esitavano. Gli uomini si misurano soprattutto nel peso delle responsabilità che accettano di portare sulle proprie spalle.
Forse è proprio questo il motivo per cui quella fotografia appartiene ormai all’iconografia del calcio mondiale. Come il pugno al cielo di Pelé, come Maradona che attraversa mezza Inghilterra palla al piede, come l’urlo di Tardelli al Bernabéu. Non racconta una vittoria. Racconta l’umanità di un campione. E spesso è proprio la fragilità a rendere immortali gli uomini.
L’eredità
Franco Baresi apparteneva a quella stirpe di calciatori che sembravano aver compreso una verità antica: la grandezza non si misura soltanto nelle vittorie. Viene in mente Jorge Luis Borges, che nei suoi scritti ha spesso restituito alla sconfitta una dignità che la vittoria, quando è soltanto esibizione, non possiede. È un pensiero che sembra adattarsi perfettamente alla parabola di Baresi.
Già malato, pochi mesi fa, volle portare la fiaccola olimpica. Ancora una volta non cercò il centro della scena. Fece semplicemente quello che aveva sempre fatto: camminare davanti agli altri con discrezione, lasciando che fossero i fatti a parlare.
E forse è questa l’eredità più grande che lascia al calcio italiano. Non i sei scudetti, non le tre Coppe dei Campioni, non le 719 presenze con la stessa maglia. Tutto questo resterà negli almanacchi.
Resterà soprattutto l’idea che si possa essere immensi senza essere rumorosi. Leader senza essere istrioni. Eroi senza sentirsi tali.
Con Franco Baresi non scompare soltanto un campione. Si chiude definitivamente una stagione del calcio in cui la parola “bandiera” non era una metafora, ma una scelta di vita.
E quando un uomo così se ne va, non resta soltanto il silenzio. Resta la nostalgia di un calcio che, forse, non tornerà più.
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