Genzano un selfie diventa occasione per riflettere sul confronto politico: le idee si affrontano con le idee, mai con le mani
Ci sono gesti che durano pochi secondi e lasciano dietro di sé un rumore che continua per giorni. Genzano, da domenica mattina, convive anche con quel rumore. Quello di una piazza che avrebbe dovuto ospitare soltanto un banchetto politico e che invece è finita sulle agenzie di stampa nazionali per un episodio che con la buona politica non ha e non dovrebbe avere nulla a che fare.
Poi arriva il giorno dopo. La piazza torna a essere piazza, i tavolini dei bar riprendono il loro posto, la gente attraversa il centro come sempre. È stato nella mattinata di ieri, lunedì 14 settembre, che abbiamo incontrato Massimo Andolfi. Nessun appuntamento, nessuna visita organizzata, nessuna fotografia preparata per essere pubblicata. Lo abbiamo incontrato e non ci siamo sottratti ad un saluto e una battuta, manifestandogli personalmente la nostra solidarietà per quanto accaduto.
Alla fine, come non di rado si fa al giorno d’oggi, abbiamo preso uno smartphone e scattato un selfie. Una fotografia nata senza particolari intenzioni, ma che abbiamo deciso di rendere pubblica, e non per trasformare un incontro casuale in una passerella. Ma per una ragione quasi opposta: non può essere chi denuncia di aver subito un gesto aggressivo a doversi nascondere, abbassare lo sguardo o finire indirettamente sul banco degli imputati!
E soprattutto non può passare, neppure sottotraccia, quel meccanismo insidioso che accompagna troppo spesso episodi simili: “chissà cosa avrà fatto?!”, “chissà cosa avrà detto?!”, “magari avrà provocato…”.
Al netto che spetterà agli organi competenti accertare quanto avvenuto e le eventuali responsabilità – si possono ricostruire parole, toni e contesti – ma sul piano civile esiste un principio che non dovrebbe avere bisogno di istruttorie: le parole si affrontano con altre parole. Le idee con altre idee. Mai con le mani o la sopraffazione.
Questa fotografia vuole dire anche questo. E vuole esprimere una solidarietà che va a Massimo Andolfi, ma che si estende con la stessa convinzione a Marta Elisa Bevilacqua.
La violenza non è soltanto quella che lascia un segno sulla pelle
Sarebbe però troppo comodo fermarsi al gesto fisico. Esiste anche una violenza che non lascia lividi e che proprio per questo abbiamo forse imparato a tollerare troppo facilmente.
È quella degli insulti, delle provocazioni, delle intimidazioni, delle delegittimazioni personali, di quella progressiva trasformazione dell’avversario in un nemico e dell’interlocutore in qualcuno da abbattere anziché da contrastare nelle idee.
Chi dirige e lavora in un giornale del territorio questa deriva la osserva e respira ogni giorno.
Basta leggere i commenti sotto qualsiasi articolo capace di dividere per accorgersi di quanto sia diventato sottile il confine tra critica e aggressione. Frasi che difficilmente verrebbero pronunciate guardando qualcuno negli occhi vengono affidate a una tastiera con estrema facilità.
I social network hanno moltiplicato le possibilità di partecipazione e di espressione. Ma hanno contribuito anche a sdoganare un’aggressività alla quale le stesse piattaforme faticano troppo spesso a porre un argine efficace.
E le parole non sono innocue. Costruiscono il clima nel quale si vive, si lavora, si fa politica. Spostano lentamente il limite di ciò che una comunità considera accettabile.
Per questo quanto accaduto domenica in piazza Frasconi dovrebbe diventare anche l’occasione per una domanda più grande dell’episodio stesso: quale qualità del confronto pubblico si vuole consegnare a questa città?
Prima delle bandiere vengono le persone
Massimo Andolfi, dirigente regionale di Europa Verde, con un passato amministrativo a Velletri e una più recente esperienza in Comune a Genzano, è conosciuto da anni per i suoi modi cordiali, per la disponibilità al dialogo e per una lunga partecipazione alla vita pubblica e politica, in cui non è mai andato sopra le righe, ma si è distinto per ben altre qualità, tutte positive.
Anche Marta Elisa Bevilacqua, ben nota per la sua preparazione e competenza, ha tutto il diritto di svolgere la propria attività politica senza dover mettere in conto intimidazioni, provocazioni o aggressività personali. Tanto più lei che rappresenta un valore aggiunto per la comunità, per la competenza, la preparazione e lo stile, trasversalmente apprezzato e riconosciuto, anche nel suo ruolo di consigliera metropolitana, di cui Genzano dovrebbe trarre motivo di vanto e fierezza.
Eppure ha già dovuto fare i conti con un’auto vandalizzata, manifesti elettorali strappati e qualche provocazione fuori le righe via social.
La condanna alla violenza, ovviamente, non può dipendere dai nomi dei coinvolti. La stessa posizione andava assunta se domenica le persone coinvolte fossero appartenute a una forza politica completamente diversa.
Perché prima delle bandiere vengono le persone.
Prima della destra e della sinistra, della maggioranza e dell’opposizione, viene il diritto di ciascuno di stare in una piazza, sostenere una proposta, raccogliere firme, dissentire e manifestare le proprie idee senza che il confronto degeneri.
È questo il confine. E dovrebbe valere per tutti.
In questa vicenda continua poi a mancare una parola semplicissima.
Scusa.
Cinque lettere, spesso difficilissime da pronunciare. Eppure non è mai troppo tardi per rinsavire, tornare sui propri passi, riconoscere di aver superato un limite e chiedere scusa.
Farlo non significa necessariamente accettare ogni ricostruzione altrui o rinunciare alla propria versione dei fatti. Significa riconoscere che qualcosa è andato oltre. E soprattutto significa dare l’esempio.
Perché chiedere scusa non rende più piccoli. Semmai misura la grandezza con cui si è capaci di affrontare un proprio errore.
In politica, poi, potrebbe sembrare quasi un gesto rivoluzionario, in un tempo nel quale ammettere di aver sbagliato appare spesso più difficile che sbagliare.
Abbassare i toni non significa arrendersi
Forse è proprio questo ciò che Genzano può provare a salvare di questa brutta pagina.
Non l’ennesima gara per stabilire chi abbia vinto la polemica del giorno dopo. Non la ricerca del termine migliore per ridimensionare quanto accaduto. Non un altro muro contro muro.
Piuttosto una consapevolezza: bisogna fermarsi prima che il confronto diventi odio. Abbassare i toni non significa rinunciare alle proprie idee.
Non significa smettere di denunciare ciò che non funziona, evitare di criticare un’amministrazione o rinunciare a contrastare duramente un avversario politico.
Significa soltanto ricordare che chi sta dall’altra parte non smette di essere una persona perché la pensa diversamente.
Il senso di quel selfie
E allora resta quella fotografia. Un selfie nato per caso, ma non scattato senza una ragione.
Metterci la faccia significava precisamente questo: rifiutare l’idea che, di fronte a chi denuncia di aver subito un’aggressione, la prima domanda debba diventare cosa abbia fatto per provocarla.
Significava anche mostrare il volto di Massimo Andolfi, non nasconderlo. Ma anche il mio, Direttore Responsabile di questo giornale che a Genzano trova casa, e di Michela Emili, che ne è Direttrice Editoriale.
Una fotografia nata per caso, che tuttavia ci fa pensare che senza demonizzare nessuno, ci mancherebbe, quando il rumore di questi giorni si sarà spento, sarebbe importante che a Genzano restasse almeno questo: la certezza che una comunità non diventa più forte quando riesce a gridare più forte, ma quando riesce a dissentire senza smarrire il rispetto dell’altro.
Perché difendere con fermezza le proprie idee è democrazia.
Superare quel confine, no!
