Tajani, l’uomo che sognava l’Europa e si è ritrovato prigioniero della sua stessa gabbia. Dalla grande dignità europea sperimentata ai tempi di Berlusconi, il ministro degli …
Tajani, l’uomo che sognava l’Europa e si è ritrovato prigioniero della sua stessa gabbia. Dalla grande dignità europea sperimentata ai tempi di Berlusconi, il ministro degli Esteri è oggi schiacciato nella morsa di una premier che lo umilia e di una famiglia che lo usa. Nell’anno del disordine globale, il suo partito è un campo di battaglia tra gli eredi del Cavaliere, e lui, il “cane da pagliaio” di Forza Italia, abbaia senza più mordere.
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C’era un tempo, non troppo lontano, in cui Antonio Tajani rappresentava il sogno europeista di Forza Italia. Presidente del Parlamento Europeo, uomo di equilibrio, ambasciatore di quella “dignità” che Silvio Berlusconi amava ostentare nei salotti buoni del Continente. Oggi, a guardarlo, sembra l’ombra di se stesso: un ministro degli Esteri costretto a fare da spettatore nel più grande disordine geopolitico degli ultimi cent’anni, schiacciato dal peso di una maggioranza che non lo rispetta e di un partito che non gli appartiene più.
La scomunica di Palazzo Chigi
La sua frustrazione è palpabile. Mentre il mondo trema sullo Stretto di Hormuz e le diplomazie arrancano per evitare un conflitto globale, Tajani è costretto a giocare una misera partita di retroguardia con la sua stessa coalizione. La premier Giorgia Meloni, che non ha mai fatto mistero della sua scarsa considerazione per il “cerchiobottismo” azzurro, lo tiene in scacco, chiedendogli lealtà assoluta in cambio di briciole di potere. È il paradosso di un uomo che, per statura istituzionale, dovrebbe essere un punto di riferimento della Nato e dell’Unione Europea, ma che in patria viene ridotto a un semplice esecutore di ordini, quando non a un parafulmine per le critiche degli alleati.
Le recenti bordate di Donald Trump contro l’Italia, gli attacchi alla premier e al Papa, lo trovano impegnato a difendere la “dignità nazionale” a colpi di dichiarazioni che sanno più di supplica che di monito. La sua missione in Cina per tessere la tela del dialogo con Pechino, mentre l’Occidente si spacca, sembra quasi una missione per conto terzi, un modo per ricordare a tutti che lui, almeno, quel mestiere lo conosce. Ma nel circo tricolore, la voce di chi parla di “interesse nazionale” si perde tra le grida di chi pensa solo alla poltrona.
L’assedio dei Berlusconi e la rivolta dei “non tajanei”
Se il fronte esterno è minato, quello interno è una vera e propria guerriglia. La definizione di “cane da pagliaio” – quel guardiano rustico che minaccia ma è inoffensivo – calza a pennello per descrivere il suo ruolo attuale in Forza Italia. Tajani è lì, a fare la guardia, ma il vero potere è altrove. Da una parte c’è Marina Berlusconi, che nei palazzi del potere romano detta l’agenda liberale e garantista, opponendosi con veemenza alle derive giustizialiste di Fratelli d’Italia e opponendo un muro sulla legge elettorale e sul tema delle intercettazioni. Dall’altra, Piersilvio, che osserva e, come riportano fonti vicine alla famiglia, non esclude di scendere in campo come fece il padre, scatenando una competizione fratricida per l’eredità politica che tiene in scacco l’intero partito.
Tajani, in mezzo a questa lotta tra i due eredi del fondatore, è il ripieno di un sandwich che si stringe sempre di più. La sua leadership, formalmente riconfermata in un incontro di “grande amicizia” a Cologno Monzese, è in realtà una prigione dorata. I figli di Berlusconi gli concedono fiducia, ma solo finché resta un esecutore fedele, l’uomo che deve tenere insieme i cocci mentre loro si contendono l’anima del movimento.
La rivolta è ormai palese. Il gruppo parlamentare è spaccato: la componente vicina a Marina Berlusconi e alla capogruppo Stefania Craxi contesta ogni mossa del segretario, tacciato di essere troppo remissivo verso Meloni. L’onta di essere stato scavalcato da Meloni e Salvini sul fronte delle preferenze, mentre lui era all’estero, è solo l’ultimo dei tanti schiaffi che deve incassare. La sua Forza Italia, un tempo locomotiva del centrodestra, oggi è il “lato debole del governo”, una compagine di “lottatori” e “remissivi” che si sfalda sotto i colpi di una maggioranza che non gli concede più spazi.
Conclusione
Antonio Tajani ha pagato lo scotto di non aver saputo (o voluto) uscire dall’ombra del fondatore. Oggi, nel momento più delicato per la politica estera italiana, è costretto a guardare la polvere sollevata dagli scarponi dei suoi alleati mentre cerca di difendere un ruolo che non gli appartiene più. La sua biografia scalmanata in gioventù, quel passato da attivista “azzurro” che ha forgiato il suo carattere, oggi è un ricordo sbiadito. Quello che resta è la frustrazione di un uomo che ha assaporato la “grande dignità” europea e che ora si ritrova a fare il cane da pagliaio in un cortile dove il padrone è assente e i figli litigano per l’eredità.
La sua è la tragedia di un moderato in un’era di estremi, di un diplomatico in un mondo di guerrafondai. Un uomo finito nella trincea sbagliata, mentre la guerra vera si combatte altrove.
