Lariano – La Polizia, con Massimiliano Cavola, svela le nuove truffe agli anziani. La toccante testimonianza di Hilda, raggirata e salvata dagli agenti

Al Teatro Santa Eurosia di Lariano l’ispettore Massimiliano Cavola del Commissariato di Genzano ha illustrato le nuove tecniche dei truffatori, dal finto medico alla voce clonata con l’intelligenza artificiale. In collegamento telefonico la testimonianza di una coppia di Genzano raggirata

Un titolo volutamente diretto, quasi provocatorio, che è anche un messaggio rivolto a chi si avvicina alle persone più fragili per approfittarne. Sabato 17 ottobre, alle 19, il Teatro Santa Eurosia di Lariano ha ospitato l’incontro «Io non ci casco – Come difendersi, strategie e metodi», promosso dalla parrocchia Santa Maria Intemerata e dedicato ai rischi delle truffe agli anziani e dei reati contro il patrimonio. Protagonista della serata l’ispettore di Polizia di Stato Massimiliano Cavola, responsabile del settore anticrimine – tutela fasce deboli del Commissariato di Genzano, affiancato dall’assistente capo coordinatore Rossella Celoni.

A introdurre l’incontro è stato Padre Felix, che ha ringraziato l’ispettore a nome della comunità ricordando, con orgoglio, i suoi 37 anni di servizio allo Stato e al Paese. Il sacerdote ha messo l’accento sull’importanza di conoscere e di dotarsi di «strumenti» per reagire a telefonate e approcci di chi, con modi apparentemente simpatici, cerca di carpire la fiducia delle persone. Un fenomeno che «sta aumentando in questi giorni» e che, ha riferito, ha colpito anche diversi sacerdoti nel territorio della diocesi: una realtà grave, perché va a ferire chi ha messo da parte i propri risparmi con tanti sacrifici.

L’intervento dell’ispettore Cavola

Cavola ha portato i saluti del Questore di Roma, che incentiva con continuità iniziative di questo tipo: la stessa sera, ha spiegato, colleghi insieme ai sacerdoti erano impegnati in incontri analoghi in quartieri difficili della Capitale, come Tor Bella Monaca, San Basilio, Quarticciolo e Torre Maura. Il motivo è che negli ultimi tempi, ha riferito, anche la criminalità organizzata ha spostato il proprio baricentro su questi fenomeni «odiosi», perché colpiscono le fasce deboli. Rivolgendosi alla platea, Cavola ha fatto riferimento con un sorriso, per «deformazione professionale», il settimo e il decimo comandamento: non rubare e non desiderare la roba d’altri, spesso frutto di una vita di sacrifici.

Il titolo dell’incontro ha voluto evidenziare un messaggio contro la cosiddetta vittimizzazione secondaria: il giudizio nascosto in domande come «ma perché ci sei cascata?», che non solo aggrava lo stato della persona truffata ma pregiudica anche l’azione investigativa. Chi subisce un raggiro, è l’invito ribadito, deve denunciare senza vergogna.

Il metodo è riassunto in tre parole: sicurezza, solidarietà e silenzio – quest’ultimo inteso come riservatezza sulle proprie informazioni, soprattutto sui social, dove i malviventi trovano i dettagli che rendono credibili le loro telefonate. Il lavoro del settore, ha spiegato, poggia su due coordinate: il supporto psicologico alla vittima e l’avvio immediato dell’attività investigativa, che spesso ha permesso di identificare i responsabili e di recuperare il maltolto. A chi si chiede che cosa resti quando i soldi sono spariti, ha ricordato la possibilità di costituirsi parte civile e di ottenere il risarcimento; con la giustizia riparativa, inoltre, molti imputati si attivano per risarcire il danno, accedere alla messa alla prova e svolgere lavori socialmente utili, a volte anche nelle parrocchie.

Le nuove frontiere dei raggiri

Con il supporto di alcune slide, l’ispettore ha passato in rassegna le tecniche più recenti:

  • Il finto medico. Dopo il falso maresciallo e il nipote in difficoltà, si affaccia la figura di chi si presenta a casa di anziani fragili parlando di una campagna di screening (pressione, glicemia): «è più facile rimediare un camice bianco che una divisa». Casi già registrati a Roma.
  • La cauzione. In Italia non si esce di galera pagando una cauzione: «quelli sono i film americani». Chi ne parla al telefono è già in fase criminale.
  • Lo spoofing. Il numero che compare sul display può sembrare quello di un ufficio istituzionale, ma è stato clonato. Nel dubbio non si richiama quel numero, ma si verifica attraverso i siti ufficiali. I truffatori usano anche i nomi dei sacerdoti («mi manda padre Felix»).
  • La voce clonata. Molte vittime giurano di aver riconosciuto la voce del nipote o del figlio: con applicazioni basate sull’intelligenza artificiale gli audio si possono riprodurre. A una domanda dal pubblico sul rischio di rispondere «sì, sono io» a un numero sconosciuto, la risposta è stata: «purtroppo sì».
  • Profili clonati che scrivono ai contatti chiedendo denaro con la scusa di un conto bloccato: il fenomeno, ha raccontato Cavola, ha colpito lo stesso ispettore. Serve verificare con una telefonata e tenere aggiornati i sistemi; presto un incontro con i tecnici informatici per studiare nuove applicazioni investigative.
  • I falsi enti. L’ultimo caso in corso riguarda una dottoressa raggiunta attraverso la segretaria da un finto funzionario dell’ente di previdenza dei medici, che chiedeva un versamento urgente su un IBAN pena la cancellazione. La professionista, per timore del giudizio altrui, non voleva denunciare: la Polizia l’ha convinta a farlo.
  • Link e finte offerte di aiuto. Un clic su un link sconosciuto può aprire «un’autostrada pericolosissima»; stessa cautela per chi offre aiuto improvviso all’uscita di banche e uffici postali, per il «finto guasto» all’auto e per lo «specchietto», tattiche usate di recente anche da bande di cileni.

Per gli investigatori, ha spiegato, le difficoltà nascono da schede telefoniche intestate a prestanome, utenze provvisorie che durano 48 ore e IBAN esteri (si riconoscono perché non iniziano con «IT»; di recente va di moda Malta), che rendono più lenta la rogatoria. Una truffa, nel codice penale, è considerata meno grave di furto e rapina, ma i gruppi si organizzano come veri call center, con chi chiama, chi coordina e chi ritira il bottino.

La storia di Hilda e Vincenzo

Per dimostrare quanto raccontato, Cavola ha ripercorso davanti ai presenti un caso seguito dal suo ufficio a Genzano. Un sabato squilla il telefono fisso in casa di Hilda, 80 anni, e del marito Vincenzo, 82. All’altro capo un finto brigadiere dei carabinieri che conosceva anche i nomi dei vertici della locale caserma. La scusa: una rapina in gioielleria e un’auto riconducibile alla coppia. L’uomo viene invitato a recarsi in caserma per la denuncia, ma lungo la strada un complice lo tiene al telefono e lo dirotta ai giardinetti, dove un presunto militare lo aspetterebbe. A casa, intanto, la moglie viene convinta a preparare soldi e gioielli per una «verifica», con la minaccia di una perquisizione, e a consegnarli a un finto consulente: il bottino, diverse migliaia di euro e tutti i preziosi.

A fare la differenza, ha sottolineato l’ispettore, è stata la solidarietà: un vicino di casa che aveva notato un’auto sospetta ne ricordò le caratteristiche e allertò subito la Polizia. Nel giro di due ore i responsabili sono stati individuati e fermati; il maltolto, recuperato, è stato restituito alla coppia nel giro di pochi giorni grazie a un dissequestro d’urgenza concordato con la magistratura.

Durante la serata c’è stato il collegamento telefonico con la stessa Hilda, che ha raccontato la vicenda in prima persona. «Ti prendono proprio nella nostra fragilità», ha detto, ricordando di avere 80 anni e di non essere mai stata una persona sprovveduta. Ha descritto la telefonata, la confusione, la tenacia dei truffatori che alle sue obiezioni rispondevano di non offenderli perché stavano lavorando per loro, e poi il richiamo della Polizia dopo circa due ore: «li abbiamo presi». Tra lacrime e abbracci, ha ringraziato gli agenti per l’umanità dimostrata: «Sono angeli che ci difendono in tutti i modi». E ha invitato i presenti a fare tesoro dei consigli ricevuti, raccontando che il giorno prima era arrivata una nuova telefonata, da finti carabinieri, e che stavolta ha riattaccato subito.

Cavola ha poi aggiunto che i legali dei responsabili hanno scritto alla coppia proponendo un risarcimento. Dopo essersi consultati con l’ispettore, Hilda e Vincenzo hanno deciso di accettarlo a condizione che la somma sia devoluta in beneficenza (parrocchia, Caritas o altra realtà), in attesa della valutazione del giudice, che non è automatica ma legata alla gravità dei fatti. «Le pene le irrogano i magistrati – ha detto –, la sicurezza la dobbiamo assicurare noi». Statisticamente, ha spiegato, in circa sette casi su dieci si riesce a recuperare tutto o quasi: per questo la speranza va tenuta sempre accesa.

Un altro caso, più grave, è stato quello di una donna anziana avvicinata sotto casa, in pieno centro, da una sconosciuta che fingeva di conoscerla («siamo state insieme in ospedale»), poi salita in casa con la scusa di un caffè e narcotizzata con delle gocce. Il danno è stato anche fisico, con un ricovero in terapia sub-intensiva; la responsabile è stata arrestata grazie alla segnalazione di una vicina di casa e alla presenza di una volante nelle vicinanze.

Le domande dal pubblico

Nel dibattito finale l’ispettore ha risposto anche alle domande dei presenti. A chi chiedeva dei sistemi di allarme pubblicizzati come collegati direttamente alle forze dell’ordine, ha spiegato che il collegamento con la centrale operativa è possibile e dipende dal pacchetto di servizi scelto, ma non basta un abbonamento: servono accorgimenti e affidabilità, perché gli allarmi ingiustificati possono portare alla revoca del servizio. Sulle strutture per anziani ha riferito di tre casi in cui falsi notai si sono presentati per raccogliere dichiarazioni e firme: di solito gli ospiti hanno un tutore o un curatore, ma non sempre.

A chiudere la serata è stato l’intervento del vicesindaco Fabrizio Ferrante Carrante, che ha ringraziato la Polizia di Stato per le precauzioni messe in atto ogni giorno e la parrocchia per l’organizzazione, definendo gli incontri di questo tipo «molto fruttuosi». Il vicesindaco ha però invitato a non circoscrivere il tema agli anziani: «purtroppo ci cascano anche i giovani e i meno giovani», ha osservato, portando l’esempio di un messaggio ricevuto di recente su un falso rimborso IRPEF, con un sito che chiedeva dati personali e IBAN.

Il messaggio finale resta quello affidato da Cavola ai presenti, citando un vecchio proverbio di sua nonna: la fretta è cattiva consigliera. «Mai come in questo periodo storico, della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, è importante fermarsi a riflettere». Alla fine dell’incontro sono state distribuite le brochure informative della Polizia di Stato contenenti consigli utili da portare a casa e divulgare.

Le regole d’oro dell’ispettore
•     Nessuna banca, ufficio postale o ente pubblico chiede per telefono IBAN, PIN o codici OTP.
•     Il numero sul display può essere clonato: nel dubbio, verificare dai canali ufficiali.
•     Non esiste la cauzione per evitare l’arresto: chi la chiede è un truffatore.
•     Mai consegnare contanti, gioielli o titoli a sconosciuti, anche se in divisa o camice: nessuna autorità lo chiede.
•     I tecnici di luce e gas annunciano le visite con un avviso: non aprire a chi arriva all’improvviso.
•     Non pagare i debiti di presunti nipoti o figli: richiamare il parente sul numero che si conosce.
•     La fretta è un campanello d’allarme: i truffatori giocano sul fattore tempo.
•     Non tenere contanti in casa; preferire l’accredito della pensione sul conto.
•     Al bancomat: evitare le ore di punta, coprire la tastiera, rifiutare l’aiuto di sconosciuti.
•     Se ci si sente seguiti, rifugiarsi in una chiesa, in un negozio o chiamare il 112. Denunciare sempre.

Fonte: www.castellinotizie.it — Castelli Romani

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