L’ex Ilva chiuderà l’area a caldo, a meno che la Cassazione ribalti il giudizio della Corte d’Appello Diritto alla vita o diritto al lavoro Il 4 settembre sono state inviate le lettere di licenziamento a 2500 lavoratori dell’ex Ilva. A Taranto sono già in cassa integrazione circa 3000 ex dipendenti dell’ex Ilva su 8000. Questa è […]
L’ex Ilva chiuderà l’area a caldo, a meno che la Cassazione ribalti il giudizio della Corte d’Appello
Diritto alla vita o diritto al lavoro
Il 4 settembre sono state inviate le lettere di licenziamento a 2500 lavoratori dell’ex Ilva. A Taranto sono già in cassa integrazione circa 3000 ex dipendenti dell’ex Ilva su 8000. Questa è la prima mossa in preparazione della chiusura dell’unica area a caldo rimasta attiva. Chiusura prevista dal Tribunale per ottobre. La Corte ha dichiarato che “nel conflitto tra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo”. Effettivamente i morti e i malati terminali non possono più lavorare mentre coloro che rimangono in salute possono sempre trovare un nuovo lavoro, anche laddove l’offerta sia scarsa, o rimanere in cassa integrazione in attesa dei nuovi acquirenti degli impianti.
La salute prima di tutto
La quantificazione dei danni sanitari legati alle emissioni dello stabilimento dell’ex Ilva di Taranto è al centro di diverse perizie medico-legali, studi epidemiologici e inchieste giudiziarie. I documenti ufficiali e le perizie disposte dai giudici nel corso degli anni offrono stime ampie e drammatiche riguardo ai danni dell’esposizione all’amianto e ad altre sostanze tossiche presenti all’interno della fabbrica: la perizia epidemiologica disposta dalla magistratura ha stimato, in un arco temporale di riferimento analizzato, un totale di circa 11.550 morti (con una media di circa 1.650 decessi all’anno), soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie attribuibili all’inquinamento; l’OMS ha stimato un range tra le 270 e le 430 morti premature in un decennio (circa 27-43 decessi prematuri all’anno) imputabili specificamente all’inquinamento industriale dell’impianto in base ai parametri analizzati; i consulenti tecnici nominati dal giudice indicarono in circa 90 morti l’anno e centinaia di ricoveri (circa 650), oltre a un’incidenza elevata di tumori e patologie infantili. Non si sono ammalati solo i dipendenti infatti, ma anche gli abitanti della zona. Ci sono stati numerosi procedimenti penali, cause di lavoro e sentenze di condanna per omicidio colposo e disastro ambientale.
Il futuro dell’area
Come da tempo si sa, un’area a caldo chiusa non si può più riaccendere, quindi gli eventuali compratori di cui gira voce presumibilmente dovranno buttar giù l’impianto e rifarlo da zero, con l’obiettivo di costruirlo idoneo alla decarbonizzazione. Tra i potenziali acquirenti ci sono Jindal International, La Cordata Italiana (coordinata da Federacciai) e Flacks Group. La Corte di Cassazione ha fissato un’importante udienza al 20 ottobre 2026 in merito ai ricorsi sullo spegnimento dell’area a caldo di Taranto. L’esito influenzerà forse i piani industriali dei futuri compratori.
I sindacati
L’8 settembre i sindacati hanno incontrato il Governo. Durante questo confronto, le imprese in subappalto dell’ex Ilva hanno scelto di fermare i licenziamenti collettivi almeno fino alla sentenza della Cassazione. Anche il decreto emergenziale del Governo è fermo in attesa della Cassazione. Il Governo sta pensando ad una cassa integrazione flessibile, ossia un ammortizzatore unico emergenziale diverso da quello per cessazione di attività, ideato per tutelare sia i dipendenti diretti sia i lavoratori delle ditte in subappalto. Il Governo chiede impegno nella transizione ecologica con la costruzione di nuovi forni elettrici a riduzione diretta. Sta anche valutando una partecipazione pubblica in collaborazione con la vendita degli impianti.
Cassa integrazione
La cassa integrazione è uno strumento di sostegno al reddito erogato dall’INPS. Interviene quando un’azienda si trova in difficoltà economica, attraversa una fase di crisi, ristrutturazione o riorganizzazione, oppure è costretta a sospendere o ridurre l’attività lavorativa per eventi non evitabili, come intemperie o guasti improvvisi. Durante questo periodo, il rapporto di lavoro diminuisce ma non viene interrotto, e il lavoratore riceve una prestazione economica (di solito pari all’80% della retribuzione globale che gli sarebbe spettata per le ore di lavoro non prestate). A seconda dei casi, l’azienda può anticipare l’importo per poi conguagliarlo o l’INPS provvede al pagamento diretto. Quella ordinaria ha un limite di 13 settimane continuative, prorogabili eccezionalmente fino a un massimo complessivo di 52 settimane in un biennio mobile. Quella straordinaria solitamente arriva a 24 mesi.In alcuni casi, come in quello dell’ex Ilva la cassa integrazione serve a tutelare i lavoratori in attesa del nuovo acquirente.