Marcinelle tra carbone e speranza: alla Farnesina “Il fiore delle terre nere”

ROMA – Una pagina di storia nera, come il carbone. Ma anche una pagina di storia che parla di fiori, come la rinascita. Una tragedia che …

ROMA – Una pagina di storia nera, come il carbone. Ma anche una pagina di storia che parla di fiori, come la rinascita. Una tragedia che ha spezzato vite e famiglie. Uomini, minatori, uccisi da un incendio devastante senza misure di sicurezza adeguate. Donne lasciate sole nella preoccupazione, nel panico e infine nella vita da affrontare in un paese che li aveva accolti da poco. Tirando su figli e nipoti da sole dopo aver fatto i bagagli da tanti comuni italiani, alla ricerca di un futuro migliore in Belgio, a Marcinelle. Storie d’emigrazione, storie a un chilometro sottoterra, storie di “lavori pesanti che pochi belgi volevano fare”, storie di un incidente mortale, di un soccorso impossibile, di famiglie distrutte ma anche, in fondo in fondo, di costruzione di identità e di occhi finalmente aperti sulle condizioni dei lavoratori sfruttati come merce di scambio. Insomma, storie di una tragedia che rappresenta a tutti gli effetti un monito perpetuo perché in futuro non accada di nuovo.

Questo è “Il fiore delle terre nere, Marcinelle 70 anni dopo”, il documentario scritto e diretto da Salvatore Braca per Rai Documentari presentato questa mattina in anteprima al Ministero degli Affari Esteri (e che andrà in onda nello speciale Tg1 domenica prossima, 9 agosto, in occasione del 70esimo anniversario della tragedia). “Una storia tragica raccontata in modo molto garbato e che restituisce tanto a un pubblico vasto”, l’ha presentato Luigi Del Plavignano, direttore di Rai Documentari.
Ma a dare il via alla presentazione è stato Antonio Tajani, Ministro degli Affari Esteri, che tramite videomessaggio (era impossibilitato ad esserci) ha spiegato come questo film racconti una pagina della nostra storia “che sento molto vicina perché ho vissuto 35 anni in Belgio”. Per il Ministro, “Marcinelle è una ferita italiana e europea, ma anche monito per il futuro”. Secondo lui, infatti, “dal sacrificio dei minatori è nata un’Europa unita”. Tajani ha quindi ribadito il suo impegno per l’istituzione della Giornata europea dei diritti del lavoro, in concomitanza con il giorno della tragedia che ha visto perire 262 minatori di cui 136 italiani, annunciando altresì il suo ritorno alla commemorazione di Marcinelle con la Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. “In quei volti segnati dal carbone c’è il meglio del nostro paese – ha concluso il suo messaggio -. Custodire e ricordare significa costruire un futuro più giusto”.
Ha fatto poi gli onori di casa Riccardo Guariglia, Segretario Generale della Farnesina, che ha specificato uno degli obiettivi del documentario, nonché della Farnesina: “conservare e far conoscere questa tragedia”. A tal ragione, ha annunciato che il film sarà messo a disposizione dal MAECI agli Istituti Italiani di Cultura all’estero e alle Ambasciate in giro per il mondo. L’8 agosto 1956 è infatti “una data sensibile per noi” che “fa parte della memoria collettiva”: “oltre al dolore ci ricorda le storie dei nostri connazionali in cerca di un futuro migliore”. Quello di Marcinelle mette davanti agli occhi di tutti la storia, a volte drammatica, della nostra emigrazione: “140 mila italiani si trasferirono in Belgio tra tra 1945 e 1956 tramite l’accordo tra Italia e Belgio (denominato braccia per carbone). A fare un lavoro durissimo. Io sono stato nelle miniere quando sono stato Console a Bruxelles”. Quella di Marcinelle, e la sua Giornata di commemorazione, rappresenta una “ricorrenza a cui la diplomazia tiene vivamente”. A Marcinelle, da Console, “ho sentito storie di vita, di ricchezza, di dignità. E questo documentario è di fondamentale importanza. Spero lo vedano soprattutto i giovani”. L’obiettivo finale del documentario secondo Guariglia è dunque questo: “ricordare l’8 agosto per non dimenticare, celebrare le vittime e al tempo stesso esortare a lavorare perché tale tragedia non si ripeta. Purtroppo le morti sul lavoro continuano, e noi dobbiamo lavorare per eliminarle”.
A seguire sono intervenuti Marco Malizia, Consigliere ecclesiastico del MAECI, che in un accorato intervento ha sottolineato come questo documentario abbia un titolo significativo: “anche dal carbone può nascere un fiore, simbolo di speranza”. Infatti, come da lui spiegato, “l’emigrazione in Belgio non fu solo sofferenza, ma anche coraggio e rinascita”. E dal documentario si evince come tra i discendenti dei minatori ci siano storie di persone “che hanno contribuito alla crescita di entrambi i paesi”. C’è chi è tornato in Italia, e chi è rimasto in Belgio, ma “con il cuore in Italia”. In ultima analisi, per Malizia “questo documentario deve avere un valore politico”. Ci sono infatti “tanti che soffrono” per un lavoro senza sicurezze e che spesso porta a morti evitabili. E sono questi che devono essere “difesi da una oligarchia che abusa dei lavoratori che sono troppo spesso visti come cose”.
12 nazionalità c’erano tra i 262 morti nella miniera belga, a quasi un chilometro di profondità, stretti in cunicoli minuscoli, respirando polveri dannose, con contratti di almeno 5 anni molto severi. 136 erano italiani, e quasi 60 erano abruzzesi. Di questi, più di 20 dal Comune di Manoppello, in provincia di Pescara. Presente alla presentazione, infatti, ha preso parola Giulia de Lellis, Vicesindaca del Comune abruzzese. Con lei, una folta delegazione e soprattutto due discendenti di una delle vittime di Marcinelle, Gemma e Camilla Iezzi. Quest’ultima, nata nel giorno dei funerali del padre, quando la salma tornò finalmente in provincia di Pescara (per alcuni ci sono voluti più 40 giorni; almeno due corpi non sono mai stati recuperati dalla miniera). “70 anni che ricordiamo con forza e emozione quella tragedia – ha spiegato de Lellis -. Ma quello che impressiona è che ogni anno ci dà qualche insegnamento nuovo”. Tra le tante attività del Comune, dove nei prossimi giorni verrà presentato di nuovo il documentario, c’è quella della Fondazione Marcinelle 262, nata con “l’idea di far tornare i discendenti”, ricostruendo così “una rete importante di ritorno alle origini” poiché molti dei discendenti non conoscono l’italiano e non sono mai stati nei luoghi di origine dei loro padri o nonni.
Insomma, il documentario di Salvatore Braca, intervenuto brevemente prima di parlare con le immagini, vuole guardare al passato con rispetto per le vittime, facendo intendere la condizioni di chi partiva, le difficoltà del lavoro, l’ansia delle famiglie rimaste sole, e poi in lutto, i tempi cambiati delle generazioni seguenti ma sempre con l’occhio attento a quella tragedia. Il documentario pensa anche infatti al presente con responsabilità, sia riguardo alle condizioni di lavoro attuali ma anche riguardo alla migrazione italiana. Infine, pone una speranza per il futuro: condizioni di lavoro migliori. Per chiunque.
Il documentario sarà disponibile a breve anche su Rai Play. (l.m.aise) 

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